Leggerezza Sonia Canu e Hasti Naddafi a “Donne 20/80+”
Scritto da Segreteria il 22 Giugno 2026

Giovedì 18 giugno le autrici CLM Sonia Canu e Hasti Naddafi hanno partecipato al dialogo intergenerazionale del progetto Donne 20/80+ organizzato da SeNonOraQuando?Torino per far incontrare donne di età diverse, dai 20 agli 80 anni e più, che si svolge come di consueto al Circolino di Flashback.
Ad ogni incontro narratrici di 5 generazioni, una per decade, propongono un racconto ispirato al tema comune che fa da linea guida: questa volta è stato la leggerezza. Insieme alle autrici CLM, Simona De Ciero giornalista, Rosanna Paradiso già presidente di Tampep, esperta in tratta e consulente Procura della Repubblica di Torino, ed Enrica Baricco, presidente e fondatrice della FondazioneOz ETS.
Di seguito i loro testi.
Hasti Naddafi
Leggerezza, come parlare di leggerezza, come parlare in modo leggero?
Da un lato mi sembra che questa parola mi sia completamente estranea, allo stesso tempo, se ci penso, vivo la mia vita in costante leggerezza. La sdrammatizzazione mi è strumento quotidiano. La vitale leggerezza mi è motore salvifico. Dove tracciar la linea tra ciò che definisco leggerezza e la dissociazione che mi permette di sopravvivere però, sarebbe un compito più arduo.
Leggerezza, come parlare di leggerezza, come parlare in modo leggero se proprio nella scrittura ho sempre trovato momento di riposo dalla performatività della felicità, sfogo di dolore, tanto da trasformare i miei diari in loculi cartacei dove seppellire le parti di me che ad ogni capitolo di vita lasciavo andare?
Leggerezza, a cosa penso quando sento la parola leggerezza?
Penso alla chiamata di mia zia ricevuta ieri notte, alla sua voce rassicurante che tentava di coprire i fischi dei missili.
Non sentivo mia zia da tre mesi e mezzo. Il governo iraniano aveva bloccato la connessione internet per tutto questo tempo per coprire i disordini e le repressioni commesse in questo periodo di guerra.
Ma ieri notte, lei, finalmente mi ha chiamata e quali pianti al sentire i reciproci “pronto”.
La voce tremava, il muco colava ma gli angoli delle nostre bocche sorridevano, non volendo sprecare i pochi minuti di connessione a disposizione. Così abbiamo cominciato a danzare, a piroettare le reciproche anime l’una attorno all’altra nel ballo del “ghorbun sadaghe”, la danza di parole che si fa in persiano verso qualcuno che ami quando lo riempi di parole d’affetto. E tante sono le espressioni d’amore e la necessità di esprimerle che ci si parla una sopra l’altra, “che io mi sacrifichi per te”, “no che sia io a potermi sacrificare per te”, “che io possa morire al posto tuo”, “sei l’amore mio”, “sei la mia luce”, “sei i miei occhi”, “sei la mia anima”. Forse è per questo che mi è così difficile mettere confini familiari.
Come fare se da quando nasci vedi che la linea di confine si mostra sbiadita tra corpi che fluiscono dello stesso sangue e che in ogni organo abitano allo stesso tempo, le tue cugine e cugini, zie e zii, sorelle, madri e padri, nonne e nonni.
Mia zia, che non vedo da quattro anni, alla sua terza guerra in un paese in cui io non posso fare più ritorno, non ha fatto altro che parlarmi di quanto mi amasse e di come i miei nipoti stessero crescendo. E tra una gioia e l’altra le scappava la disperazione di questi mesi di solitudine, la prigione che le era diventata quella casa che io ho solo associato alle grandi feste e le serate di giochi in famiglia. Le si spezzava nuovamente la voce al pensare alla sua situazione e che chissà, forse non ci saremmo viste mai più. Ma al rendersi conto che di conseguenza si spezzava anche la mia, smetteva subito e ricominciava: “che io muoia per te”, “che io mi sacrifichi per te”, “che tu sia felice”, “che un giorno possa vedere il giorno del tuo matrimonio perché sarai la sposa più bella”, “sei i miei occhi, sei la mia luce”.
E nel mentre che quella telefonata si trasformava sempre più in un’ode e una preghiera. Io che di solito non piango mai, mi facevo fiume del dolore di un intero albero genealogico. Come sia possibile che nel mentre le mie onde trasportavano tutti quei macigni io mi possa essere sentita più leggera, ancora non me lo spiego. So solo che la voce di mia zia, sin da piccola, mi è sempre stata cura in un mondo allagato da acque reflue.
Sonia Canu
Queste righe iniziano con una doverosa premessa: io sono solita scrivere le storie degli altri. Ad esprimere le mie fragilità non sono mai stata brava o, per meglio dire, ho sempre preferito evitare. Solo chi mi conosce a fondo, infatti, riesce a scorgere pezzi di me tra le righe dei miei racconti.
Prendo quindi questa occasione come un esercizio terapeutico, consapevole dello sforzo che mi richiederà.
Italo Calvino diceva che la leggerezza è quella capacità di planare sulle cose dall’alto senza avere macigni sul cuore. Vorrei partire da qui, senza però scomodare troppo i grandi nomi della letteratura: su questo palco mi sento già piccolissima di mio, se ci inseriamo anche il mio talento per l’autosabotaggio non andiamo da nessuna parte.
Sono nata in Sardegna, un luogo dove la parola “leggerezza” te la insegna il vento. Quello stesso vento che attraversa gli alberi, scalfisce le rocce, accarezza l’acqua del mare e corre fiero sulla mia isola senza farsi imprigionare da nulla, nemmeno dagli ostacoli più duri.
Eppure, nonostante io sia nata e cresciuta sotto l’ala di quel vento, non ho imparato subito a concedermi di essere leggera. Ci sono stati dei momenti in cui ho sentito la mia anima pesare così tanto che nemmeno il maestrale più forte avrebbe saputo scalfirla di un millimetro. E per noi sardi, ammettere che il maestrale non possa fare qualcosa — dato che dalle nostre parti è capace di spostarti la macchina, portarsi via peccati e pure i capannoni — è quasi come confessare un reato di lesa maestà.
La verità è che quel peso ho iniziato a fabbricarlo da piccolissima, un mattone alla volta, con un materiale quasi indistruttibile: le aspettative. Sono cresciuta con l’ambizioso, e decisamente faticoso, obiettivo di essere la figlia perfetta, l’amica perfetta, la studentessa da dieci e lode. Avete presente la versione umana di un libretto di istruzioni? Ecco, quella ero io. Sono sempre stata quella su cui tutti potevano contare, quella che aveva sempre la risposta giusta per i problemi di chiunque. Peccato che ogni volta che provavo a fare una domanda a me stessa, l’unica risposta che ottenevo era quella schermata bianca dei computer che vanno in tilt. E allora via con Ctrl+Alt+Canc per resettare tutto e non pensarci.
Una persona una volta mi ha detto che regalare anche solo tre minuti di ascolto agli altri è una rarità e ha aggiunto: «Tu sei i tre minuti di riferimento di tante persone». Ed è esattamente quello che ho imparato a fare nel tempo: disinnescare i drammi altrui. Il problema è che davanti ai miei, beh, non sono mai stata un bravo artificiere.
Ma tornando all’infanzia, fin da quando ero piccola ho scoperto uno spazio segreto: i libri. Quando la realtà richiedeva troppo impegno o poneva domande troppo difficili, io mi rifugiavo lì. Nelle storie degli altri quel peso o non esisteva o, se anche ci fosse stato, sarebbe bastato girare pagina per risolverlo.
Poi, pian piano, ho scoperto anche la scrittura. Per me è diventata una sorta di superpotere mimetico. Inventavo personaggi coraggiosi, con tutte le caratteristiche più cool — sì, sono una millennial, ogni personaggio doveva avere le caratteristiche più in voga negli anni 2000, tipo Hilary Duff o cose simili — e facevo fare a loro tutto quello che io, nella vita reale, non mi sarei mai concessa il lusso di fare per non deludere nessuno.
Ed è esattamente in questo modo che ho affrontato i miei primi vent’anni, forse qualcosina in più. Con questa collaudata e affidabile tecnica di sopravvivenza ho gestito il periodo della preadolescenza in cui venivo bullizzata, la perdita di persone care per cui non ho potuto fare ciò che avrei voluto — o per cui mi sentivo responsabile —, la fine di amicizie importanti e le prime, immancabili, delusioni amorose. Insieme, si intende, a tutta quella serie di drammi adolescenziali decisamente meno impegnativi ma che a quindici anni equivalgono ad affrontare una catastrofe nucleare.
All’età di vent’anni è arrivato il mio punto di svolta. Insieme a quello che all’epoca era il mio fidanzato — e che oggi, dopo essere sopravvissuto a questo mio non semplice carattere, è mio marito — ho preso una decisione: trasferirmi a Torino. In quel momento non avevo idea di cosa stessi cercando davvero; sapevo solo, con quella certezza quasi fisica, che avevo bisogno di andare. Che solo staccando i piedi da terra avrei capito chi fossi una volta tolta la maschera della “ragazza perfetta”. Il reset totale che tanto avevo cercato per ricominciare a respirare.
Ho passato i primi anni a Torino a scoprire delle parti di me nuove, inesplorate, a lasciare finalmente alle mie passioni lo spazio per poter essere libere, per trovare una collocazione e incastrare dei pezzi che fino a quel momento non avevo inserito nel mio puzzle, o che forse non sapevo nemmeno di avere a disposizione.
Ma la vera, grandissima lezione di leggerezza è arrivata qualche anno dopo, nel 2023. Io e mio marito eravamo in viaggio di nozze in Madagascar. Durante un’escursione abbiamo visitato un villaggio locale e lì abbiamo incontrato due bambini che si sono presi letteralmente un pezzo del nostro cuore.
La prima si chiama Ana. È rimasta rapita da un banalissimo elastico per capelli che avevo al polso; quando gliel’ho regalato, il suo sorriso ha illuminato tutto ciò che c’era attorno. Oggi al polso ho un elastico gemello, identico al suo, che non tolgo mai: è il mio promemoria personale, la prova che la felicità non ha bisogno di nessuna sovrastruttura.
Il secondo bambino si chiama Alo. Si è avvicinato a mio marito e, pescando nel pochissimo italiano che conosceva, gli ha fatto una richiesta: «Fammi volare in alto!». Voleva solo essere lanciato verso il cielo, imitare gli uccelli.
Ecco, Ana e Alo mi hanno insegnato una lezione di vita. Loro, che non avevano letteralmente nulla di tutto ciò che per noi è indispensabile, mi hanno mostrato cosa sia la purezza della leggerezza. Non mi hanno chiesto risposte giuste, non si aspettavano che fossi perfetta, non cercavano l’artificiere.
Volevano solo una cosa semplice: un pezzetto di stoffa colorata e un lancio verso il cielo.
Ed è lì che ho riconosciuto il vento della mia Sardegna, che aveva finalmente spazzato via i mattoni delle aspettative, lasciandomi lo spazio per respirare. Ho capito che non devo per forza salvare il mondo, a volte posso semplicemente planare sulle cose, come diceva Calvino, senza che questo significhi fuggire.
Non sarei onesta se vi dicessi che riesco ad applicare questa lezione in tutte le occasioni della vita: a volte le aspettative continuano a mettermi a dura prova. Ma oggi, a dispetto di ogni ansia da prestazione, ho imparato a riconoscere la leggerezza dove c’è.
La trovo negli occhi dei miei genitori che mi aspettano all’aeroporto ogni volta che atterro in Sardegna, e che mi osservano fieri per quella che sono — oltre che visibilmente preoccupati che a Torino io stia patendo la fame, a giudicare dalle scorte di cibo con cui tentano regolarmente di violare la capienza del mio bagaglio a mano.
La trovo nella cura e nella delicatezza quotidiana di mio marito e nel sostegno costante di mio fratello.
La trovo nel privilegio di fare ogni giorno il lavoro che amo e negli amici veri, quelli davanti ai quali non ho mai dovuto indossare nessuna maschera per sentirmi all’altezza.
E poi, la sto scoprendo in un posto del tutto inaspettato. Oggi, che aspetto un bambino, mi capita spesso di pensare se sarò una brava madre e cosa sarò in grado di insegnargli. La me stessa “da manuale” sta cercando comunque di buttar giù il libretto d’ istruzioni perfetto e catalogare l’ansia in ordine alfabetico, ma ho deciso di farmi una piccola promessa e concedermi una buona dose di improvvisazione. Non ho ancora tutte le risposte, e chissà se mai le avrò, ma so per certo una cosa: lo incoraggerò sempre a cercare il suo posto leggero nel mondo. Io, nel frattempo, questa incredibile leggerezza la sto trovando proprio in lui, mentre giorno dopo giorno lo sento crescere dentro di me.