Le autrici di Lingua Madre

Gli inicipit dei racconti vincitori XVI edizione del Concorso Lingua Madre

Scritto da Segreteria il 09 Aprile 2021

GLI INCIPIT DEI RACCONTI VINCITORI
XVI CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE LINGUA MADRE

Sono una straniera, ma in incognito. Nessuno lo sa quando mi incontra. La mia pelle non lo grida, i capelli castani e lisci tacciono, l’altezza media sta zitta. Forse solo lo sguardo lo sussurra un po’. Quando racconto delle mie origini le persone indagano il mio corpo e solo vagamente negli occhi individuano una falla. Un tradimento.
Il Sudamerica non l’ho mai visto, o meglio, avevo due anni quando l’ho visto. L’Argentina. È come se non l’avessi mai vista. Nella foto del passaporto ho un codino, proprio sopra la testa, che spara un ciuffetto di capelli in alto, come una fontana, e il colletto bianco del vestito blu spunta da sotto il collo. Italiana. Perché? Perché mio padre, nato e cresciuto in argentina, ha genitori italiani e io sono nata qui. In questa terra. Italiana.
Come l’ho scoperto di essere straniera? Non lo so. Ho sempre saputo che mia madre è argentina. Ma di essere straniera no, non lo sapevo.
Alle elementari dovevo prendere ripetizioni di italiano per via delle doppie. In spagnolo non si pronunciano e io a casa avevo quello nelle orecchie. Una lingua senza doppie. Non le sentivo e non le scrivevo. È stato solo dopo tanti anni, all’università, quando ho incontrato per caso la mia migliore amica di quei tempi che scoprii una cosa strana.
Eravamo la classe ghetto.
Noi?
Marocchini, cinesi, africani. E poi c’ero io: la sudamericana. Questa cosa non l’avevo mai saputa, non ci avevo mai fatto caso. A me era sempre sembrato normale che si potesse venire da Paesi diversi.
LA STRANIERA SEGRETA
Natalia Marraffini
Argentina
PRIMO PREMIO

Nel corso di quest’anno, le tragiche morti causate dalla pandemia mi hanno fatto ripensare spesso ai nonni che non ci sono più. Lontani dalle loro famiglie stabilitesi da tempo in Italia, negli ultimi anni della loro vita in Cina devono aver provato un senso di separazione e solitudine simile a quello delle persone, soprattutto anziane, che sono state portate via dalla pandemia. Una malattia, quella da COVID-19, che ha provocato milioni di vittime in tutto il mondo, molte volte senza neppure la possibilità di un ultimo saluto.
Avevo poco più di tre anni quando alla fine degli anni Ottanta giunsi a Milano da un piccolo paesino del Zhejiang, a sud-est della Cina, insieme ai miei fratelli gemelli, di due anni più grandi di me, e alla mamma che ci era venuta a prendere. Lei e nostro padre si erano trasferiti in Italia poco dopo la mia nascita, e così io e miei fratelli eravamo stati cresciuti dai nonni, in due villaggi separati dalle montagne nebbiose e da strade tortuose. Loro stavano coi genitori di papà, mentre io ero stata affidata ai nonni materni insieme ad altri cugini. Nonostante fossi molto piccola, alcuni ricordi sono rimasti indelebili nella mia memoria. In particolare il ricordo del nonno, che lavorava la terra come tutti gli abitanti del paesino.
IN CERCA DI UNA HEIMAT
Lala Hu
Cina
SECONDO PREMIO

Ognuno di noi ha una storia da raccontare e non vi sono storie più importanti di altre; si caratterizzano per le esperienze vissute che le contraddistinguono dal resto. Ognuno di noi, dunque, potrebbe raccontare la propria, condividere il proprio bagaglio di sofferenze, gioie, soddisfazioni e delusioni, vittorie e sconfitte. Ma è un passo da audaci, non è da tutti, poiché ci mettiamo a nudo davanti all’ascoltatore, gli facciamo indossare le nostre stesse scarpe e gli facciamo ripercorrere la strada della nostra vita dall’inizio.
Innanzitutto il mio nome è Noreen, sono nata il 12 giugno del 2002 nella città di Faisalabad, in Pakistan. La mia città natale si contraddistingue dalle altre, a parer mio, per la sua vivacità di colori, il traffico esasperante e soprattutto per la torre dell’orologio, chiamata anche Ghanta Ghar, monumento storico in piedi dal periodo del raj britannico. Sono cresciuta nel mio Paese fino ai miei sei anni. Ho frequentato la scuola privata, poiché la mia famiglia poteva permetterselo, e sin da piccola mi è sempre piaciuta, essendo sempre stata molto curiosa: da bambina assillavo sempre mia madre con un’infinità di domande, alle quali a volte rispondeva, altre alzava lo sguardo al cielo e stanca cercava di ignorarmi.
QUESTO È IL TUO COMPITO E POSTO
Noreen Nasir
Pakistan
TERZO PREMIO

Corri Concetta, corri! Tuo padre sta rientrando con la provvista di legna per la sera e tua madre, come il faro rosso del molo vecchio, già guarda in fondo al viale: «La scema non torna! Non torna!». Aggiustati il vestito, Concetta, che quella se ne accorge. Le vede le pieghe che si sono fatte nella stoffa mentre ti abbracciavi a Nuccio, sul muretto dietro alla chiesa. E sente l’odore, quella, tua madre, sente l’odore della libertà e te lo strappa insieme al vestito. L’hai cucito tu, Concettina, col lumino a olio di sera, di nascosto. Ti sei fatta il ricamino pure. Corri adesso però, il sole è tramontato dietro agli ulivi, gli uomini hanno accarezzato gli animali e si sente già l’odore di cenere nell’aria. Togliti le scarpe e corri più veloce. La senti la voce di tua madre che grida, lo vedi tuo padre sotto il fico che fuma? Preparati Concetta, perché vedranno Nuccio negli occhi tuoi e lo vorranno distruggere. Che ne so, digli della Santina, che voleva una mano con il paniere delle uova, o del prete, che bisognava spazzare la sacrestia. «Eccola, la solita scema! Vieni qua! Vai a togliere i ceci dal fuoco, scema!».
Fa male Concetta, lo so. In piedi sullo sgabello di legno, in bagno, ti guardi allo specchio. Hai la pelle di una bambina, bianca bianca, perché nei campi a lavorare non ci vai e i tuoi capelli sono fitti e lunghi, del colore delle castagne. Peccato per quel nero attorno all’occhio, te lo porti per giorni, ogni volta, e ci dovrai mettere una ciocca di capelli sopra e il fazzoletto. Chissà che deve dire Nuccio ora che ti vede.
ZERMA ZITELLA
Lorena Carbonara
Italia
PREMIO SEZIONE SPECIALE DONNE ITALIANE

Famiglia separata: io con i miei bambini, la mia casa, il mio lavoro (che mi piace), i parenti, gli amici; lui lontano, in Italia per lavoro. La sua essenza la sopportavo facilmente, o meglio, ero una che aveva controllo su tutto. Ero una madre leonessa: due bambini piccoli e il lavoro. E riuscivo a gestire tutto senza fatica.
Una sera, all’improvviso, una chiamata di mio marito: o venite qua o ci separiamo, io non ce la faccio più. E tutte le sue motivazioni. La sua chiamata mi ha irritata. Ma come!? Non hai un lavoro stabile? Vivi in un monolocale, va bene, ma avevamo un progetto, prima dovevamo risparmiare! E poi facciamo il passo importante. Perché con i bambini non è facile e poi, perché questa premura? Lasciare tutto! Ma niente, la sua autocommiserazione… A tutti costi voleva che noi stessimo insieme. Lo capivo, certo, io li devo capire tutti!
E adesso devo dire a tutti che tra due settimane dobbiamo andare via.
L’unica contenta era mia figlia Iva di undici anni. La sua faccia era tutta felice, i suoi occhi azzurri sono diventati ancora più lucidi. Evviva, andremo in Italia! Non poteva neanche immaginare che la vita non pianificata per bene non sarebbe stata dura, ma durissima. Quanto mi dispiaceva.
LA FELICITÀ È CASA
Elizabeta Miteva
Macedonia
PREMIO SPECIALE SLOW FOOD-TERRA MADRE

Quando qualcosa ti coglie all’improvviso e manda a monte tutti i tuoi piani, anche se non ne hai mai programmati, fatichi a respirare. Inizialmente affronti tutto: la noia, la paura e la preoccupazione con tutte le armi a tua disposizione, cercando di inventare nuovi modi per sfidare ciò che ti accade. È bastato solamente un mese perché tutto ciò iniziasse a far parte di te e a toglierti ogni respiro.
20 Marzo 2020
Mi sveglio sentendo la voce di mio padre e di mia sorella ma facendo fatica ad alzarmi torno a dormire. Ed ecco che mi risveglio e mi riaddormento. Decido di alzarmi definitivamente un mese dopo, ma con un gran senso di delusione e la fatica immensa di chi ha lavorato tutta la notte.
ASPETTANDO LA PRIMAVERA
Rajae El Jamaoui
Marocco
PREMIO SPECIALE TORINO FILM FESTIVAL

Si sedette per scrivere una lettera a suo figlio. Lisciò la carta, che era quella del pane, temperò la matita e si fermò a pensare. Cos’è che voleva dire? Cosa era più urgente? Così tanto, non sarebbe entrato in una carta da spesa come quella. Avrebbe parlato dell’assenza, della nostalgia, del freddo, della fame di vederlo, di sentire il suono dei bambini che ridevano, correvano, “nonna, ti amo, nonna, ho litigato con il babbo perché non voleva venire qui oggi…”. Dirlo? Chiedere? No, chiedere no. Domandare se stava bene, se la moglie stava meglio, se la nuova casa era grande, se gli piaceva quella città, se non poteva venire più spesso, perché, figliolo, tua madre non è più giovane, ci sono tegole rotte sul tetto, piove un po’ dentro casa, è arrivata una lettera dal Comune che non riesco a capire, mi chiedono di andare lì, e una lettera dalla banca che vuole sapere se sono viva. Rise fra sé, dover dimostrare di essere viva per riceve la misera pensione.
LA LETTERA
Vera Lúcia de Oliveira
Brasile
PREMIO SPECIALE GIURIA POPOLARE