Le autrici di Lingua Madre

X edizione: le biografie delle vincitrici

Scritto da Segreteria il 24 Marzo 2015

Francesca Paola Casmiro Gallo nasce a Cusco, in Perú, nel 1982. Adottata da genitori italiani, si è trasferita a Roma, dove ha studiato – presso la Facoltà di Lettere e Filosofia – Critica Letteraria e Letteratura Comparata. Dopo un’esperienza come lettrice d’italiano in Spagna, grazie al Servizio Civile Internazionale, è partita per il Guatemala e ha lavorato con le donne indigene. Successivamente, ha ricevuto per tre anni borse di studio del Consejo Nacional de Ciencia y Tecnología (Messico) che le hanno consentito di approfondire la problematica dei bambini che vivono in insediamenti urbani nella periferia estrema di Tuxtla Gutierrez, in Chiapas. Attualmente si sta preparando per il concorso di dottorato, con l’obiettivo di proseguire il percorso di ricerca. Il suo racconto, Donne fatte di mais e spighe di grano, ha vinto il Primo Premio del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per la capacità di raccontare, con la forza del realismo magico sudamericano, l’origine e il vissuto familiare dell’io narrante, con l’esito di valorizzare la tradizione, la storia, il radicamento in Italia. Per lo sguardo attento ai segni della storia nella contemporaneità – sia peruviana, sia italiana – con riferimenti alle discriminazioni perpetrate ai danni della popolazione india. Per la capacità di riportare con vitalità, sogni, speranze, destini, genealogie femminili, con la certezza di avere un corpo custode di altri cammini e di altre esperienze. Nel racconto si legge la natura che si esprime nella donna, nel cibo e nel paesaggio. Le storie delle madri e dei luoghi, le migrazioni interne ed esterne s’intrecciano con grande maestria. Le coordinate spazio-temporali, com’è tipico di questo genere di letteratura, si fanno fluide e curve, come un abbraccio. Opportuno l’impiego delle forme dialettali, che danno alla narrazione vivaci pennellate di vita quotidiana. La vicenda, costruita su destini incrociati, crea un ponte tra due emigrazioni diverse (per tempo, luogo e circostanze) eppure così simili nelle risonanze interiori delle protagoniste. Il racconto è scritto con una lingua consapevole e contaminata».

 Sabina Gardovic nasce il 7 aprile del 1974 a Sarajevo e vive in Italia dal 1992. Durante il periodo della guerra in Bosnia ed Erzegovina ha svolto attività di volontariato come interprete e mediatrice culturale, assistendo famiglie profughe in Piemonte. Ha conseguito una laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l’Università degli studi di Torino, in collaborazione con il dipartimento di Storia della musica. In seguito a una lunga esperienza maturata nel campo amministrativo e come traduttrice, ha intrapreso un percorso legato al mondo infantile. Dopo quindici anni vissuti in Piemonte, si è trasferita a Trieste, dove oggi risiede. La passione per la musica classica, la letteratura e il canto corale, si accompagna a quella per la poesia, nata – come lei stessa rivela – dalla sua forte attrazione verso l’autenticità/verità, nelle cose e nelle persone. Il suo racconto, L’assedio, ha vinto il Secondo Premio (Premio Speciale Consulta Femminile Regionale del Piemonte) del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per la grande capacità narrativa di raccontare il percorso intimo dell’attraversamento del dolore in modo evocativo, nello scenario della quotidianità italiana da cui – in controluce – traspaiono il dramma e la sofferenza della Sarajevo degli anni Novanta. I drammi che le guerre comportano sono delineati con struggente delicatezza  nei vari livelli  in cui si dipana la narrazione dall’intimistico al descrittivo. Il racconto è un tentativo di dare corpo al reale, di riconquistarlo, di rimettere assieme i pezzi chiedendo aiuto all’arte, alla bellezza. Tutto è sfiorato, delicato, accennato: ma la forza sta nel recuperare il passato ancorandosi al presente, senza tentare un ritorno. Il fatto oggettivo, l’assedio, fa da sfondo alle dolorose emozioni che suscita in chi lo deve subire. Protagoniste sono dunque le emozioni, e a registrarle non è la mente bensì il corpo, che diventa il testimone della sofferenza. Le sue reazioni hanno tanto più efficacia in quanto sorprendenti e incontrollabili».

Nseki Aline Kabwiku nasce il 30 novembre del 1986 a Kinshasa, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo. All’età di sei anni, insieme alla sorella di nove, ha compiuto il viaggio verso Roma, città che le ha permesso di conoscere per la prima volta i suoi genitori. Di sé racconta: «In questi anni ho cercato me stessa e le mie radici in ogni dove e la scrittura è sempre stata la bussola del mio essere. Ho iniziato a voler raccontare di me e degli altri quando mio padre mi regalò il primo diario a dieci anni e da allora, questa è un’esigenza che non mi abbandona mai». Oggi studia Antropologia all’Università Sapienza di Roma e violoncello al Conservatorio di Musica di Perugia. Il suo racconto, Il volto della luna, ha vinto il Terzo Premio del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per il fascino che riesce a trasmettere questo racconto dal sapore antico, pieno di magia e domande preziose sulla vita. Tra realtà e finzione, è una leggenda locale e universale, che affronta il tema del male e pone la soluzione su un piano al tempo stesso femminile, materno e altro, sovrumano. Una bella storia raccontata senza complicazioni e con chiarezza, che parla della forza che ci può dare l’amore, delle vite, delle fatiche e abitudini lontane, della luna, che pur sempre la stessa per tutti, in qualche paese lontano a quelli che la guardano, parla dell’amore e della speranza».

Laura Grimaldi nasce a Roma il giorno di Natale del 1988 e lì vive tuttora. Amante fin da piccola di libri e cinema, ha conciliato le sue passioni prima laureandosi in Lettere e poi diplomandosi in Sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha vissuto per un anno in Spagna, per poi tornare in Italia, ma con una voglia ancora più grande di ripartire. Oggi lavora per Rai Fiction come consulente autrice, si dedica a progetti di documentari e film di finzione e programma tutti i viaggi che ancora sogna di fare. Il suo racconto, Vodka, ha vinto il Premio Sezione Speciale Donne Italiane del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «La scelta della doppia voce narrante rivela uno dei significati principali del racconto, che non ha nulla di edulcorato e conciliante; anzi, mette al centro l’irriducibilità della differenza, il non dialogo. Ci sono due ragazze che appartengono a mondi diversi e non si piacciono, a cui si aggiunge una terza ragazza semplicemente richiamata alla memoria, che però dà senso a tutto il racconto, che è alla fine una storia di violazioni. Molti dettagli forti – la vodka, le patate da raccogliere, i guanti di gomma dura – danno spessore ai due personaggi, che si scoprono uniti quando subentra un’alterità ancora più irriducibile, il maschio violento. La composizione è originale ed efficace. Il linguaggio maturo, il ritmo a due ben scandito, il tono emoziona e coinvolge. In un crescendo che sfocia coerentemente nella tragica conclusione, si mette in rilievo la solitudine, il dramma di legami e ambienti degradati, ma anche la risorsa di un’amicizia nata in un humus devastato».

Slobodanka Ciric nasce nel 1961 a Belgrado in una famiglia operaia e, giovanissima, si afferma come una delle più conosciute paroliere dei più importanti musicisti jugoslavi. La sua immigrazione in Italia ha coinciso con l’aggressione alla Jugoslavia, e il dolore provato l’ha spinta a farsi portavoce del suo popolo. In Italia le sue opere hanno ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio  Caputo Brut, il Premio Internazionale per la Poesia Umanistica Città di Venezia, il Premio speciale Eudonna. È stata finalista del Premio Città di Gaeta e si è classificata al II posto del Premio L’Iguana. Tuttora è molto attiva nella realizzazione di importanti progetti di solidarietà con il popolo jugoslavo. La sua fotografia, La rosa di carta, ha vinto il Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Un’immagine costruita, una rosa di carta sovrapposta a un’acquaforte del Settecento di Piranesi. Un fiore, colorato, manufatto dei nostri tempi realizzato da un detenuto del carcere di Poggioreale appoggiato su una stampa che data oltre due secoli e mezzo, un vortice di scale dominato da toni grigi, plumbei, cupi, come può essere la vita di ogni giorno in una casa circondariale. Un soffio di speranza tenue, fragile, quasi a spezzare la durezza dell’acquaforte e di quanto essa riesce a evocare».

Olga Alexandrovna Dzhulai nasce a Kiev, in Ucraina, il 4 dicembre del 1976. Diplomatasi all’Accademia di Belle Arti della sua città d’origine, ha lavorato per dodici anni per la televisione, iniziando come giornalista e facendo nel tempo carriera, fino a diventare produttrice di progetti sociali. Al momento vive in Italia e collabora con alcuni canali televisivi dell’Est Europeo. È madre di due figli, nati da un matrimonio oggi finito. Il suo racconto, La madrepatria, ha vinto il Premio Speciale Rotary Club Torino Mole Antonelliana del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Il racconto mette in risalto il senso di apolidia di chi, per necessità o anche per scelta, si trova a vivere in un Paese diverso da quello in cui si è nati, dove però è possibile ritrovare un nuovo punto di partenza e sentire come proprio, lo Stato dove “sei cresciuto, dove abiti, dove trascorri i giorni dell’infanzia e dove sviluppi la comprensione delle regole di questo mondo” (la nuova “Madrepatria”). Tutta questa nuova consapevolezza però non è raggiunta con un atto di incondizionato amore, ma con il recupero della memoria, (la conservazione del diario della madre), e con l’elaborazione delle sue vicende tragiche e dolorose sullo sfondo di un Paese, l’Ucraina, purtroppo recentemente scosso da grossi conflitti interni, anch’essi sostanzialmente conflitti “di identità” che, ad oggi, paiono lungi ad essere risolti in tempi rapidi. Il racconto mette in evidenza, con semplicità ma con efficacia, uno spaccato di vita “europea” (l’Ucraina è Europa) degli ultimi trent’anni che è doveroso e importante conoscere».

Leyla Khalil, italo-libanese, nasce a Roma il 30 agosto 1991. È mediatrice culturale e ha pubblicato racconti e poesie in antologie per Edizioni Ensemble, Giulio Perrone, L’Erudita, Ediesse, Guasco, Seb27. Appassionata di narrativa e cucina, tiene due rubriche settimanali su facciunsalto.it: “Cosa borbottano le pentole” e “La Grasse Matinée”. Ideatrice del progetto di scrittura “Fast Writing, scritti di rapida consumazione”, ha curato per Edizioni Ensemble la prima raccolta di racconti incentrati sui fast-food come nonluoghi e sta lavorando a nuovi sviluppi sul tema. Il suo racconto, Ricordi congelati, ha vinto il Premio Speciale Slow Food-Terra Madre del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Per la profondità dei temi trattati. Morte, cibo e lingua madre. La memoria di Tèta, la nonna della protagonista, è conservata nel freezer, sotto forma dei mille cibi che Tèta congelava. Nel racconto emerge la difficoltà della comunicazione in lingue diverse, dove i nipoti hanno perso, per la più parte, il contatto con la loro lingua madre e non possono che esprimere queste memorie per tentativi ed errori. Lo stile è maturo, incisivo. Il racconto potente».

Amazona Hajdaraj Bashaj nasce in Albania il 23 giugno del 1975 e vive in Italia dal ’92.  Sposata e con due figlie, di 21 e 11 anni, nel 2007, grazie ai corsi serali, ha terminato gli studi in Ragioneria e frequentato un corso per la qualifica di tecnico aziendale. Dal 2008 lavora presso uno Studio Associato di commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro, come impiegata contabile. Attualmente è al secondo anno di Scienze Politiche presso l’Università di Torino. Scrive poesie, racconti brevi in albanese, alcuni tradotti in italiano, e racconti per bambini in italiano, i quali sono editi online su Albania News. Ha vinto il terzo premio della poesia in Albania lo scorso anno e nel 2001 ha pubblicato una raccolta di poesie in albanese, e altre opere collettanee con poeti albanesi. Fa parte delle associazioni culturali “Shkodra life” e “Gheg e Tosk” (italo-albanese). Il suo racconto, Cara mamma, ha vinto il Premio Speciale Torino Film Festival del X° Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con la seguente motivazione: «Nonostante l’assoluta brevità ed essenzialità del testo, il racconto riesce a tratteggiare due fisionomie forti e combattute e a costruire un abbozzo di storia; lavorando solo sugli sprazzi della memoria, su immagini veloci che emergono dal passato, l’autrice individua con esattezza una condizione umana dolorosa e non cerca scampo nella consolazione di generici buoni sentimenti».

Maria Abbebu Viarengo – italo etiope – nasce nel 1949 e vive in Italia da più di quarant’anni. Insieme ad altre donne, dà vita al Centro Interculturale delle donne AlmaTerra di Torino e ne diventa presidente. Ha collaborato alla stesura del libro Uguali e Diversi (Rosemberg&Sellier 1991) e di alcune pièces teatrali. È stata collaboratrice del mensile d’informazione “L’Indice”, oltre ad aver elaborato nelle scuole di ogni ordine e grado percorsi di educazione al concetto di interculturalità e di pace. È sposata, ha due figlie e due nipoti e di sé dice: «la biografia della mia vita affettiva, sociale, artistica, lavorativa è assai lunga, come credo sia quella di ogni persona della mia età che non è stata a guardare il mondo, ma lo ha vissuto in prima persona». Il suo racconto Mia cara figlia ha vinto il Premio Speciale Giuria Popolare del X Concorso letterario nazionale Lingua Madre.