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Vita a forme di me Sconfini

Scritto da Segreteria il 04 Maggio 2022

Il concetto di identità rimanda a un io fisso, che si potrebbe anche spezzare. Meglio pensare in termini di soggettività, come suggerisce Traudel Sattler (della Libreria delle Donne di Milano), fedele a sé in uno scambio attivo con l’altra e l’altro, che dà vita a un dialogo tra generazioni e modi di vita diversi. Storie di donne lontane e vicine che attraversano il dipanarsi di vite in movimento, eppure solide, in cerca di uno spazio autentico dove esprimere la propria differenza. Per potersi, sconfinando, reinventare.

VITA A FORMA DI ME
di Megi Hasalliu e Alessia Kacbufi [Albania]

Megi

Sono nata altrove.

Ho sempre sentito, dentro di me, che la terra che abitavo non fosse la mia e ho imparato, nel tempo, a non sentirlo come un peso, ma un dono prezioso da custodire e curare, affinché nessuno potesse calpestarlo.

I miei genitori non avevano altra scelta: avevo sei mesi quando mio padre (è stato uno dei primi) sbarcò sulla costa pugliese. Era il 23 luglio 1992, è un ricordo vivo, denso di significati e memorie. Aveva compreso molto bene che se avesse voluto un futuro migliore per la sua famiglia non avrebbe potuto trovarlo “in un paese povero e senza speranze” come l’Albania, ma altrove. Dopo la caduta del regime comunista, l’Albania si ritrovò in una disastrosa situazione economica. In questa situazione nessuna riforma, a parte il “fuggire”, sembrava efficace agli albanesi. Mio padre, dunque, approda in Italia per la prima volta solo: qui trova lavoro, come marmista. Nell’agosto del 2001 porta anche mia madre e me. In Italia ho altre due sorelle, rispettivamente di uno e due anni più piccole di me. Credo che il nostro inserimento sia stato graduale, sebbene spesso mi domando: “Ma quale inserimento? Se siamo qui da sempre”. Certo lo so che non sono italiana a tutti gli effetti, anche chi avevo accanto se ne accorgeva, nonostante non abbia tratti fisici particolari da contraddistinguermi dagli italiani. Sin dalle elementari il mio imbarazzo più grande sorgeva all’appello. Cognomi comuni, tipici della città, capitavano dei dubbi sull’accento o sulle doppie, ma comunque italiani; arrivava il mio e la maestra si bloccava pronunciando la “h” e poi la “a” per poi dire: “come”? E io lì, piccola e indifesa, a ripetere il mio cognome tre, quattro, tante altre volte, fino a quando la maestra non aveva l’illusione di pronunciare bene quelle sillabe straniere. Vana illusione perché la pronuncia del mio cognome è per loro impossibile, perché l’alfabeto albanese è diverso da quello italiano, ma questo me lo sono tenuta sempre e solo per me. Va bene, le maestre sono perdonate, ma inatteso è stato scoprire quanto gli altri bambini mi guardassero con curiosità o sospetto, ponendosi domande su domande. Il mio rossore era proporzionale al mio disagio. Le domande? Le domande erano sempre le stesse: “Ma com’è il tuo paese?”, “Che lingua parli in casa?” e “Ci dici una parola nella tua lingua?” che alle scuole medie, si è trasformata in “Ci dici una parolaccia, così non ci capiscono?”. Le mie risposte saranno sempre parole-frasi: “Bello, diverso” e ancora “Parlo di più in italiano”. In verità il mio rapporto con la lingua albanese è in cambiamento: fino a qualche tempo fa lo parlavo poco, mi limitavo ad ascoltare e a comprenderlo. La maggior parte dei comandi di mia madre sono in albanese: la severità viene fuori con la lingua madre. Solo da un po’ ho capito che il mio “bilinguismo”, sebbene sia da perfezionare, è un valore aggiunto. La lingua è espressione, comunicazione, e l’idea di farlo in più modi mi è sempre piaciuta; coltivo l’italiano e imparo l’inglese grazie alla formazione che l’Italia (che ringrazio) mi garantisce, ma riuscire a parlare una lingua che dice molto di me e che delinea la mia storia è ancora più importante. È il filo di connessione con un posto apparentemente lontano a cui è connessa la mia identità culturale.

A proposito di percorso, parlavo delle scuole elementari. Quinta elementare. Periodo natalizio e, di conseguenza, recita a scuola. La maestra Maria Grazia è a corto di idee. Cosa realizzare di originale, divertente e non monotono? Le viene in mente di coinvolgere me e Alessia (la mia migliore amica, la ragazza che scrive qui accanto) e propone di danzare un ballo tradizionale sulle note di una canzone albanese. Era il momento di venire fuori e non potevo fuggire da qualcosa che mi appartiene e che appartiene alle mie radici da sempre. Sapevo anche ballare, lo avevo imparato a sei anni durante un matrimonio seguendo i passi degli altri e, quando la mia maestra ha chiamato mia madre per insegnarlo anche ai miei compagni, io non avrei potuto far finta di non essere in grado di ballare. Mia madre e io facciamo delle prove davanti a tutti, io ho lo sguardo chino, cerco di non alzare gli occhi per non vedere i volti degli altri che ci guardano, ma dopo un po’, tutti si aggiungono al cerchio e ballano. Sospiro di sollievo: tutti ridono. Alla recita finale avrebbero fatto parte altri genitori (italiani), la dirigente e alcuni parenti. La loro reazione mi ha sorpreso: tutti si divertivano e sembrava volessero unirsi alle danze. Forse, da quel momento, ha iniziato a delinearsi in me l’idea della mia identità culturale come un valore, una differenza da coltivare. L’Italia è il posto che mi accoglie. Dovevo essere io a vincere la paura dell’alterità e mostrare come il contatto con una diversa cultura può solo arricchire. Ringrazio i miei insegnanti (non tutti, purtroppo) per questo messaggio, ancora oggi lo ritengo l’insegnamento più grande soprattutto perché è quello che mi ha fatto affrontare il periodo in cui le cose si sono complicate. Il primo giorno delle scuole medie era tranquillo: il mio obiettivo era quello di studiare e puntare al massimo, come sempre, per soddisfare me e i miei genitori, i quali mi hanno dato la possibilità di farlo (altro caposaldo della mia persona). Il clima era, però, diverso. I miei compagni erano ragazzi più “grandi” e con più “esperienza”. C’era in loro un atteggiamento che ho interpretato subito (sono sempre stata sensibile a certe cose): diffidavano di me e Alessia (sì, siamo sempre state e “capitate” insieme anche se siamo diversissime, come capirete). Avevano sentito “brutte cose” sull’Albania – un paese malmesso e “rigido” – e litigato con molti ragazzi albanesi perché violenti. Avevano scelto poi la strada più facile, quella di attribuire questa caratteristica a tutta una popolazione, cercando di estrarre anche da noi le peggiori “cose” su cui divertirsi e passare le cinque ore di scuola così tanto sofferte. Mi ricordo di una volta in particolare in cui mi chiesero: “Ma che mangi a casa tua?”. Cosa significava questa domanda? Cosa pensavano mangiassi di diverso? O meglio, cosa li spaventava in quello che potevo mangiare? Non c’era più quel velo di curiosità che animava i miei compagni-bambini: c’era il distacco totale da una realtà che, in quanto diversa, faceva paura e quasi disgusto. A queste, come ad altre provocazioni non rispondo mai con violenza, perché non fa parte né della mia educazione né dei miei valori tranne quando qualche volta esplodevo e alzavo la voce, credendo di ottenere qualcosa con qualcuno che non voleva sentire.

Per difendere il mio Paese credo che l’arma vincente sia stata quella di conoscerlo. Se non avessi saputo nulla dell’Albania e se non ci fossi mai venuta a contatto, i pregiudizi e gli stereotipi mi avrebbero afflitto. E allora io e le mie sorelle Giorgia e Xhesi chiedevamo a mamma e papà di dedicarci lunghi momenti in cui parlarcene: raccontavano di un’infanzia sofferta. Mio padre perché costretto al lavoro sin da piccolo e mia madre perché ha dovuto abbandonare gli studi al liceo, a causa della povertà che dominava. Ci hanno sempre ribadito che in tutte le famiglie vi erano dei valori quali la semplicità, l’unione, il senso del sacrificio per l’altro e l’amore alla base di ogni decisione. I miei genitori ritengono infatti che se gli albanesi potessero essere ricordati per qualcosa, sarebbe per la loro compattezza nelle singole famiglie e anche come popolo, nonostante non sia riuscito a rivoltarsi contro le autorità del governo e sia stato costretto a disperdersi in molte parti d’Europa.

Fondamentali per noi sorelle sono state e sono tutt’ora le vacanze estive passate in Albania. Da piccole era il posto in cui più ci divertivamo con i cugini e i parenti che, proprio perché lontane, sembrava ci volessero più bene (e questo, lo ammettiamo, ci piaceva). Ora è come tornare nella nostra casa comune. Il porto di Durazzo è ogni anno più bello. Quando il traghetto si avvicina alla costa e il porto si intravede è un’emozione che non ci stancheremo mai di vivere. C’è sempre qualcuno che ci aspetta e che ci accompagna a Kavaje con un tragitto che ci fa vedere quasi come con immagini istantanee quello che rende unico il paesaggio: monti alti in lontananza, il mare, le strade lungo le quali tanti negozi semplici e piccoli si susseguono… Riconoscerei tutto questo a chilometri di distanza. I miei nonni sono lì, su un colle, ad aspettarci. L’Albania non è più sola.

Oggi sono soddisfatta di quello che ho coltivato e ho maturato. Adesso sono al Liceo e tutto mi sembra più semplice nonostante continui a rimanere, caratterialmente, vulnerabile. Non me ne faccio una colpa.

Sono in Italia e la ringrazio per tutto quello che mi sta dando, ma sono nata altrove.

Alessia

Scrivere è complicato, soprattutto se si tratta della tua vita.

Non sono una di quelle persone inclini a esternare i loro sentimenti e scriverli è ancora più arduo.

I miei genitori sono nati e cresciuti in Albania, ma vent’anni fa hanno deciso di trasferirsi in Italia. Le ragioni precise non le so, ma penso sia stato per poter dare un futuro a mia sorella e me.

Io sono nata in Italia e qui ho passato la maggior parte della mia vita.

L’Albania è il mio paese d’origine, ma mi sembra estraneo. Non so parlare bene l’albanese, non so scriverlo, non so nulla sulla politica o sulla sua storia. Quando ero bambina ogni estate passavo due settimane in Albania. Adesso non più. Adoravo andarci. Era tutto così semplice. Non facevo che giocare con i miei cugini tutto il giorno. Abitavamo in campagna, quindi potevamo fare i giochi più disparati. Ricordo che i miei preferiti erano nascondino, guardia e ladri e fare torte di fango. Adoravo preparare dolci, seppur finti. Ancora oggi, quando sono stressata o triste, cucino dei dolci (ammetto, però, che non sono i migliori del mondo).

Col passare degli anni andare in Albania è diventato sempre più estenuante, divenendo insopportabile. Non perché non mi divertissi più, ma per il disagio che provavo. Due settimane all’anno sono poche per instaurare un rapporto con qualcuno, anche se questo qualcuno sono i tuoi famigliari.

Posso continuare a definirmi albanese, nonostante tutto ciò?

L’Italia è un paese bellissimo. Ha contribuito a rendermi ciò che sono ora, e sarò eternamente grata per questo. Il problema, però, è che rimane un paese ospitante. Non è il paese a cui appartengo, sono solo un’ospite.

Se in Albania non mi sento a mio agio e l’Italia non è il mio paese, quale luogo posso chiamare casa?

Non riesco a trovare un mio posto nel mondo. Sono un perfetto esempio di filo spezzato della seconda generazione. Da piccola ho sempre saputo di essere, in un certo senso, “diversa” dagli altri bambini. Fino a poco tempo fa mi vergognavo tantissimo di questa dissomiglianza, ora invece mi piace. Mi fa sentire speciale.

Ogni volta che qualcuno pronunciava male il mio cognome, che mi faceva domande sull’Albania, che mi chiedeva di proferire qualche parola in lingua, che mi prendeva in giro per questo, mi sentivo la faccia andare a fuoco e il panico e l’imbarazzo scorrermi nelle vene. Volevo solamente nascondere questo mio lato, scomparire e unificarmi alla massa.

Oggi l’unica cosa che mi infastidisce un po’ sono le domande che mi rivolgono riguardo l’Albania. Non perché non voglio rispondere, ma perché veramente non so niente. Ciò che mi rende infinitamente triste è non essere capace di parlare bene l’albanese, perché sento di aver perso una parte importante di me.

Chi poteva insegnarmelo? I miei genitori non c’erano quasi mai a casa, mentre mia sorella non aveva tempo da dedicarmi. Andava a scuola, si occupava delle faccende domestiche e allo stesso tempo mi accudiva. Oggi è lei la mia confidente più stretta. Certo, spesso litighiamo, ma chi non lo fa? Mi sembra una cosa normale. È la persona che odio di meno al mondo. Ai miei genitori devo tutto, ma a lei devo la mia vita.

Ho cercato, nel corso degli anni, di fare sempre meno affidamento sulla mia famiglia, perché non volevo essere un peso. Probabilmente, ora che me ne rendo conto, ho sbagliato poiché sento che i rapporti con i miei genitori sono un po’ freddi. Li sento un po’ estranei.  Lo so che mi vogliono bene, ma qualche volta potrebbero anche dimostrarmelo, sono stanca di dare tutto per scontato.

Tutto sommato sono abbastanza fiera del mio cambiamento. Sono passata dal sopprimere le mie radici e il mio essere fino ad accettarle e apprezzarle. Certo, ero una bambina e non capivo, avevo paura e non c’era nessuno che potesse far fronte ai futili dubbi sulla mia diversità dicendomi che non è un male, ma penso che l’averlo capito da sola sia stato meglio. Ho imparato ad amare ogni mio piccolo dubbio, ogni mia piccola diversità e ogni piccola sfaccettatura del mio carattere. Ho imparato ad amarmi per quella che sono, pregi e difetti compresi e ciò mi rende infinitamente felice.

Ora vivo la vita di una normale adolescente. Esco, studio, leggo e faccio altro. Ho trovato delle amiche fantastiche che mi accettano per quella che sono e che mi supportano in qualsiasi situazione. Sono le migliori del mondo, non saprei cosa fare senza di loro. La ragazza qui accanto, Megi, è la mia migliore amica. Ci conosciamo da sempre (poiché le nostre mamme erano amiche) e abbiamo passato tutta la vita insieme. Molto spesso ci scambiano per sorelle o cugine e ammetto che ci assomigliamo un po’, ma caratterialmente siamo l’opposto. Lei è una persona buona e affabile mentre io, beh, molto spesso sono scontrosa e fredda. Ma va bene così, lei mi completa e viceversa.

Ancora oggi, spesso, quando qualcuno sente il mio cognome inizia a farmi domande del tipo “Sei straniera?”, “Da dove vieni?”, “Ma non sei di qui?”. Mi fa piacere sapere che c’è gente che si interessa alle mie origini, però ripetere ogni volta la storia della mia vita è un po’ una seccatura.

Il mio hobby preferito è leggere. Ricordo che un giorno mia sorella portò a casa un libro, un fantasy. Doveva leggerlo e poi comporre un elaborato, ma siccome non aveva tempo mi chiese di farlo al posto suo. È stato il primo libro fantasy che ho letto in vita mia ed è stato ciò che mi ha avvicinato alla lingua italiana (oltre che a farmi appassionare alla lettura). Penso che se i miei fossero rimasti in Albania, non mi sarei mai avvicinata alla lettura. Non perché lì non si legga, ma perché avrei avuto altre priorità; l’episodio con mia sorella non sarebbe mai avvenuto e il mio amore per i fantasy non sarebbe mai sbocciato.

Un’altra cosa che adoro della mia vita in Italia è la libertà. Qui posso essere me stessa, uscire con chi più mi aggrada e fare ciò che voglio (restando nei limiti dell’etico e del legale, si intende). In Albania le ragazze sono un po’ più limitate. Sono libere di compiere ciò che desiderano, solo che non vengono viste di buon occhio dalla loro famiglia e dalla gente in generale. Gli albanesi hanno la mentalità un po’ chiusa e se una ragazza compie un’azione “scandalosa” viene bollata come una donna di facili costumi e i pregiudizi sulla sua persona la accompagneranno per tutta la sua vita.

L’Albania dei miei ricordi d’infanzia mi manca terribilmente, ma non si può tornare indietro e bisogna farsene una ragione. Ora mi trovo qui, e sono proiettata verso il futuro. Quando sarò diventata la donna che voglio essere, tornerò in Albania per poterle dare un addio adeguato. Non la dimenticherò mai perché è il posto da cui provengo, ma sento che tornare per viverci non è il mio destino. Ormai il luogo a cui appartengo è l’Italia e ho deciso che non mi nasconderò più. Non ne ho motivo. Continui a prendermi in giro perché sono diversa? Bene, non mi importa. Non è colpa mia se sei immaturo e spaventato da qualcosa che tu pensi sia diverso. Io mi accetto per quella che sono e non ho bisogno che tu faccia lo stesso. L’importante è la mia opinione.

 

Il racconto Vita a forme di me di Megi Hasalliu e Alessia Kacbufi è pubblicato in Lingua Madre Duemiladiciannove – Racconti di donne straniere in Italia (Edizioni SEB27)

Illustrazione tratta dalla fotografia “Uniamo le nostre impronte” di Manuela Fantini, vincitrice del Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo alla X Edizione del Concorso Lingua Madre.