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Giornata Mondiale delle persone migranti e rifugiate 2026 Memorie condivise

Scritto da Segreteria il 27 Settembre 2026

In occasione della Giornata Mondiale delle persone migranti e rifugiate 2026, che si ricorda oggi 27 settembre, il Concorso Lingua Madre propone la lettura di Memoria viva, un racconto corale nato dall’incontro di quattro donne provenienti da Romania, Nigeria e Albania.

Quattro voci, quattro esperienze diverse, unite dalla scrittura e dalla necessità di custodire ciò che il tempo, la distanza e lo sradicamento rischiano di cancellare. Attraverso il susseguirsi delle stagioni, le loro memorie diventano un racconto condiviso: dell’infanzia, delle partenze, delle perdite, delle difficoltà e delle nuove vite costruite altrove.
Perché raccontare significa anche lasciare una traccia. E, a volte, trovare nelle parole un luogo in cui tornare.

MEMORIA VIVA
di Madalina Catruna [Romania], Favour Chukwuekwu [Nigeria], Favour Moses [Nigeria] e Ira Panduku [Albania]

Ci incontravamo ogni martedì. Quattro donne, venute da luoghi lontani, ognuna con la propria lingua che le vibrava dentro. Nel laboratorio Memoria viva abbiamo trovato un rifugio e un compito: raccontarci e scrivere per non dimenticare. All’inizio c’erano solo voci timide, frammenti di vite spezzate e poi ricucite. Ma presto le storie hanno cominciato a scorrere, intrecciandosi l’una con l’altra, fino a diventare le stagioni di un unico racconto.

INVERNO

Sono nata vicino al Danubio, in una Romania che odorava di terra bagnata e di pane caldo.

Ero figlia di due mondi: madre romena, padre serbo. Per questo, per i nonni serbi non ero abbastanza serba, per quelli romeni non ero abbastanza romena. Ero una bambina sospesa tra due fiumi.

I miei ricordi d’infanzia sono fatti di fuoco e di neve. Avevo meno di quattro anni quando il fuoco mi trovò. Un uomo stava accendendo la griglia e, in un attimo, le fiamme mi presero, come se mi conoscessero. Ricordo solo il calore feroce, gli ospedali, la pelle che veniva tirata per guarire. Dicono che una bambina dimentichi; io non ho dimenticato nulla.

Più caldi delle fiamme sono i ricordi dei Natali in Romania, quando mandarini e arance comparivano come tesori rari. Io e mio fratello sapevamo che Babbo Natale non era ricco. E allora gli chiedevamo poco: una bambola, una macchinina, un sacchetto di frutta. L’odore del pane di mia nonna riempiva la cucina e sembrava abbracciarmi come nessun adulto riusciva a fare.

La neve cadeva alta, scavavamo tunnel per raggiungere la strada principale. Entravo a scuola tutta bagnata, ma non mi ammalavo mai. Dopo la scuola giocavamo finché mani e piedi non si muovevano più. 17 gradi sottozero di felicità.

Così sono cresciuta: tra paesi diversi e storie familiari che si intrecciavano. Oggi vivo in Italia, con la mia famiglia e i miei figli. Mia madre e mio fratello sono qui, vicini a me. Il resto continua a vivere nei ricordi.

PRIMAVERA

Ho due date di nascita, entrambe in primavera: quella che mi ha vista venire alla luce, in Nigeria, e quella che mi è stata assegnata qui, in Italia. È come se la mia vita fosse ricominciata due volte, sempre nella stessa stagione.

Ho un grande sogno: dare ai miei figli la possibilità di studiare.

Io sono cresciuta in una famiglia molto numerosa, eravamo undici figli.

Mio padre non l’ho mai conosciuto. Morì quando avevo solo un anno, mentre mia madre era già incinta dell’ultimo figlio. Da grande ho scoperto che aveva avuto due mogli.

È stata una vita difficile, quella nella mia famiglia di origine. Mia madre ha sofferto molto. Voleva dare a tutte e tutti noi la possibilità di studiare, ma non aveva i soldi. Solo uno dei miei fratelli riuscì a frequentare il college.

Io avrei voluto studiare. Sognavo di lavorare in banca.

Quando avevo cinque anni, mia madre mi mandò a vivere con mia sorella maggiore e suo marito. Lui credeva che le botte fossero educazione e mi picchiava. Io piangevo sempre e chiedevo, con voce disperata, di poter tornare a casa da mia madre. Ricordo ancora oggi il giorno in cui mia madre venne a riprendermi. Fu uno dei giorni più belli della mia infanzia.

L’arrivo in Italia è stato duro. Ho dovuto cambiare tutto: lingua, amici, vita. Ti accorgi di non essere mai stata davvero pronta a tanta fatica. Eppure, è proprio in primavera che impari: anche dalla terra più dura, qualcosa può ancora germogliare.

ESTATE

Avevo quattordici anni e avevo appena finito il college. Nella mia famiglia non c’erano abbastanza soldi per permetterci di continuare a studiare.

Era estate. Un giorno, a casa nostra si presentò una donna. Parlò a lungo con mia madre e le disse che mi avrebbe portata con sé in Libia. Lì, avrei potuto studiare, mentre in cambio avrei collaborato nelle faccende domestiche. «Verrà a darmi una mano», disse, «e io le pagherò la scuola».

Mia madre si fidò.

Intrapresi un lungo viaggio dalla Nigeria verso la Libia, senza sapere che lì era in corso una guerra. Non conoscevo nessuno, non parlavo la loro lingua. Ero sola. Intorno a me vedevo pistole, violenza, persone che morivano.

Un giorno quella donna mi guardò e mi disse: «Farai quello che dico io».

Da quelle parole capii che, per sopravvivere, avrei dovuto prostituirmi. Mi rifiutai.

Per punirmi mi chiusero in una stanza per due giorni: senza luce, senza cibo, senza acqua. Il tempo sembrava non passare mai. Dopo due giorni quella donna tornò e mi chiese: «Che cosa hai deciso? Vuoi andare con un uomo o devo lasciarti morire qui, senza cibo?».

Mi rifiutai di nuovo. Avevo quattordici anni. Preferivo morire. Preferivo che mi uccidessero piuttosto che cedere.

Nella stanza c’era un piccolo finestrino. Scorsi un ragazzo di circa vent’anni che parlava inglese. Con un filo di voce lo chiamai: «Aiutami». Lui si avvicinò, mi guardò e disse: «Ma sei una bambina. Che cosa ci fai in Libia?». Gli spiegai che mi avevano portata lì con l’inganno.

Andò via. Dopo un po’ tornò con un pezzo di pane e dell’acqua, che mi passò attraverso la finestra.

«Tornerò stanotte» disse piano. «E ti aiuterò a scappare».

Grazie a lui riuscii a fuggire. Mi portò presso una famiglia, dove rimasi per un mese a cucinare per loro. Poi lui tornò. Aveva con sé dei soldi e li diede a una donna, perché mi facesse salire su una barca e partire.

Poi venne la fuga, il mare, la barca. Era carica di bambine e bambini, uomini e donne, alcune incinte.

Restammo senza benzina per tre giorni, in mezzo a onde alte come montagne. Senza acqua. Senza cibo. I giubbotti di salvataggio non bastavano per tutte e tutti. C’era chi si aggrappava alle corde della barca, e chi si perdeva in mare.

Cento persone morirono. Sedici sopravvissero. Tra loro c’ero anch’io.

Vorrei fare un film su quel viaggio verso l’Italia. Perché certi dolori non devono essere dimenticati. Mai.

AUTUNNO

Quando ero adolescente custodivo un diario. Quelle pagine contenevano le mie paure più segrete e le mie piccole conquiste. Era lo spazio in cui la mia vita aveva una forma chiara. Un giorno scoprii che qualcuno lo aveva letto di nascosto e sentii crollare il fragile mondo di fiducia che avevo costruito. Allora reagii come potevo a quell’età: inventando un’altra me. Guidata da un’astuzia tutta adolescenziale, decisi di creare un secondo diario, una versione composta della mia vita, fatta di pensieri tranquilli e giornate ben pettinate. Nel quaderno autentico, invece, continuai a scrivere ciò che ero, con la sincerità acerba e disordinata di quegli anni. Due versioni della mia vita procedevano parallele, senza mai toccarsi.

Quando arrivai in Italia, nell’autunno del 1992, portavo con me solo un cambio di vestiti e un grande sogno: recuperare i miei diari rimasti in Albania. Di fronte a un luogo e a un destino sconosciuti, a esperienze non ancora vissute, sentivo la mancanza delle certezze, dei momenti da non dimenticare, dei miei occhi custoditi dentro le pagine scritte.

La casa di Tirana fu saccheggiata e perdemmo quasi tutto quello che avevamo. Circa vent’anni dopo, un vicino riuscì a contattarci e ci consegnò una scatola di oggetti che era riuscito a salvare dalla nostra vecchia casa. C’erano soprattutto libri e quaderni. Vidi subito il diario e, per un istante, credetti di poter recuperare la mia voce di allora. Ma bastarono poche righe per capire che si trattava di quel secondo quaderno, la mia auto-menzogna adolescenziale, l’unica testimonianza rimasta di chi ero stata.

Tutto ciò che mi restava era una versione ritoccata di me stessa, un personaggio che avevo inventato per proteggermi, o forse per compiacere. Leggendo quelle pagine ho provato una grande tenerezza per la giovane ragazza che ero.

Da allora mi domando quanto del mio passato sia davvero sopravvissuto alla memoria, e quanto invece sia stato inghiottito da quella narrazione che avevo creato per difendermi. È un paradosso strano: l’unica traccia della mia vita di allora è una bugia scritta da me stessa. E ogni volta che rileggo quelle pagine, non so più se sto inseguendo ricordi perduti o se sto solo imparando a convivere con la loro assenza. E mi accorgo che la memoria, alla fine, è ciò che resta quando tutto il resto si perde.

Nell’intreccio delle nostre voci vive la memoria di ciò che abbiamo lasciato e di ciò che abbiamo costruito. Ogni parola è un seme che germoglia, ogni ricordo un vento che attraversa il tempo. Chi porta un paese nel cuore sa che la memoria è un filo sottile, ma indistruttibile, che nessun esilio può spezzare. La memoria non è solo ricordo, ma radice: un luogo interiore che resiste al tempo, alla distanza e all’oblio, e che ci permette, ancora una volta, di cominciare una nuova stagione.

 

Racconto selezionato alla XXI edizione CLM e che sarà pubblicato in Lingua Madre Duemilaventisei. Racconti di donne non più straniere in Italia (Edizioni SEB27).

Fotografia In aula al CPIA Palermo 2 di Monia Ben Chouaieb (Tunisia), selezionata per la Sezione fotografica della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo alla XXI edizione del Concorso Lingua Madre.