Le autrici di Lingua Madre

Gli incipit dei racconti vincitori XXI edizione del Concorso Lingua Madre

Scritto da Segreteria il 20 Marzo 2026

GLI INCIPIT DEI RACCONTI VINCITORI
XXI CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE LINGUA MADRE

Sono nata a Bucarest, ma la Romania che ricordo da bambina è quella degli anni ’90: code per il pane, luce che andava via alle 20.00, mia madre che tornava a casa con le buste della spesa vuote e gli occhi rossi. Un giorno del ’93 ha chiuso la valigia, mi ha preso per mano – avevo nove anni – e mi ha detto: «Basta, figlia mia, con questo paese distrutto, andiamo in Italia, lì c’è lavoro».
Siamo partite con il pullman, trentasei ore, io che vomitavo sul sedile. A Milano ci aspettavano solo una stanza in affitto a Quarto Oggiaro e il turno di pulizie notturne negli uffici.
Dopo un primo periodo in cui mi sono rimessa al passo con la lingua, ho frequentato tutta la scuola media e, in seguito, tutto il liceo artistico, in italiano, con il romeno nella testa che piano piano si addormentava nella mia bocca. Quando qualcuno mi chiede da dove vengo, dico “da Milano”, perché è la verità più vera che ho.
LE FERITE DELLE MADRI, LE CICATRICI DEI FIGLI
Andreea Paula Danilescu
Romania
PRIMO PREMIO

Tuo padre ha smesso di parlare, da quasi un mese ormai. Riesci a prenderti delle ferie? Magari gli manchi solo tu, come a tutti noi d’altronde.
La mattina dopo il messaggio di mamma ho già in mano il biglietto del primo volo diretto per Milano. In meno di ventiquattro ore arriverò a casa, con solo un bagaglio a mano e tutta la paura in corpo che le grandi distanze geografiche dalle persone amate amplificano ferocemente. Porto i capelli raccolti in una coda stretta per evitare di attirare troppo l’attenzione ai controlli in aeroporto e mi accorgo per la prima volta quanto sia pungente il vento di Tokyo sul mio viso scoperto.
A casa trovo mamma, stanca. Mentre mi stringe forte, sento tutto il peso degli anni di lontananza. Un po’ mi stupisce,sono passati solo due anni, penso, e un leggero reflusso si agita nella bocca dello stomaco.
LINGUA PADRE
Aurora Leode Fadonougbo
Benin/Italia
SECONDO PREMIO

 Essere madre in Italia, da straniera, è come imparare a respirare di nuovo: l’aria è la stessa, ma entra in modo diverso. Niente è completamente nuovo, ma niente è del tutto familiare. E in quello spazio sospeso tra ciò che ero nel mio paese e ciò che sto imparando a essere qui è nata la mia seconda figlia.
Il mio parto era programmato. Niente a che vedere con quella connessione profonda che avevo avuto con l’ostetrica della mia prima figlia in Argentina. Qui, sebbene le persone siano state gentili e mi abbiano aiutata soprattutto perché ho perso due litri di sangue, ho sentito qualcosa di strano: cura sì; contenimento emotivo non così tanto.
MADRE IN TERRA STRANIERA
Brenda Soledad Carmona
Argentina
TERZO PREMIO

La pioggia, per me, non è mai stata un’amica. Non ha nulla di romantico o consolatorio, niente a che vedere con certe immagini da film in cui le gocce sui vetri sembrano poesie liquide. È sempre stata un velo grigio e testardo, che si appiccica alle strade, alle scarpe dei passanti, alle mie stanche mattinate dietro il bancone del bar. E, a volte, anche all’anima.
Quella mattina di fine autunno ‒ mi pare fosse una domenica ‒ il rumore dell’acqua era più insistente del solito: un ticchettio fitto, quasi nervoso, che rimbalzava sui vetri e trasformava il mio piccolo locale in una sorta di acquario. Pulivo il bancone con gesti meccanici, come si fa quando il corpo lavora ma la mente vaga altrove.
IL PROFUMO DEL CARDAMOMO
Carmela Caldarola
Italia
PREMIO SEZIONE SPECIALE DONNE ITALIANE

Fin da bambina ascoltavo mio nonno e mia nonna ripetere una frase in italiano che nessuno, nella mia famiglia, sapeva tradurre davvero. La dicevano sempre allo stesso modo. A volte la mormoravano durante le riunioni di famiglia, altre quando ci salutavamo dopo un lungo pranzo, e altre ancora mentre guardavano fuori dalla finestra, come se quella frase fosse un’ombra che li accompagnava da un altro tempo: «Arrivederci a Genova, se non ti vedo più… felice morte».
Suonava strana e un po’ inquietante alle mie orecchie giovani. Ogni volta che la sentivo mi chiedevo: “Cosa vorrà dire davvero?”.
Era un canto antico, un po’ storto, che ripetevo senza capire.
ARRIVEDERCI A GENOVA
Ana Paula Alfonso Lonardi
Argentina
PREMIO SPECIALE TORINO FILM FESTIVAL

Camminare in fretta d’estate a Firenze è un’impresa da sudare sette camicie (e forse pure l’ottava).
Andavo veloce come solo i fiorentini assuefatti alla bellezza della città sanno fare, attraversando senza prestare troppa attenzione al Rinascimento intorno a me. Dribblai un gruppetto di turisti distratti mentre, nella mia testa, rimbalzava un dubbio: ma voglio davvero continuare a fare la mediatrice culturale?
Per una donna nera lavorare in questo ambito è un po’ come combattere i draghi con le cerbottane.
Con addosso il peso di molte etichette: immigrata, polemica, attivista, petulante, donna difficile. Basta poco e diventi “quella pazza che non può sbagliare”. Per alcuni, io lo ero già diventata.
PIANTE E ALTRE RIVOLUZIONI
Mary Valeriano
Brasile
PREMIO SPECIALE SLOW FOOD – TERRA MADRE