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La cerimonia del tè Quante storie!

Scritto da Segreteria il 16 Ottobre 2020

Dai racconti delle autrici CLM più fiabeschi e fantastici, una serie di letture pensate per le/i giovani lettrici/lettori.

Es Sadia Bissati [Marocco]

LA CERIMONIA DEL TÈ

Ricordo un vassoio rotondo d’argento, alcuni bicchieri di cristallo con il bordo dorato, una teiera d’argento, un secondo vassoio d’argento con sopra l’infuso di tè verde, e una zuccheriera con dentro zucchero a pezzi, bianco, ma grezzo, non macinato. La menta fresca l’ho comprata io, mi ha mandato mamma dal venditore all’angolo, non lontano da casa. C’è pure un piatto stracolmo di dolci preparati in casa. Davanti a questo ben di Dio c’è una signora, è nostra ospite. La sua carnagione è chiara, è vestita di bianco, ha il capo coperto con un foulard dello stesso colore. Quello l’ho anche indossato io, me lo mettevo in testa per giocare e per cercare di assomigliarle il più possibile.
E’ il ricordo nitido di mia zia paterna. La consideravo bella, anzi bellissima, anche se in fondo allora la bellezza non sapevo nemmeno che cosa fosse. Era lei che doveva preparare il tè a casa mia.
In Marocco, si usa così. Per tradizione è l’ospite che deve preparare il tè per tutti e ancora deve essere l’ospite a servirlo. Il tè è un rito importante non si deve preparare in cucina, ma in un salone, insomma dove si ricevono coloro che ti fanno visita.
Tutto ciò succedeva in una calda domenica estiva in casa mia: settantacinque metri quadri, due camere, cucina e un salone accogliente, arredato alla marocchina, dove noi trascorrevamo le nostre giornate di ozio. I divani sono di velluto verde con i fiori beige. L’entrata della casa è quadrata, per terra e sulle pareti ci sono le piastrelle bianche e blu. Queste sono le cose che mi mancano di più.
Mi risveglio, sono passati tanti anni, mi trovo in Italia davanti a una signora di mezza età. Ha i capelli corti e castani, porta un vestito estivo, corto, insomma smanicato, celeste di colore. Sono a Frosinone in un appartamento. È estate, proprio come in quel giorno in Marocco. Lei in modo gentile, mi chiede che cosa gradisco. Mi dà due opzioni: “Tè o caffè?”, chiede con gentilezza estrema. Pensando che il tè si preparasse come in Marocco, ho chiesto il tè. Allora credevo che in tutto il mondo il tè si preparasse alla stessa maniera, come facciamo noi. La signora parte verso la cucina non prima di avermi chiesto se lo volessi caldo o freddo. Che novità è il tè freddo? Ho subito pensato che volesse darmi quello avanzato dal giorno prima. Rispondo naturalmente “caldo”, senza mascherare un certo stupore. Per me la parola caldo voleva soprattutto sottolineare che fosse quello preparato sul momento. La signora torna dalla cucina dopo alcuni minuti, forse anche un quarto d’ora, con un vassoio quadrato, di legno con una teiera appoggiata sopra. La teiera è di porcellana. E con mio stupore ci sono sopra delle tazze, pure quelle di porcellana. La zuccheriera è dello stesso materiale e lo zucchero è macinato fine, come la sabbia del deserto. Insomma è uno zucchero che da noi viene utilizzato solo per preparare i dolci. La signora si accomoda sul divano del soggiorno. È un divano in tessuto di cotone bianco, come quelli dell’Ikea. Appoggia tutto su un tavolino e inizia a versare il tè bollente nelle tazze chiedendomi per quale ragione abbia scelto qualcosa di caldo in una giornata così afosa. Rispondo prontamente che da noi è normale dissetarsi con il tè caldo.
Inizio a gustare il tè, chiedo alla signora di quale tipo sia quello che mi propone, senza odore, senza sapore, se non il dolce dello zucchero. Lei mi risponde che è un classico tè all’inglese, scuro.
Conversiamo amabilmente. Giunta l’ora di andarmene saluto cordialmente, domandandomi che razza di tè fosse. Sono un po’ delusa e inizio a pensare alla mia zia paterna e al suo tè verde, profumato alla menta.

Alcuni anni dopo andai a fare tirocinio presso un’associazione interculturale di donne straniere e native; qui ho incontrato quattro mediatrici originarie dell’Egitto, del Perù, della Somalia e della Nigeria.
Durante una pausa di lavoro, la mediatrice somala, che indossava un elegante vestito tipico del suo paese, la testa avvolta in un turbante della stessa stoffa del vestito, decise di andare in cucina per prepararci il tè. Quando tornò con il vassoio del tè percepii subito un intenso aroma. Lei cominciò a versarne nei bicchieri e quando me l’offrì rimasi stupita perché allora io conoscevo solo due tipi di tè: il tè verde alla menta e il tè inglese. Le domandai quindi di quale tipo di tè si trattasse. Con un sorriso mi disse: “Questo è tè rosso allo zenzero; non ti è mai capitato di assaggiarlo?” Non avevo mai bevuto un tè con un gusto così forte. Mi disse che quello era il tipico tè somalo; in Somalia si usa offrirlo agli ospiti proprio come in Marocco si usa offrire il tè verde alla menta.
Passarono alcune settimane e per la ricorrenza della festa della donna nell’associazione venne organizzata una cena dove è usanza che ogni persona presenti un piatto tipico del proprio paese d’origine. In quell’occasione conobbi la cuoca iraniana propose il tè tipico dell’Iran. Da una raffinata teiera si versa nei bicchieri del tè nero al quale, secondo il costume iraniano, si possono aggiungere, a seconda dei propri gusti, dei concentrati di aromi quali cardamone, cannella, zafferano, acqua di rose e zenzero, anch’essi contenuti in eleganti porcellane tipiche. Questo tè contribuì ad accrescere la mia curiosità per la scoperta delle tradizioni e le culture legate alla preparazione del tè nel mondo.
Tempo dopo mi ritrovai con alcuni amici a cenare in un ristorante cinese. Dopo la cena la proprietaria del locale ci offrì del tè cinese. Infatti in Cina è usanza terminare il pasto con il tè. La signora arrivò con un vassoio sul quale c’era una teiera piena di acqua calda, delle tazzine ed un cestino con diverse buste di tè: tè verde, tè giallo, tè nero, tè bianco, cosicché ognuno poteva scegliere l’aroma preferito. Scoprii con mia sorpresa che in Cina si usa bere il tè senza zucchero…
Quella sera un mio amico, vista la mia curiosità per il tè nel mondo, mi promise di farmi provare un tipico tè cinese che aveva portato direttamente dalla Cina durante un viaggio d’affari. La promessa fu mantenuta e così scoprii il tè cinese al fiore di gelsomino. Qui più che nel sapore, la bellezza sta nella preparazione. Il fiore del tè chiuso e secco si mette in un particolare bicchiere di vetro trasparente; poi si versa dell’acqua bollente e dopo alcuni minuti… uno spettacolo meraviglioso; il fiore comincia ad aprirsi rivelando tutta la sua bellezza ed il suo colore. In Cina è tradizione trascorrere buona parte del tempo libero nelle sale da tè degustando i vari aromi di questa bevanda, come in certi paesi dell’occidente è usanza andare al bar o in birreria.
Il mio sogno è viaggiare, perché sento di essere una cittadina del mondo, con la mia curiosità per le usanze ed i costumi dei popoli, con la speranza di provare anche in altre parti del mondo le stesse emozioni che ho provato in Marocco per la cerimonia del tè, che rimarranno per sempre nel mio cuore…

 

L’illustrazione che accompagna il racconto è contenuta nel volume “Due infanzie per Nambena e altri racconti” realizzato a seguito del laboratorio artistico MIRAcconto illustrando condotto dalle illustratrici Annalisa Sanmartino e Giulia Torelli dell’Associazione BUM Ill&Art e promosso in collaborazione con le Biblioteche Civiche Torinesi ed il contributo della Youth Bank Mirafiori.