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Una riflessione per la Giornata dei Babyloss

Scritto da Segreteria il 16 Ottobre 2015

Condividiamo una riflessione arrivataci ieri, 15 ottobre, in occasione della Giornata dei Babyloss, per rilanciare e aprire un dibattito sul tema, accogliere suggerimenti, far circolare opinioni… Grazie a Margherita per averci scritto!

“Carissime,
condivido con voi questa riflessione/ricerca:

Il vocabolario italiano, che di solito si contraddistingue per le affascinanti sfaccettature etimologiche, in alcuni frangenti rimane senza parole.
Non esiste una parola per dire “stillborn” – il bambino che rimane fermo nella nascita.
Non esiste una parola per definire i genitori che rimangono senza un figlio.
Esiste in ebraico e ne è stata rintracciata una in un antico racconto arabo (un guerriero sfida i nemici dicendo: “Si faccia avanti chi vuole che stasera la propria moglie siavedova, i figli orfani e la propria madre thakla.”). Una mamma americana, Karla FC Holloway, per definire il suo stato ha attinto dal sanscrito la parola “vilomah”, che letteralmente vuol dire “contro l’ordine delle cose della natura”.
Una lingua incapace di esprimere una condizione ne acuisce il senso di inadeguatezza, è un ostacolo a uno dei più importanti e delicati processi di metabolizzazione: l’atto di dare un nome alle cose.
In occasione del giorno dedicato al babyloss (ecco un’altra parola presa in prestito…) vorrei che tutti i miei amici la cui lingua madre è diversa dall’italiano mi aiutassero a esplorare nella loro lingua in cerca di parole da regalare a tutti questi genitori, perché almeno oggi possano dare un nome, un contorno anche solo etimologico, alla loro perdita.

So che avete a che fare con la narrazione e con diverse culture a contatto, magari può essere uno spunto su cui riflettere insieme.”

Grazie,

Margherita