I libri pubblicati dalle autrici

Occhi foresta Recensione di Giovanna Pandolfelli

Scritto da Segreteria il 21 Maggio 2026

di Giovanna Pandolfelli

Occhi foresta di Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez, pubblicato da Capovolte Edizioni nel 2026, è un libro che scava nel tempo, nella memoria, nella storia familiare dell’autrice. Sono occhi che si immergono nella giungla di ricordi antichi, rimossi, per farli riaffiorare dalla terra che li ha sepolti. E gli occhi, si sa, sono lo specchio dell’anima. Questo libro è un rito di discesa negli abissi del profondo psichico, una catabasi intima e femminile.

Aliaga Chávez è stata vincitrice del Concorso Lingua Madre 2020 con il racconto Mille e una luna in cui narra gli antefatti, la sua prima infanzia in Perù, la solitudine per la lontananza della madre emigrata in Italia, fino alla sua stessa partenza, a otto anni, per ricongiungersi con lei e il ritorno nei paesaggi di quando era bambina, una volta diventata adulta. Il romanzo Occhi foresta prosegue questa ricerca autobiografica e raccoglie le confidenze della nonna, cresciuta a Sucre, piccolo paese delle Ande sospeso tra altitudine e memoria, la cui terra è generosa di huacos, manufatti preispanici simbolo di una cultura antica, ancestrale e dalle radici profonde. Proprio come i huaqueros, figure tradizionalmente maschili, legate all’idea di colui che custodisce il legame con gli antenati e con il sottosuolo sacro, Aliaga Chávez dissotterra il passato diventando la prima huaquera metaforica della propria stirpe, cercatrice di reperti della propria archeologia familiare. Per questo Occhi foresta è anche un libro politico che reclama il diritto delle donne di attraversare l’oltretomba e di nominare gli antenati.

I huaqueros sono coloro che hanno il compito di mantenere immortale la memoria precoloniale […] storia inventata dai huaqueros maschi per escludere le donne dalle avventure sotterranee nell’oltretomba.

In Occhi foresta l’archeologia non riguarda soltanto gli antenati o le tracce del passato, ma qualcosa di più profondo e interiore. Dentro la parola stessa risuona arché, l’origine, il principio, la stessa che ritroviamo negli archetipi. Così l’autrice, scavando nella memoria familiare, riporta alla luce figure femminili universali: la madre, la guaritrice, la figlia che attraversa gli abissi per diventare donna, l’abuela (nonna) ovvero l’antenata custode della memoria familiare.

Il lutto migratorio

Aliaga Chávez travalica il confine della tradizione patriarcale e scende negli abissi della propria genealogia. È un’archeologia dell’anima che dissotterra ciò che per generazioni è rimasto sepolto nel silenzio, attraversa le linee spezzate della famiglia, interroga gli antenati, raccoglie frammenti, omissioni, ferite in un viaggio simbolico che si traduce in un vero e proprio un atto di cura. La scrittrice si fa curandera di se stessa, guaritrice, ma anche delle ferite familiari, e di sua nonna, Adela di cui ricostruisce le vicende di vita. Come la Tejedora, tessitrice dei racconti popolari andini, tesse la trama narrativa intrecciandovi rimedi, rammendando strappi e lenendo il dolore, affinché le radici familiari danneggiate dalla migrazione possano ritrovare forza.

La migrazione, infatti, non coinvolge solo chi la vive in prima persona, ma anche chi resta. La migrazione è un fatto collettivo, familiare e sociale, può estendersi sia trasversalmente che verticalmente sulla linea transgenerazionale, come sottolinea lo psichiatra Joseba Achutegui, teorico della Sindrome di Ulisse. Tale sindrome indica un disagio psichico complesso e specifico che può ravvisarsi nello stato mentale del migrante. Diverso dal lutto per la perdita di una persona cara, la Sindrome di Ulisse descrive un lutto causato dalla distanza che si protrae nel tempo, rinnovandosi ad ogni richiamo di memorie, ad ogni contatto, ad ogni visita.

Chi parte spesso porta con sé una frattura invisibile: cambia lingua, paesaggio, abitudini, ma il corpo continua a custodire memorie che non riesce più a nominare. Per questo il viaggio dell’autrice assume un valore universale. Scendere nelle profondità della propria genealogia significa tentare di ricucire quella distanza tra ciò che si è diventati e ciò da cui si proviene. In questa prospettiva, Occhi foresta può essere letto come un processo di individuazione junghiana. Come Kore, la giovane fanciulla della mitologia greca che osa scendere negli abissi dell’anima per diventare donna. Kore che, entrando nel regno sotterraneo, smette di essere soltanto figlia e si trasforma in Persefone, regina degli abissi. Anche Aliaga Chávez sperimenta una metamorfosi analoga, attraversando la selva oscura di dantesca memoria per uscirne con uno sguardo diverso sulla propria realtà di donna e di italiana con origini altre.

La maschera bianca

La prosa di Aliaga Chávez, poetica ed incisiva al contempo, esprime un’ostinazione al non voler volgere lo sguardo altrove, al voler capire fino in fondo, al voler attraversare quella foresta che non è geografica, ma interiore: intricata, oscura, piena di radici interrotte da ricucire. In Occhi foresta la cura è un doloroso processo di riappropriazione di sé. L’autrice attraversa il trauma dell’emigrazione, della marginalità sociale e razziale, ma anche quello della ingiustizia di genere giungendo a dichiarare l’amore per la mia subalternità.

Il romanzo mostra infatti la violenza sottile che implica il processo di assimilazione secondo il quale chi migra sente di dover rinunciare a frammenti della propria lingua, a nascondere parti delle proprie origini per essere accettato da una cultura che si percepisce dominante soltanto grazie al proprio prestigio economico.

Quante volte mi sono vergognata delle mie origini umili senza potere di scambio confessa l’autrice. L’assimilazione pretende la cancellazione della differenza; l’integrazione, al contrario, dovrebbe permettere ad ogni individuo di esistere interamente, senza mutilazioni identitarie. Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato ad indossare la maschera bianca per ottenere riconoscimento: Ho dissotterrato la candela magica che illumina l’alterità, la maschera bianca che copre la mia pelle scura, il potere rivoluzionario del sapere.

La conoscenza di sé, delle proprie origini, delle radici diventa così gesto politico e terapeutico insieme. La ferita della migrazione appare anche come esperienza di radicale solitudine, la solitudine di chi migra da un Paese all’altro, da un mondo verso un altro, sospesi in una terra di mezzo dove si teme di essere ridotti a stereotipo, a superficie leggibile dagli altri: la violenza che più temevo era di essere immortalata in un’immagine distorta della mia diversità, della mia alterità abitata da segreti cauti e silenziosi. Nessuno scatto potrà mai ridurre la mia complessità.  

Una e mille

La cura allora coincide con il diritto a restare complessi, a non essere semplificati. Attraversando l’abisso della memoria la scrittrice riesce, infine, a riconciliarsi con la propria storia: Nell’abisso della mia storia ho rimosso alcune paure, curato ferite d’infanzia ancora aperte e riabbracciato il mio passato.

Dalla saggezza dell’abuela rimasta in Perù, Aliaga Chávez apprende infine che l’identità non è qualcosa di fisso o univoco, ma una molteplicità viva fatta di fratture e trasformazioni: Tu sei come la luna, mille e una sola.

Essere mille e una sola significa sottrarsi alla violenza delle definizioni rigide, rifiutare l’obbligo di scegliere una sola appartenenza e accettare la complessità in quanto forma di interezza. Chi migra, chi attraversa mondi rispecchia il proprio sguardo in quello della luna che esiste nella molteplicità e nell’ambiguità delle sue forme, ciclica, trasformativa, emblema antico del femminile.