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L'importanza del nome Quante storie!

Scritto da Segreteria il 30 Giugno 2021

Dai racconti delle autrici CLM più fiabeschi e fantastici, una serie di letture pensate per le/i giovani lettrici/lettori.

Andreea Elena Stanica [Romania]

L’IMPORTANZA DEL NOME

L’aereo decollò e quando il carrello si staccò dalla pista lasciò un enorme vuoto nello stomaco. Tre generazioni erano sedute l’una di fianco all’altra, all’altezza dell’ala sinistra. Mia sorella si era accaparrata il posto vicino al finestrino, nostra madre quello lato corridoio mentre a me toccò il centrale.
Ero così diversa da loro, nell’aspetto e nel vissuto. Avevano, entrambe, un corpo esile che sembrava potesse frantumarsi al solo contatto con un altro e mi chiedevo come fosse possibile contenere in quelle membra smunte il coraggio delle amazzoni. I loro occhi erano color malachite, pronti a cambiare tonalità in base alla luce e allo stato d’animo, neanche lontanamente simili ai miei, che erano grandi, di un marrone color castagna ancora chiusa nel riccio.
«Lingua…»
Cominciai un’associazione di parole. Mi divertiva farlo. Mi piaceva scoprire cose di me attraverso le parole ed ero incuriosita dalle associazioni degli altri. Era straordinario come i ricordi potessero tessere e mostrare storie, mischiando voci dai toni diversi. Mia sorella avrebbe potuto continuare quel gioco con: inglese, papille, gusto e invece disse: «Madre!» e lo fece alzando lo zigomo sopra al labbro superiore. Dovevo sembrarle strana, alle volte, anche se non me l’aveva mai detto esplicitamente. Lo intuivo dal suo sguardo tra il sorpreso e il perplesso e da quell’espressione che le storceva la bocca, facendola sembrare più grande di quel che era.
«Straniera» e lo ero ovunque andassi. In Romania dove la cittadinanza di un altro Stato mi definiva tale e in Italia in quanto la mia nazionalità era più orientale che occidentale.
«Viaggio», disse Alexia e mi chiesi che trama stesse tessendo. Il mio più che un’andata era un ritorno. La conferma di affetti lontani che carezzano i pensieri a migliaia di chilometri di distanza.
«Sorelle».
Avevamo avuto due vissuti così diversi eppure certi versi suonavano in rima, a cominciare dalla formula con la quale comunicavamo agli altri il nostro nome: «Mi chiamo Andreea, Andreea con due e» e lo pronunciavo tutto insieme, senza indugiare, senza prendere fiato, quasi ne facesse parte anche la precisazione. E mia sorella, crescendo, aveva cominciato a fare lo stesso: «Mi chiamo Alexia, Alexia con la x», diceva. E ogni volta che glielo sentivo dire mi veniva da sorridere e mi chiedevo – senza averglielo mai chiesto davvero – se anche lei volesse raccontare un pezzo della sua, di storia.
Avevo vissuto diciotto anni senza di lei. Figlia unica di una donna emigrata in Italia negli anni Novanta. Dal suo grembo avevo visto le piazze gremite di romene e romeni che lottavano per la loro libertà contro un Dittatore che ora, le classi che sotto il regime potevano dirsi agiate, rimpiangevano.
Lei – Alexia con la x – si era sempre conosciuta come la sorella minore, senza doversi ridefinire, senza dover mutare forma con il crescere. Non saprei dire se fosse stato più difficile per me o per lei. Le mie radici erano vivide e dolorose, le sue, sconnesse, fondamenta indirette di vissuti altrui. Figlia minore di una donna romena, una Romania che però non aveva mai vissuto, pianto né rimpianto. Una Romania che per lei era poco più di una sconosciuta, nella lingua e nei legami.

«Padre», disse e per entrambe significava assenza. I nostri cognomi erano diversi. Il mio non aveva doppie e suonava duro, quasi freddo in bocca straniera.
Nel pronunciare il suo invece, la lingua dovevi sbatterla più volte sui denti e il suono arrivava morbido all’udito.
I nostri padri ci avevano lasciato in eredità solo il fardello del cognome. Un’idea più che una presenza, un concetto vuoto che non cercavamo neanche più di colmare.
«Nonno» dissi e me ne pentii subito dopo. La voce mi si attenuò sulla seconda sillaba per quanto corta fosse la parola. Nostra madre, che fino a quel momento si era dedicata a scrutare gli altri passeggeri e gli assistenti di volo fare avanti e indietro con i loro carrelli pieni, ora di bevande, ora di profumi, si girò verso di noi e ci abbracciò in uno sguardo umido. Se tutte e tre ci trovavamo su quel volo era perché quel nonno non c’era più.
Gli ultimi giorni furono i più lunghi, soprattutto per mamaie. Da anni ormai non dormivano più nella stessa stanza – nonno russava e nonna non riusciva a dormire – e neanche quando tataie si ammalò le cose cambiarono. Mamaie dormiva sul divano letto del soggiorno, la luce della veiosa sempre accesa e a ogni rumore scattava, così come poteva, per precipitarsi nella sua stanza. Gli chiedeva se andasse tutto bene e lui inerme, su quel letto ormai da mesi, le rispondeva di sì e doveva fare uno sforzo enorme nel parlare perché alla risposta seguitava sempre un rantolo di dolore, un indolenzimento di tutti i muscoli, del corpo intero.
«Nonna», disse mia sorella ed ebbe un gusto amaro e caldo allo stesso tempo. Per me era mamaie, la donna che, insieme a suo marito, aveva colorato la mia infanzia dei colori più accesi. Ricordai un giorno in particolare, di quei giorni malati di cancro, in cui mamaie mi raccontò di quando entrambi caddero. Me li immaginai lì, a terra, sdraiati in maniera goffa sul pavimento. Forse piansero, o forse ne risero – mamaie diceva che negli ultimi tempi passavano spesso dal pianto al riso e viceversa – e io, mai come in quel momento, sarei voluta essere lì, a sorreggerli entrambi, a colorare io, ora, la loro vita. Non era giusto, non se lo meritavano. Mi sentivo colpevole della loro solitudine. Se dovessi dare un nome al mio dolore si chiamerebbe impotenza. Un dolore che correva su cavi telefonici per più di un migliaio di chilometri e arrivava al cuore ovattato da membrane e apparecchi elettrici. Le lacrime potevi intuirle nelle parole strozzate, senza poterle asciugare in un abbraccio.
Due ore passarono in fretta. Dopo la parola nonna non ne seguirono altre. Ne facemmo un uso istintivo che ci portò a percorrere, scalze e senza armature, strade sterrate. Parole che racchiudevano in sé vite, intrecciate, ingarbugliate eppure così vive.
Atterrammo all’aeroporto di Otopeni. Anche da grande mi ricordò un sottomarino, costeggiato da decine di oblò, oblò che anziché dare sull’acqua davano sull’asfalto.
Al controllo doganale la poliziotta si soffermò su Alexia. Il suo sguardo si spostava ora sul documento, ora sul viso di mia sorella che per poco arrivava al vetro che le divideva. «Sono Alexia, Alexia con la x» disse facendoci sorridere e sorrise anche la poliziotta che le consegnò il documento e ci fece segno di passare augurandoci un buon viaggio – più che un’andata era un ritorno.
Immaginai mamaie alla finestra, era così che ci accoglieva sempre quando arrivavamo mentre tataie veniva a prenderci all’aeroporto.
Questa volta ci arrangiammo, mamaie era lì, affacciata alla finestra e ci salutò come se nulla fosse cambiato. La ammiravo, anche lei racchiudeva in sé tutta la forza e il coraggio delle amazzoni. Furono giorni malinconici eppure caldi d’affetto. Finalmente potevamo condividere e riconoscere il dolore guardandolo in faccia, l’una negli occhi dell’altra, senza più filtri, senza più voci metalliche. Quattro generazioni mai più sole.

 

Illustrazione tratta dalla fotografia “Il cammino della speranza” di Vilma Morillo Leòn, vincitrice del Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo alla XII Edizione del Concorso Lingua Madre.