Donne tra memorie, legami e trasformazioni Le vincitrici CLM a Portici di Carta
Scritto da Segreteria il 11 Ottobre 2026
Donne tra memorie, legami e trasformazioni. Sono Brenda Soledad Carmona e Aurora Leode Fadonougbo, vincitrici del XXI CLM che domenica 11 ottobre alle ore 11 sono intervenute a Portici di Carta, un progetto della Città di Torino e del Salone Internazionale del Libro di Torino, che per un weekend porta 2 km di libri sotto i portici, tra piazza Castello e Porta Nuova.
La manifestazione giunta alla XIX edizione ha trasformato, come ogni anno, il centro città in una delle librerie a cielo aperto più lunghe del mondo e con le autrici CLM ha offerto al pubblico l’occasione per mettersi all’ascolto della complessità vissuta da chi è migrante o non più straniera.
Nella splendida cornice di Sala Turinetti delle Gallerie d’Italia Intesa Sanpaolo, in piazza San Carlo 156, si è quindi parlato di ruoli e identità che si muovono, nel diventare madri, nell’essere figlie, semplicemente nell’essere donne con uno sguardo sul mondo differente. A partire dalle proprie esperienze, le due ospiti hanno dialogato con Daniela Finocchi, ideatrice del Concorso Lingua Madre.
Il dibattito è iniziato con Aurora Leode Fadonougbo che è una scrittrice, editor e ricercatrice indipendente afroitaliana nata e cresciuta a Milano. Con un solido percorso accademico alle spalle incentrato sullo studio delle lingue e della storia, la sua produzione spazia con disinvoltura tra la narrativa, la poesia e la saggistica critica. Al centro del suo lavoro e della sua ricerca ci sono temi cruciali e profondi: l’analisi degli spazi emotivi e politici legati alla diaspora, le questioni ecologiche e l’esplorazione della spiritualità, il tutto riletto attraverso una rigorosa lente anticoloniale.
Il suo talento è stato riconosciuto anche attraverso il racconto Lingua padre, con cui si è aggiudicata il Secondo Premio della XXI edizione del Concorso Lingua Madre. Il pubblico presente ha quindi potuto constatare come in quest’opera l’autrice sia riuscita a dare corpo e voce al conflitto linguistico, trasformandolo in un’esperienza intimamente radicata nella carne e nei sentimenti, e tenendosi ben distante da qualsiasi retorica o facile consolazione. Con una scrittura che si mantiene sempre tesa, controllata e allo stesso tempo di straordinaria delicatezza, il testo – com’è stato ricordato – esplora la frattura identitaria e il divario tra generazioni diverse. Evitando stereotipi e scorciatoie, Aurora Leode Fadonougbo restituisce la reale complessità del concetto di appartenenza, muovendosi tra alfabeti affettivi tesi tra mondi distanti e silenzi profondi che la medicina scientifica occidentale non riesce a decifrare.
L’elemento centrale del racconto è la convivenza paradossale con il proprio linguaggio: il sentirsi profondamente estranei all’interno della stessa lingua che pure si padroneggia perfettamente. Questa sottile e commovente riflessione culturale e linguistica si snoda attorno al canto misterioso e incomprensibile del padre, un suono che custodisce il ricordo di tutto ciò che è andato perduto e che incarna il dramma doloroso dell’impossibilità di comunicare, fino a sfociare in un definitivo atto di ribellione.
«Le lingue indigene hanno una radicata trasmissione orale che è innanzitutto relazionale – ha detto l’autrice – la perdita di questo legame, quando viene a mancare questa relazione, priva la persona di un intero universo fondamentale per la sua crescita. Sono concetti spesso intraducibili che appartengono a un’intera dimensione socioculturale. Quando tutto questo si scontra con la struttura identitaria di individui che non possiedono un sentimento prevalente allora scaturisce la rabbia, un sentimento che però non è mai sterile ma nasconde sempre altro».
L’interesse del pubblico si è quindi focalizzato nel capire se si trattasse di un racconto biografico, equivoco che spesso nasce nei confronti della scrittura delle donne, in particolare se straniere o con origini multiple.
«Questo è un racconto di fiction – ha spiegato subito Fadonougbo, fugando così ogni possibile dubbio in proposito – un genere cui ricorro spesso quando scrivo perché mi offre una grande libertà d’espressione. Tuttavia, il tema della narrazione nasce da una mia personale inquietudine ed è una forma di autenticità: è questo del resto il potere delle storie, perché nascondono sempre aspetti che riguardano chi scrive e le persone in generale».
La parola è quindi passata a Brenda Soledad Carmona, nata in Argentina e oggi residente ad Asti, che ha raccontato anche della sua esperienza di allieva nel CPIA 1 della città. Proprio in quest’ambito e in un momento di profonda trasformazione personale, infatti, ha deciso di mettere nero su bianco il proprio vissuto di donna e di madre, guidata dalla professoressa Francesca Tabusso. Il testo le ha permesso di dare voce a sentimenti condivisi da molte donne, soprattutto da chi attraversa la maternità o impara a riscoprirsi madre. Con il suo racconto Madre in terra straniera, Carmona ha vinto il Terzo Premio della XXI edizione del Concorso Lingua Madre. La giuria ha premiato un’opera capace di illuminare con grande intensità la condizione di chi cresce una figlia lontano dal proprio paese d’origine. A colpire sono stati, in particolare, i neologismi “materniamo” e “paterniamo”, parole inesistenti nella lingua italiana ma bellissime, che possono essere considerate espressioni profonde di un’esperienza complessa. Il racconto svela quanto la gravidanza, il parto e la cura quotidiana dei bambini e delle bambine non siano affatto dati per scontati quando ci si sposta da un contesto culturale all’altro, dove reti di supporto e abitudini cambiano radicalmente. Un piccolo grande testo che scuote le coscienze, offrendo a chi ha radici uniche uno sguardo inedito e istruttivo su un tema assai antico. Un racconto, questa volta, totalmente autobiografico.
«Ho avuto la mia prima figlia poco più che ventenne e questa seconda è arrivata dopo più di dieci anni in un contesto completamente differente, lontano dal mio paese e nell’atto di dover ricostruire una vita – ha spiegato l’autrice – trovarmi senza mia madre, mia sorella, i miei affetti vicini è stato per me traumatico. Inoltre, ha pesato molto non conoscere ancora bene la lingua, non padroneggiare il discorso. Un aiuto fondamentale mi è arrivato dal CPIA e dalle mie insegnanti, frequentare la classe mi ha anche dato modo di conoscere non solo altre donne argentine, ma di tante nazionalità diverse e mi ha così consentito di crearmi una rete di amicizie preziose».
Il discorso si è poi incentrato sul termine “maternare”, che ha un significato ampio, quasi intraducibile, che significa prendersi cura ma non solo, anche assumere la responsabilità del nuovo ruolo, imparare a gestire cambiamenti pratici e psicologici, amare e così via. «Mi è venuto naturale creare questo neologismo – ha detto Carmona – non ci ho neanche riflettuto, ma l’ho scritto di getto». Testimonianza di come le lingue straniere arricchiscano l’italiano introducendo nuovi termini ed espressioni e di come ne rinnovano il vocabolario, dimostrando che anche l’italiano può essere una lingua viva, dinamica e in continua evoluzione, capace di adattarsi ai cambiamenti del mondo contemporaneo.
«Ma la differenza maggiore che ha notato tra l’essere madre in Argentina e l’essere madre in Italia qual è stata?»: questa la domanda che più incuriosiva il pubblico e che è anche stata posta all’autrice nel corso dell’intervista realizzata dal telegiornale regionale, TGR Piemonte. «Senz’altro la diversa attenzione nei confronti della madre – ha risposto – qui in Italia, dopo il parto, tutto l’interesse del sistema sanitario, dei medici, ma anche delle persone viene riversato sul nuovo nato o sulla nuova nata. La donna che l’ha partorito passa come in secondo piano, nessuno si preoccupa troppo della sua salute, non solo fisica ma anche psicologica. Certo è bellissimo vedere orientare tutta questa attenzione e questa gioia collettiva sui bambini, ma è come se non venisse riconosciuto alle donne il ruolo sociale di fare figli».
Infine, è stata anche ricordata l’opera di Julia Derbule, autrice originaria a sua volta dell’Argentina ma ormai stabilita in Italia, che avrebbe dovuto partecipare all’incontro ma che non ha potuto essere presente. È stato raccontato come metta in atto la sua creatività e il suo impegno civile attraverso il giornalismo, la produzione audiovisiva e l’arte. Grazie a un percorso di studi focalizzato sulle Relazioni Internazionali e a una solida esperienza nel campo dei documentari a livello globale, ha scelto, infatti, la fotografia come strumento privilegiato per catturare e raccontare i dettagli della vita quotidiana delle donne nei diversi angoli del pianeta. Il cuore della sua indagine visiva risiede proprio nella capacità di far emergere narrazioni di forte resilienza partendo da contesti apparentemente ordinari. Attualmente, Julia continua a coltivare la sua passione per la cultura frequentando le lezioni di Storia dell’Arte tenute dalla professoressa Michela Concetti, anche lei nell’ambito del CPIA 1 di Asti.
Il suo talento artistico ha ottenuto ulteriore riconoscimento in occasione della XXI edizione del Concorso, dove si è aggiudicata il Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo grazie allo scatto intitolato Cuore diviso, che è stato proiettato in sala. L’opera raffigura una donna seduta su un muretto di fronte al mare, intenta a osservare una barca a vela che si allontana sotto un cielo segnato da nuvole grigie e minacciose. La giuria ha premiato l’immagine proprio per la forza con cui il titolo si riflette nella composizione, costruita su una serie di suggestivi contrasti visivi e concettuali. Elementi come la terra e l’acqua richiamano la tensione interiore tra la stabilità del rimanere e la spinta a partire; allo stesso modo, l’immobilità della figura umana si contrappone al movimento fluido del veliero. Persino il cielo, pur essendo cupo, si apre in squarci di azzurro verso l’orizzonte, trasformando la fotografia nella perfetta metafora visiva di un animo sospeso tra la realtà del presente e i dubbi del domani.
Vissuti e relazioni che sono stati svelati al pubblico attraverso i cammini delle protagoniste, fili invisibili che sostengono una costante e coraggiosa trasformazione del sé nel mondo.