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Tagliare con cura Il testo di Marinella Dela Rosa a “Donne 20/80+”

Scritto da Segreteria il 08 Maggio 2026

L’autrice CLM Marinella Dela Rosa ha partecipato al dialogo intergenerazionale del progetto Donne 20/80+ organizzato da SeNonOraQuando?Torino per far incontrare donne di età diverse, dai 20 agli 80 anni e più. Uno scambio di esperienze tra persone che fuori dalla sfera privata fanno fatica a dialogare, ad essere riconosciute.
Ad ogni incontro narratrici di almeno 5 generazioni, una per decade, propongono un racconto ispirato al tema comune che fa da linea guida: il 7 maggio al Flashback Circolino hanno parlato di cura, insieme all’autrice CLM, Francesca Piazza, Chiara Priante, Francesca Martinengo, Pina Sgambellone.

Di seguito il testo di Marinella Dela Rosa.

Tagliare con cura. Riflessioni sulla cura e i cambiamenti

Ho 28 anni, due mesi e qualche giorno… e mi sono rasata la testa.

Detta così sembra l’inizio di una confessione, o di una fase particolarmente creativa (o particolarmente instabile, dipende dai punti di vista). In realtà no: è solo uno dei tanti modi in cui ho provato, negli ultimi tempi, a capire cosa significhi davvero “prendersi cura”.

Spoiler: non basta cambiare taglio di capelli. Nemmeno drasticamente.

E allora, da lì, mi sono chiesta: ma questa benedetta “cura”, a cui pensiamo così spesso, cos’è?

È una coccola? Una disciplina? È un’emozione che si prova? È bere due litri d’acqua al giorno e ricordarsi di meditare e fare yoga?

Ad un certo punto, riflettendoci, ho capito che sì, la cura per me è tutto quanto questo e soprattutto anche un sentimento. Non nel senso romantico del termine, ma più come un sentire concreto, radicato nelle parti più segrete, delicate e profonde: una specie di “lo so” interiore, anche quando in realtà non sai spiegarti niente. Un tipo di consapevolezza “superiore” che si manifesta e percepisce solo quando sei davvero pronta a vederla ma soprattutto a viverla direttamente.

E proprio da questa consapevolezza emerge una verità, anche se un po’ scomoda: niente cambia se non cambia niente dentro. E forse io, come altre anime, ho provato più volte a fare il contrario: cambiare fuori, sperando che dentro si adeguasse per magia. Nuove abitudini, nuove prospettive, nuovi inizi il lunedì mattina… e poi, puntuale, ritornavo a quella stessa versione di me stessa, solo con un aggiornamento nuovo del mio amato caos interiore.

Il problema, infatti, è che sapere cos’è la cura non significa saperla praticare. Un po’ come sapere che dovresti dormire otto ore, ma alle tre di notte sei ancora lì a farti mille viaggi mentali o a riviverti scene del passato immaginando finali diversi.

La cura può essere una coccola ma non è sempre una carezza: è più tipo uno schiaffo doloroso ma utile, che rigenera e risveglia, come una conversazione onesta con chi ti vuole davvero bene e non ha paura di mostrarti le cose come stanno. È dire a te stessa “questa cosa non ti fa bene” e poi, possibilmente, fare qualcosa a riguardo, oppure sapere non che ti fa bene ed accettarlo prima di tutto.

È mettere limiti sani, come salvagenti in mezzo all’oceano, anche quando dire di “no” sembra più complicato. È restare, quando scappare sarebbe più facile. O il contrario: è andare e lasciar andare, quando restare diventa solo un’abitudine travestita da sicurezza. È una chiave che apre nuove porte.

E così, andando più a fondo, per molto tempo ho pensato che la cura fosse qualcosa che arriva da fuori, dagli altri: qualcun altro che non sei tu, che ti vede, ti sceglie, ti capisce. Quando succede, è molto bello, ma sembra che manchi sempre qualcosa, una parte, la parte più profonda e viscerale, dove sei tu che scegli e ti scegli, sei tu, che curi Te.

E proprio perché è un processo vivo, la cura, nel suo percorso, così come noi, passa necessariamente attraverso diversi ostacoli.

Osservando, attraversando. Ad esempio, mentre cercavo di scrivere questo testo sul prendersi cura — tema che sento molto vicino e mi sta a cuore — mi sono ritrovata davanti a un muro gigante. Da una parte, un foglio bianco da riempire, a cui dar vita, Dall’altra, ostacoli/blocchi personali che sembrano muraglie così insormontabili da superare.

Giorni a pensare, girarci intorno, a farsi gusti e aspettative sul come scriverlo, a cercare di renderlo leggero, ironico, “piacevole” da leggere… ma niente. Il vuoto. Come se la cosa più importante fosse la destinazione e non il viaggio. O peggio: parole che suonano bene ma non sono sentite, parole che si proteggono e hanno paura di uscire. Ma poi, proprio lì, capire che la cura parte esattamente da questo, proprio da qui, da dove puoi sentirti al sicuro… Che è importante.

Ed è a quel punto che ho capito che la vera cura, in quel momento, non era scrivere bene. Era fermarsi e guardare quel blocco destabilizzante ed il vuoto sconvolgente che creava. Forse con meno giudizio, autogiudizio. Fermarsi, stare ed osservare.

Osservare, senza far finta di niente, ma porre la giusta attenzione: un gesto di cura. Osservare, aspettare, senza fretta di capire.

E poi, lentamente, qualcosa si muove…

Avere cura, avere pazienza, e poi qualcosa improvvisamente nasce.

Così, quasi come conseguenza naturale di questo movimento interiore, ad un certo punto ho anche rasato i capelli. Un gesto poco riflettuto ma fortemente sentito da dentro, un’energia incontenibile pronta ad esplodere e concretizzarsi.

Dunque, forbici e rasoio in mano, insieme alle mie due coinquiline Astro e Giove, mani dell’Universo che mi hanno accompagnata attraverso questo viaggio verso nuove dimensioni, andiamo alla scoperta di un bellissimo nuovo mondo intrinseco che aspettava solo di essere visto e districato. Un nuovo cerchio, una testa pelata.

Qui è successa una cosa che non mi aspettavo. Perché non è stato solo “ok, ho cambiato look”. È stato anche guardarmi allo specchio e non riconoscere subito quella che vedevo. E, a tratti, sentirmi addirittura meno donna, meno femminile. Come se avessi tolto qualcosa che per anni avevo associato ad un’energia precisa. E questa cosa mi ha spiazzata più del gesto in sé, ma allo stesso tempo mi ha resa ancora più orgogliosa di averlo fatto, perché mi ha fatto capire che sì, ormai mi stavo identificando un po’ troppo in quella forma, in quei lunghi capelli da Pocahontas, in quell’energia. Avevo bisogno di cercarmi in altri posti, prendermi cura con nuovi strumenti.

Questa chiave ha fatto comprendere un meccanismo che attuiamo, di associare la nostra identità, il nostro essere, a delle strutture precostruite, a delle apparenze limitanti, a dei simboli che non sono neanche nostri ma a cui vogliamo legarci per sentirci più al sicuro, meno sole e soli.

Allora, quando prendi il coraggio di sradicare pian piano, e poi sempre di più… senti una forte sensazione di libertà, ma al tempo stesso paura e spaesamento, sorpresa e stupore. Ti senti un po’ come Alice nel paese delle meraviglie. Persa. Tutto sembra nuovo e familiare, e nel profondo di te senti di essere nel posto giusto.

In quel momento, la cura nel confronto con un nuovo riflesso, non è stata rassicurarmi subito. Non è stata dirmi “no ma sei comunque bella, sei comunque femminile”. La cura, piuttosto, è stata restare esattamente in quella sensazione scomoda, senza scappare all’istante a ricostruire una nuova, piacevole immagine nel quale identificarmi. Era bensì lasciare che quell’energia cambiasse, si spostasse, trovasse un altro modo di esistere ed esprimersi liberamente, naturalmente.

Perché forse la femminilità — e più in generale quello che siamo — non è qualcosa che perdi togliendo i capelli, trucchi e magie; ma è qualcosa che devi reimparare a sentire totalmente, anche quando non hai più i tuoi soliti riferimenti.

Proprio così, sorprendentemente, si è creato spazio: spazio per vedermi in modo diverso, per conoscermi e riconoscermi, un’ennesima volta. Spazio, anche, per non sapere.

Si è aperta una nuova porta, un nuovo tipo di consapevolezza.

E da questa apertura emerge un’altra cosa, meno legata all’apparenza ma più al vivere, al far esperienza: accettare che le cose vanno male. Che finiscono. Che necessariamente si trasformano e possono far male, ma possono anche aprire, far crescere, curare. Perché prima pensavo che la cura servisse a evitarlo, il dolore. Come se, prendendomi abbastanza cura di me, avrei potuto non soffrire. E invece, a volte, è proprio il posto preferito della cura: il dolore, il buio, dove la sua luce riesce ad illuminare ancora più forte.

La realtà, quindi, è che la cura non ti salva dal dolore. Ti insegna a starci. Ti insegna a non scappare a gambe levate, a non coprirlo, a non mascherarlo, a non riempirlo di distrazioni.

Accettare che qualcosa è finito — una relazione, una versione di te, un momento — è una delle forme di cura più difficili da concepire. Perché spesso va contro quello che pensi che dovresti fare: trattenere, lottare, aggiustare.

E invece no. A volte il gesto più di cura che puoi fare è dire: è andata così. Lo accetto anche se fa male, e provare a stare in quella scomodità, in quel dolore, in quell’incertezza. Fare esperienza dell’esperienza, semplicemente, senza cercare subito la lezione dietro, o un modo utile per poterla definire e categorizzare. Solo… lasciarla essere. Cedere il controllo, lasciare andare.

E a quel punto qualcosa cambia davvero. Non perché il dolore sparisce, ma perché smette di essere qualcosa da combattere e diventa qualcosa da attraversare, da vivere, come tutto il resto.

E in mezzo al mare in tempesta— capelli che vanno, idee che crollano, cose che finiscono — la cura inizia a prendere una forma diversa. Molto meno perfetta, molto meno idealizzata, molto più vera, concreta, onesta.

Il cambiamento che si manifesta: non è per forza una grande trasformazione spettacolare, ma è più una serie di micro-scelte ripetute nel tempo. È ricordarsi ogni tanto, di tornare a sé. Anche dopo essersi completamente dimenticat*.

È accogliere che ci saranno momenti in cui non ti scegli. E invece di aggiungere giudizio sopra giudizio, magari limitarti a notarlo. Che, già quello, è una forma di cura. Oltre il giudizio, la gratitudine: la più pura forma di cura, che sembra sempre una parola un po’ grande, ma in realtà si infila nei dettagli. È semplicemente apprezzare la realtà così com’è, e trovarci dentro già tutte le risposte che stai cercando.

Tipo come in questo preciso momento: avere il dono di poter scrivere e condividere queste parole, di poter essere ascoltata, di poter essere. Ascolto come Cura, come una delle tantissime e colorate sfumature della cura.

Proprio in questa dimensione pluristratificata e piena di colori di cura, simile ad un caleidoscopio, abita anche la parte più superficiale, ma anche simpatica, ingenua e leggera della mia testa.

Perché prima di tutto questo nuovo viaggio, prima di cercare di capire tutto ciò da dentro e prima di riempire questo foglio bianco, oltrepassando la muraglia imponente, mi ritrovavo spesso a pensare: “ok, soluzione semplice: tatuaggio sul polso”. Così, diretto. Un bel promemoria permanente, inciso fino in fondo alla pelle.

Opzioni diversi che vagavano tra parole diverse ma tutte uguali, giocando a quale suonasse meglio marchiata sul mio corpo: solo “cura”, “la cura” con l’articolo perché sai che è quella, o ancora, “prenditi cura” azione viva, promessa a me stessa… una specie di brainstorming interiore tra il filosofico e il ridicolo, con un tono spensierato e sorridente, come se bastasse scriverlo sulla pelle per ricordarselo davvero.

Forse, in quel momento, era un modo tenero e innocente per provarci. Un modo semplice, quasi ingenuo, di dire: non dimenticartelo. Non perché io abbia capito tutto, ma proprio perché me lo dimentico. Spesso. Un modo per dire: guarda che puoi tornare qui, ogni volta. Una promessa e la responsabilità di stare nella cura, con la cura, dentro la cura. Senza dover essere perfetta, centrata, guarita o qualsiasi altra parola impegnativa. Solo essendo presente.

A ciò che c’è, dentro e fuori, e specialmente alle parti vulnerabili che richiedono più amore e cura. Come fiume che scorre intenso e rigoglioso, spensierato, libero, dolce.

Essere presente.

Anche un po’ spettinata. O con la capa rasata, che a quanto pare, può diventare un ottimo punto di ri-partenza, se lo vuoi. E come dice e canta un mio carissimo amico “Come sempre tutto scorreee”, e io aggiungerei: “Come sempre tutto scorre e si cura”.