Le autrici di Lingua Madre

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Scritto da Segreteria il 03 Aprile 2012

Cammino su un pavimento di rombi bianchi e neri. Il mio vestito bianco e nero si confonde con il pavimento e io striscio su di esso. Piano, piano, piano… Lecco il nero, lecco il bianco. Veloce, veloce, veloce, le mie mani s’aggrappano, le unghie s’infilzano sui bordi dei rombi. Mi fermo, continuo a scalare la scacchiera, il mio corpo si muove, il pavimento no. Il mio corpo si agita ma nulla smuove. Mamma! Mamma! Cado dal letto. Mi rovescio in piedi e sudo. Mia madre balza sulla sedia e s’alza insieme a me. Mi afferra la mano, mi accarezza i capelli e mi spinge sul letto. Ansimo. Lo specchio mi dice che sono bianca, troppo bianca per avere l’aspetto d’essere umano.

IL MUSEO DEL FUTURO
Migena Proi
Albania
Primo Premio

Il mio colore preferito è il verde. Qualsiasi cosa, dai calzini di lana che si indossano per non sentire freddo d’inverno al vestito da sposa, per me, dovrebbe essere tutto verde. Mamma dice che è perché le pareti della mia cameretta erano di quel colore. Un verde pastello, delicato, uguale a quello dei vestitini per neonati quando non si sa ancora se sarà maschio o femmina.

L’appartamento con la stanza dalle pareti verdi è stato il primo luogo che ho chiamato “casa”. Dopo quello, nessun altro ha saputo replicare quel senso d’assolutezza e assenza di dubbi. Quella era casa, era casa mia, fuori dalla porta stava il mondo, tra quelle quattro stanze noi tre. Comunque fossero andate le cose. Non era pensabile nulla di alternativo, non esisteva altro nei miei pensieri di bambina. Quando mi chiedevano dov’era casa mia, io rispondevo verde.

VERDE UGUALE CASA
Gracy Pelacani
Brasile
Secondo Premio

Ogni mattina mi sveglio stretta e riscaldata dalle braccia di un tenero sogno; lasciarlo andare è una doccia fredda. È il sogno della stanza che l’infanzia e l’adolescenza hanno tappezzato con tanti peluche, tanti poster, cd, libri e diari segreti nascosti in angoli polverosi. Sorrido ad occhi chiusi al raggio di luce che invade la piccola stanza. Ma ad occhi aperti il sogno svanisce completamente; al suo posto quattro sobrie mura, per niente colpevoli, mi richiamano alla realtà. Non è mia la stanza, non è mia la casa, non è mio nemmeno l’odore di caffè che arriva dalla cucina. Mi sforzo per alzarmi, andare in cucina e prepararmene uno, prima che qualche altro coinquilino mi rubi il posto davanti al fornello. È straniera la stanza.

LO SGUARDO DEL PASSATO
Irina Serban
Romania
Terzo Premio

Bahia.
Immediatamente penso al Sud America.
B come Brasile, come beatitudine, come banane, come bermuda, come bagno, come bibite, come brindisi, come ballo, ballerine e chissà cos’altro.
Stringo la mano della donna che mi sta di fronte.
Sua madre.
Presentazioni ufficiali.
I suoi occhi sembrano truccati di cenere. Le sue pupille brillano come carboni accesi nel contorno sfumato di occhiaie scure e profonde.
Sorride.
Un sorriso bianco ed immenso che sboccia tra le rughe brune del suo viso.
–  Kifik?!
Guardo spaesata il mio compagno.
–  Cos’ha detto?
Ha detto come stai? Piacere! Hai presente How do you do in inglese?
Ho presente.
–  Quindi?
–  Rispondi con kifik! – mi esorta lui.
–  Kifik! – dico allora io.
Funziona.

B COME BAHIA
Sabrina Grappeggia
Italia
Premio Sezione Speciale Donne Italiane

Denny Mendez sorrideva anche se le lacrime di gioia e sorpresa le rigavano il bel viso da adolescente. La sua bella e scura massa di morbidi capelli ricci era in contrasto con quella coroncina di luci brillanti da Miss che cercava di tenere in equilibrio sulla testa, mentre le altre ragazze del concorso la assalivano per congratularsi con lei, invidiose e sorprese anche loro che avesse vinto! Lei, una Miss Nera! Ma mica siamo in America qui, ma cosa sta succedendo mai? Io e mia madre non eravamo così appassionate di concorsi televisivi, men che meno di Miss Italia. Ma quell’anno ci mettemmo davanti alla tv ogni sera, incuriosite da quella ragazza dominicana che cercavamo con lo sguardo durante il programma. Non sapevamo se tifare per lei o no, ma stavamo lì a guardare trepidanti. Poi scoprii che mia madre tifava eccome!

VOLEVO ESSERE MISS ITALIA
Rahma Nur
Somalia
Premio Speciale Rotary Club Torino Mole Antonelliana

Mi attendeva una lunga giornata all’ospedale, tra una visita diagnostica e l’altra. Non era un periodo buono. Superati i quarant’anni, il mio corpo ha iniziato a protestare. Era giunto il momento di scoprirne il motivo. Dopo lunghe discussioni ho convinto mio marito che mi lasciasse affrontare gli esami da sola. Avrebbe pensato lui ai ragazzi, alla scuola e al pranzo. La mattina degli esami mi sono munita di pazienza, ho infilato una bottiglietta d’acqua nella borsa e sono partita per l’ospedale. Le solite stradine tortuose di montagna, l’abituale traffico di fuoristrada rombanti, api singhiozzanti e motorini folli, semafori rotti, gente a piedi, il piccolo parcheggio sempre pieno. Per incoraggiarmi, prendo un buon caffè al bar accanto all’ospedale e mastico un pezzo di crostata. Mmmh, buona. Sembra fatta in casa. Forse la prepara la mamma del barista. Per un attimo non penso ad altro. La magia del cibo funziona sempre.

IL PROFUMO DELLA DOMENICA
Michaela Sebokova
Slovacchia
Premio Speciale Slow Food Terra Madre

Rigel si tocca la pancia, cercando di sistemarla meglio sotto la cintura. Deve mettersi a dieta se vuole continuare a lavorare. Ma soprattutto, come farà a realizzare la profezia di suo padre? Una stella, amore mio, tu sarai una stella. Rigel raddrizza le spalle e vede Gianni attraversare la strada facendole grandi cenni con la mano. Improvvisamente, vorrebbe schiacciare la faccia di quell’uomo sull’asfalto e affogarla in un rigagnolo d’acqua. Lui, che ha cercato di baciarla la settimana prima, in stazione! Se suo padre l’avesse saputo! Nessuno la doveva toccare in quel modo: una stella brucia, tesoro. Quello che da sette anni a questa parte le occupa la vita, si ripete Rigel, non è altro che una fase intermedia. Per adesso, infatti, è solo una stella che esaudisce desideri; più tardi riuscirà anche a brillare.

CIAO SORELLA
Aminata Aidara
Senegal
Premio Speciale Torino Film Festival

Ciao, è passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo parlate ed io ho paura di non riuscire più a ricordarti; perdonami. Inutile chiederti come stai. Credo che questa sia la prima lettera che ti scrivo, anche se molte sono le volte in cui ci siamo tacitamente parlate; il nostro è un rapporto quotidiano, fatto di silenzi, memorie e soprattutto consapevolezza. Ti scrivo perché mi manchi, perché faccio fatica a pensare che ormai appartieni al passato e non a me. Ti scrivo perché non so più dove sei, e cerco di rintracciarti urlando il tuo nome e reclamando la tua presenza: spero ti raggiunga l’eco della mia voce, risuonando negli sconfinati deserti bianchi della carta.

CON GLI OCCHI DELLA FENICE
Martina Turano
Italia
Premio Speciale Giuria Popolare