Le autrici di Lingua Madre

Luisa Muraro racconta "l'indicibile fortuna di nascere donna"

Scritto da Segreteria il 16 Dicembre 2011

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’incontro con Luisa Muraro sul suo ultimo libro Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, tenutosi il 14 novembre 2011 alla Biblioteca civica Italo Calvino di Torino.
All’incontro – promosso dalle Biblioteche civiche di Torino in collaborazione con il Concorso Lingua Madre, Settore Pari opportunità del Comune di Torino, Casa delle donne, Galleria delle donne – è intervenuta Edda Melon.

Edda Melon: Luisa Muraro – docente di filosofia del linguaggio, femminista, teorica del pensiero della differenza – sul piano culturale, pratico e dei rapporti e delle relazioni fra donne ha fondato una comunità filosofica che si chiama Diotima, a Verona. Ha partecipato alla fondazione della Libreria delle Donne di Milano e della rivista che è anche attiva di questi tempi, ed è Via Dogana. E tutto si aggiungerà strada facendo a questo…
Il libro di cui vogliamo parlare oggi è uscito già da qualche mese e quindi possiamo anche rendere conto dell’accoglienza che ha avuto da varie parti. Mi sembra di notare che se ne sia parlato molto di più – magari mi posso sbagliare – degli altri libri precedenti dell’autrice e in ambiti anche diversi. Che cosa significa questo? Che il libro è più bello di altri? O che il momento in cui viviamo produce un bisogno ancora più grande di parole e d’idee?
C’è qui presente chi segue da tempo il lavoro di Luisa Muraro, chi magari invece lo avvicina per la prima volta, ci sono persino delle persone più giovani. La cosa migliore per affrontare questo libro, mi sembra, è di prenderlo semplicemente. Un libro che ha per argomento la grandezza delle donne. Quindi dirò semplicemente che cosa ho letto io di questo libro, per poter avviare la discussione con Luisa e con la vostra partecipazione.
Vi ho già detto che l’argomento si può riassumere con “la grandezza delle donne”, che qui è tradotto con “L’indicibile fortuna di nascere donna”.
Ho visto, a mano a mano che m’incontravo nel libro, che con grande libertà e leggerezza si passava per la riflessione filosofica o politica o storica a frammenti di autobiografia e dalla narrazione di fatti a esperienze d’incontro con opere artistiche: una poesia di Wislawa Szymborska, un romanzo di Rebecca West, un video di Bill Viola e a inserti, infine, come il discorso di Irina. Quindi un libro che si serve di diversi generi letterari e di varie forme del discorso, senza complessi, ma con un’idea che viene fuori più tardi. L’idea che possa trattarsi di una scrittura futura… Questo lo si legge a pagina 71…
Anche la copertina è un ibrido; il titolo rende visibile un pezzo di una frase del discorso di Irina, una donna europea immigrata che ha perso il lavoro, a Roma, nel cedere alla depressione. La frase è: «Siamo donne, non è da tutti». Questa scritta bella grande accanto a La lattaia di Vermeer, di cui anche nel libro si parla a nome di Luisa Muraro e questo sottotitolo con la funzione di proposta: “L’indicibile fortuna di nascere donna”. Personalmente sono incuriosita da questo aggettivo di “indicibile”. Di sicuro non è capitato lì per caso; non è un sinonimo di straordinario, fantastico, bellissimo; proprio è indicibile. Però, se facessi una domanda all’autrice adesso rischieremmo di restare fuori dalla porta, dunque meglio entrare subito dentro il libro. Entriamo, e di colpo siamo dentro a un salotto milanese e dentro un sogno, atmosfera ricreata dalla scrittura in maniera geniale. Il sogno di quella volta che Luisa, con le sue amiche femministe di un’etichetta e di un nome, parlò e non fu tenuta in considerazione. E questo sogno è preso a paradigma di ciò che di norma accadeva e ancora accade, e che ancora molte volte finisce con la scena di donne o ragazze che si spostano altrove, dove possono parlare di ciò che interessa loro e di se stesse e fra di loro…  E dice della sua delusione e di quello che lei avrebbe voluto provocare con la sua parola in una circostanza sfavorevole: «Se parlo di me, se racconto la storia della mia vita, l’asse terrestre si sposterà», questo lo leggiamo a pagina 33. Cito poi Lady Gaga per questa frase geniale e che ha fatto il giro del mondo, che Luisa riprende. Quando le hanno chiesto «Come ha fatto a diventare così famosa?»; lei risponde: «Sono sempre stata famosa, solo che gli altri non se ne accorgevano». Il successo aveva improvvisamente acceso le luci su di lei… Luisa dice: «Se mi chiedete che cosa credo di fare scrivendo questo libro, rispondo: accendo una luce»…
Luisa definisce il suo libro “la mia lectio magistralis”, alludendo alla cerimonia con cui i docenti universitari usano concludere il loro insegnamento al momento di andare in pensione, anche se le interlocutrici a cui si rivolge sono tutt’altre dal mondo accademico: «Rimane mi sembra la sensazione di dover fare un bilancio di tutto quello che si è imparato e insegnato e di doverlo destinare a qualcuno o, a volte, perché non vada perduto. (…) A questo – dice Luisa – non mi rassegno». Si raccoglie quindi in questo libro l’esperienza di una vita di pensiero e di opere, che non si accontenta se vogliamo di una politica di relazione attuata e attuale, ma pensa anche a una trasmissione, a una delega per il futuro.

Detto questo nominerò due o tre cose che ho segnato e che mi hanno molto colpito andando in ordine in certe idee del libro, e che si presentano quasi come precetti:

1) «Il finale del vittimismo e della politica dei diritti, invece, faccia giustizia da sé. L’idea che fa giustizia alle donne è l’idea di un’eccellenza femminile, indimostrabile ma riconoscibile perché semplicemente si mostra;

2) «Imparare la mossa della “schivata”. Come gli animali inseguiti dai predatori, uscire di colpo dalle traiettorie del potere e saltare nella mancanza. Mancanza di tutti i surrogati così che ci nasca dentro o ci venga incontro da fuori la rispondenza tra le cose che vediamo e le parole che diciamo, dalla quale si accresce l’essere di ogni cosa che è». Questa figura della schivata Luisa la usa spesso dopo che il film L’esquive di  Abdel Kechiche gliel’ha riportata in mente e le è sembrata perfetta per nominare ciò che già facevamo in pratica.

Poi però, sempre più scarnamente ho elencato quelli che poi forse sono i due pannelli più ampi del libro, e cioè gli accenni e anche la riattivazione dei principi della conoscenza che è una pratica né individuale né collettiva, ma in relazione.

3) «Rivisitare instancabilmente la figura del rapporto con la madre, le genealogie femminili. Instancabilmente perché niente resta uguale». Questa è una cosa su cui Luisa aggiunge modifiche tutte le volte e tanto ne rimane da fare.

E con questo ho finito e se volete, queste sono anche le mie domande…

Luisa Muraro: Grazie Edda. Vorrei ringraziare anche Anna Belpiede che ha organizzato questo incontro. Sono venuta volentieri a Torino perché sono una vicina, essendo milanese (d’adozione), ma ci frequentiamo troppo poco. Mi piace la veduta frammentaria esposta da Edda Melon, invece di un discorso unitario. Lei per me resta vivamente associata alla casa editrice La Rosa, quindi al nome di Clarice Lispector e a tutta la storia del pensiero di donne, che conta grandissime pensatrici… E qui mi innesco subito in qualcosa che tu hai detto: «Non mi rassegno». Faccio un esempio: prima della Prima guerra mondiale, Helene von Druskowitz – pensatrice viennese rimasta sconosciuta, morta in manicomio, per breve tempo amica di Nietzsche, poi in conflitto per un contrasto sul nichilismo – alla vigilia del disastro del XX secolo per l’Europa aveva visto e previsto il disfarsi catastrofico della cultura europea. “Io non mi rassegno” a che ci sia un sapere politico, artistico, filosofico di donne che non fa breccia nella cultura ma che di certo circola… Un altro esempio, più recente: il papa regnante si è recato all’Università di Ratisbona, la sua alma mater, dove ha fatto l’elogio della vita universitaria senza soffermarsi sull’assenza di donne docenti nel corso dei suoi studi. Non mi rassegno a questa inconsapevolezza maschile del problema di una cultura cresciuta senza autorità femminile, assenza che è per la civiltà umana, compresa la Chiesa cattolica, una perdita secca e bisogna saperlo…  .
Tra qualche giorno andrò dal Vescovo di Pavia e glielo dirò leggendo le straordinarie parole di Teresa d’Avila che, nel Cammino di perfezione, rivolgendosi a Dio, dice in un crescendo di collera: «Signore dell’anima mia, voi non avete disprezzato le donne, anzi avete trovato che tra le donne c’era più fede che negli uomini…Ma vi sembra possibile che ora invece gli uomini, tutti maschi (varones), oltre a tenerci rinchiuse come animali (acorraladas), non ci lascino agire e predicare in pubblico”… e avanti con un’invettiva che la censura eliminò ma lo Spirito santo ha salvato, in un manoscritto sfuggito ai censori ecclesiastici.
C’è bisogno di autorità femminile. La nostra cultura, invece, che ormai vivacchia e non ha sprazzi, avrebbe come traguardo di dare parità alle donne. Tutto questo darsi da fare per la parità, è tempo perso. Serve che la società maschile registri la differenza e l’autorità di quello che le donne dicono. Ci sono uomini che si rendono conto e il loro numero cresce, bisogna arriva che sia un gioco di tutta la società. Questo librino, Non è da tutti, è stato commissionato da un uomo; su un giornale aveva letto una mia protesta contro l’insistere noioso sulla parità, e mi ha detto: «Sono padre di due figlie e non perché sono il loro padre, ma veramente io, vedendole crescere accanto ai loro coetanei, mi sono convinto che c’è veramente – non ricordo se ha detto superiorità – ma insomma un’eccellenza femminile».
Dovete anche considerare la mia biografia, che qui compare poco: sono nata in una famiglia numerosa in cui c’erano 5 maschi e 6 femmine, e sono cresciuta in questa società autenticamente mista dove fratelli e sorelle sapevano parlarsi da donne e da uomini, sapevano fare il gioco della differenza… Lo facevamo ed era proficuo. E non pensate che fosse una famiglia-modello, i problemi c’erano, ma c’era questa intensità di maschi e femmine che si parlavano, che giocavano insieme, che si baruffavano. Ricordo il più giovane che alzava le ascelle e si guardava, e noi femmine più vecchie, avendo colto il suo sguardo, dicevamo: «Aspetti i peli tu! Aspetti i peli; non ti cresceranno mai!», delle quasi minacce di castrazione… E la società non riesce a farlo e la civiltà ne avrebbe bisogno.
Ho scritto questo libro per parlare a donne e uomini: alle donne per dire loro di avere un alto senso di sé, e agli uomini per dare l’esempio dei grandi artisti, come Vermeer, pittore di donne, con lo sguardo attento, amoroso e rispettoso su di loro; e Bill Viola con il suo famoso video The Greeting, sono andata quasi in estasi quando ho visto questo video. Tutti dicono che sia ispirato alla Visitazione di Pontormo… Sì, è vero, però lo stesso Viola ha raccontato che c’entra anche una sua esperienza: chiuso nell’automobile, a un semaforo guarda fuori e vede l’incontro di due donne sul marciapiede vicino, una dice qualcosa all’altra e l’altra la abbraccia. Lui ha intuito, a torto o a ragione, che l’una dicesse all’altra: «Sono incinta» e questo ci riporta, per un’altra via, all’incontro di Maria ed Elisabetta secondo il vangelo di Luca. Viola ha messo tre donne in scena, messe in scena come donne naturalmente, ma anche come femministe, vestite con abiti leggeri dai meravigliosi colori, un po’ etnici diremmo oggi, con scarpe comodissime, basse… E, nei visi e nei corpi, la felicità che si comunicano, nel video si sente appena sussurrare, perché quello che prevale è un rombo che cresce, è il vento, è lo Spirito santo. Io lo nomino perché penso che ci sia e credo che sia molto più incline ad essere una donna. O come una trans… le trans sono quasi tutte femminili perché sono prevalentemente uomini passati (o passanti) a donne, così come ci sono anche “i” trans, donne che passano a uomini… Tutti, al principio principio della fecondazione, siamo del sesso della madre, ha scoperto la biologia. È bello vedere come hanno cercato di spiegarlo i giornalisti della divulgazione scientifica: non riuscivano a raccontarlo, anche se è molto semplice: siamo concepiti tutti dello stesso sesso della madre, cioè di sesso femminile, e dopo un po’ succede qualcosa per cui una metà circa degli embrioni cambiano programma e quelli diventeranno gli uomini… In qualche modo questa scoperta della biologia mostra il genio di Aristotele, perché lui l’aveva intuito ma al rovescio: credeva che la vita cominciasse al maschile e poi, per un incidente, metà passasse al femminile. Uomo del patriarcato, la giusta intuizione gli si è capovolta in testa… Forse voi pensate che io stia scherzando: quello che dico è vero, solo che lo dico con santa semplicità… Negli articoli di divulgazione scientifica la faccenda apparve piuttosto contorta, forse perché non si voleva ferire la virilità. La virilità è una faccenda delicata. In generale, non si può debilitare gli uomini, bisognosi sempre di essere sostenuti o incoraggiati. Non bisogna dimenticarlo, altrimenti alcuni diventano pericolosi, altri si abbattono, si demoralizzano…
Adesso riprendo due altri punti di quello che hai detto tu, Edda, e poi diamo la parola al pubblico. Mi è piaciuto che tu abbia detto che l’argomento del libro è la grandezza delle donne, ed infatti questo è l’argomento. E poi tu parli del “farsi giustizia”, che è un tema che io tratto brevemente nel mio libro. Lo stesso tema è stato ripreso da una giovane studiosa in un testo che apre il prossimo numero di Via Dogana, dicembre 2011, intitolato proprio Farsi giustizia, dove si sostiene che le rivolte che stanno scoppiando sono all’insegna del farsi giustizia. Chi ha imparato a farsi giustizia nel senso migliore della parola, sono state le donne. Abbiamo iniziato a farci giustizia con avvenimenti come quello evocato prima, della nascita di gruppi di sole donne, cioè con la separazione da legami politici o personali con uomini e con il metterci in relazione donna con donna, dandoci forza tra noi… perché ci sia giustizia, una giustizia che si fa senza scavalcare nessuno, senza legiferare, senza condannare a morte. Farsi giustizia quindi con la forza del simbolico. Che anche gli uomini conoscono, come si vede nell’arte, nelle opere d’arte animate da quella grande energia che è forza simbolica e che si può chiamare anche lo “Spirito Santo”, che è principio di forza e libertà…
Le donne sono quelle che hanno iniziato una politica del simbolico, consapevolmente.
L’“indicibile” del sottotitolo del mio libro, L’indicibile fortuna di nascere donna, vuol significare, letteralmente, indicibile. E questa non dicibile fortuna sappiamo che si capovolge, o può capovolgersi, nel suo contrario, anche nel linguaggio. Per esempio in Simone Weil, che parla del malheur di nascere donna, di una sventura. L’altro ieri ero a Cagliari e una signora, sempre a proposito del sottotitolo, m’interrogava sul termine “fortuna” che a lei non appariva giusto. E io le ho risposto che non ci si deve fissare sulle parole, le parole domandano anche una certa mobilità. “Se tu la senti come sfortuna, non ti sbagli affatto, perché la parola fortuna può capovolgersi…”. Lo sapevano ad esempio i Romani che la dea Fortuna aveva questo doppio versante.
E dunque io l’ho chiamata così, una fortuna che non si può dire, però il libro si ferma sulla fortuna in positivo e sul privilegio, che è di nascere dello stesso sesso della madre. Questo è il grande privilegio, che naturalmente non abbiamo meritato e che dobbiamo pagare lo stesso, perché nascere dello stesso sesso della madre non è una cosa di poco impegno; anzi, a volte è terribilmente difficile. E in questo, per certi versi, sono più fortunati i maschi perché con la madre possono andare d’accordo più facilmente. Non è facile per una donna andare d’accordo con la madre, ma un accordo in profondità è richiesto perché dalla madre si deve ereditare l’accettazione di quella qualità che è la fecondità, altrimenti sparisce dalla terra e non ci sono più creature nuove. Nel libro riprendo un’idea che avevo già esposto in Al mercato della felicità (Mondadori, 2009), che nella relazione tra madre e figlia la natura si fa cultura e questo farsi è tutto lavoro compiuto in prima persona, nella vicenda singolare del rapporto fra quella donna, la figlia, e quell’altra donna, la madre. Ed è, a volte, penoso. È vero, come dice Edda Melon, che io su questo tema ho sempre da aggiungere cose. Da dove mi vengono? Da una polemica sempre aperta dentro di me, tra me e mia madre. Mia madre per parte sua sarebbe morta, e dovrebbe esserlo anche per me, ma non possiamo, siamo vive tutte e due, ancora in una polemica intensa dove ci si guadagna un pensiero… anche se non sonni tranquilli. E ciò è da mettere a disposizione delle altre donne e da far sapere agli uomini.

Edda Melon: C’è stata la recensione di Anna Bravo sull’Indice, che su questa cosa della madre è stata molto “a proposito”. Prima, e su questo eravamo d’accordo, diceva: «Eh sì, e per quelle per cui è difficile…»; e invece questa volta ha detto: «Anche su questa cosa che per me era così impossibile, adesso Luisa mi viene più incontro».

Luisa Muraro: Volevo solo aggiungere che tu, Edda, prendi il racconto del capitolo 2 come se fosse il racconto di un sogno…

Edda Melon: E tu lo dici pure…

Luisa Muraro: Forse avrò detto “come in sogno”, ma il fatto è accaduto in realtà, a Roma, in una villa bellissima sul Gianicolo: era la casa di Romana Guarnieri, che l’aveva avuta in eredità…

Trascrizione a cura di Paola Marchi – Concorso letterario nazionale Lingua Madre