Ciò che le parole custodiscono Una testimonianza dell’autrice CLM Nourelhouda Haffari
Scritto da Segreteria il 22 Ottobre 2026
di Nourelhouda Haffari
Non ho sempre scritto, o meglio, ho iniziato a farlo tanti anni fa, in un momento della mia vita in cui non riuscivo a parlare.
Ero una ragazza molto chiusa, avevo attraversato un’adolescenza difficile e dentro di me c’erano emozioni che non sapevo nominare, figuriamoci raccontare. Avevo parole che rimanevano ferme in gola e pensieri che non sapevo dove mettere.
Poi, un giorno, una mia professoressa delle scuole medie mi regalò un diario; era verde, con dei fiorellini, dentro c’era una bellissima dedica.
Forse è proprio lì che è iniziato tutto.
Non ho mai avuto un vero e proprio diario, scrivevo quando ne sentivo il bisogno: una frase, una poesia, un pensiero su un foglio qualsiasi, scrivevo quello che provavo nel momento esatto in cui lo provavo.
Forse perché mettere le emozioni sulla carta era il mio modo per riuscire, finalmente, a guardarle in faccia.
La mia professoressa di italiano leggeva ogni tanto quello che scrivevo e mi faceva tanti complimenti, io però non riuscivo a crederci davvero, non pensavo di avere qualcosa di speciale.
Poi, un giorno di dicembre, una ragazza entrò nella nostra classe per parlarci di un concorso letterario, la mia prima reazione fu semplice: non volevo partecipare, pensavo che ci sarebbero state persone più brave di me, pensavo di non essere abbastanza.
La mia professoressa, invece, mi disse che credeva in me, e io, per una volta, decisi di crederle.
Così ho scritto di una persona che avevo amato profondamente; ho scritto di ricordi che avevo custodito per anni e di una parte della mia storia che forse non avevo mai avuto il coraggio di raccontare davvero.
E poi è successo qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare.
Sono stata selezionata.
Il racconto si intitola Un tè tra due cieli.
Ma dietro quelle pagine non c’è soltanto un concorso letterario.
C’è una bambina, c’è il Marocco e c’è mio nonno.
Fino ai nove anni ho vissuto con mia madre nella casa dei miei nonni, mentre mio padre viveva in Italia. Per questo mio nonno, per me, è stato anche un po’ una figura paterna.
Di lui ricordo tantissime cose: ricordo una notte in cui avevo la febbre altissima, era tardi, stavo davvero male e lui mi coprì, salì con me sulla moto e guidò sotto la pioggia per portarmi in ospedale.
Ricordo anche un episodio che potrebbe sembrare piccolo.
Avevo trovato un anello di plastica rigida, di quelli con le principesse, mi era rimasto incastrato al dito e, nel frattempo, il dito si era gonfiato; mio nonno aspettò che mi addormentassi, poi prese delle pinze e, con tutta la cautela possibile, riuscì a spezzarlo.
Io non ricordo direttamente quel momento.
Me lo raccontò mia madre il giorno dopo.
E forse è proprio questo che fanno certi ricordi: non hanno bisogno di essere vissuti fino in fondo per rimanere dentro di noi.
Quando sono tornata in Italia, potevo vedere i miei nonni soltanto una volta all’anno.
L’anno dopo li vidi, quello successivo, invece, quando tornammo in Marocco, scoprimmo che mio nonno aveva avuto un attacco cardiaco qualche giorno prima, mentre era al lavoro.
E quella fu l’ultima volta che avrei potuto rivederlo.
Ci sono persone che continuano a vivere dentro di noi anche quando non possiamo più abbracciarle, mio nonno è una di quelle persone.
Con mia nonna, invece, ho sempre avuto quel legame speciale che una bambina può avere con la propria nonna.
Mi portava a fare compere.
Preparavamo dolci e torte insieme, le volevo, e le voglio ancora, un bene enorme.
Sono le persone che si siedono insieme e rimangono a parlare anche quando non c’è più niente di urgente da dire.
Nella cultura marocchina il tè è un momento di incontro, di famiglia, di condivisione. Una tradizione che passa da una generazione all’altra.
Per questo, quando penso al tè, penso al Marocco.
Penso a quelle sere che, mentre le vivevo, sembravano normali e che oggi riconosco come alcuni dei momenti più preziosi della mia vita.
Anche Elena, la ragazza presente nel racconto, esiste davvero.
Quando ci siamo trasferiti in Italia non conoscevamo nessuno, mia madre conobbe la nostra vicina, che la invitò a una merenda per conoscere i nuovi vicini, mia madre decise di ricambiare preparando una merenda marocchina, con tanti piatti fatti in casa, e le mostrò come si prepara il tè.
La nostra vicina se ne innamorò.
La festa di compleanno raccontata nel racconto, invece, è inventata.
Ma quello che volevo raccontare era vero.
Il momento in cui due persone appartenenti a culture diverse si siedono allo stesso tavolo e, per qualche ora, smettono di essere “diverse”.
Si conoscono, si ascoltano, si scoprono simili.
È anche per questo che nel racconto ho scritto che si può essere di più mondi allo stesso tempo.
Io non ho mai vissuto questa cosa come una mancanza, al contrario, penso di essere fortunata.
Avere due mondi significa avere più storie da raccontare, più tradizioni da custodire, più modi di guardare le cose.
Non significa scegliere.
Significa poter appartenere a entrambi.
Quando ho scoperto che Un tè tra due cieli veniva letto nelle scuole, però, quel racconto ha assunto un significato che non avrei mai immaginato.
In quel periodo stavo attraversando un momento difficile.
Avevo iniziato a convincermi di non essere capace di fare niente. Avevo paure e paranoie che riuscivano a farmi dubitare continuamente di me stessa.
Poi ho saputo che qualcosa scritto da me era arrivato nelle mani di ragazzi che non conoscevo.
Che qualcuno, da qualche parte, stava leggendo parole che erano nate dentro di me.
E ho capito una cosa che avevo dimenticato.
Forse non ero così incapace.
Forse potevo arrivare più lontano di quanto pensassi.
Forse, a volte, basta che una sola persona creda in te quando tu non riesci più a farlo.
La mia professoressa lo aveva fatto per me.
E senza saperlo, quel concorso mi ha restituito un po’ della fiducia che avevo perso.
Se oggi potessi parlare a mio nonno, non gli racconterei del concorso.
Non gli direi che sono stata selezionata.
Gli direi semplicemente grazie.
Grazie per tutte le volte in cui mi hai protetta senza che io capissi davvero cosa stessi facendo.
Grazie per avermi insegnato tante cose senza bisogno di grandi discorsi.
Da bambina osservavo il modo in cui rispettavi mia nonna e le tue figlie, come se fossero un tesoro da proteggere.
Ed è una delle cose che porto ancora con me.
Mi hai insegnato che non dobbiamo permettere a nessuno di trattarci male.
Che dobbiamo cercare le persone che ci rispettano davvero.
Che l’amore, prima ancora di essere parole, è il modo in cui scegliamo di trattare qualcuno.
Ti direi che non ho mai smesso di rispettarti.
E che non ho mai smesso di amarti.
Forse, alla fine, Un tè tra due cieli parla proprio di questo.
Delle persone che ci lasciano qualcosa anche quando non sono più accanto a noi.
Dei luoghi che continuiamo a portare dentro, anche quando siamo lontani.
Delle tradizioni che diventano ricordi.
E delle parole che riescono ad attraversare distanze che sembrano impossibili.
E oggi, sapere che quelle parole vengono lette da ragazzi che non conosco mi fa pensare che quel filo abbia continuato a viaggiare.
Io ho iniziato a scrivere perché non riuscivo a parlare.
Oggi scrivo perché ho scoperto che alcune parole, proprio quelle che facciamo più fatica a pronunciare, possono arrivare molto più lontano della nostra voce.
Forse è questo che fanno le storie.
Prendono qualcosa che appartiene a una sola persona e, lentamente, lo trasformano in qualcosa che può appartenere a tutti.
E forse è anche questo che significa Un tè tra due cieli: scoprire che, anche quando perdiamo qualcuno, quando lasciamo un luogo o quando ci sembra di essere divisi tra due mondi, esistono legami che non conoscono distanza.
Basta una tazza di tè.
Un ricordo.
Una parola.
E qualcuno, dall’altra parte, disposto ad ascoltare.