Le autrici di Lingua Madre

Le donne e la politica

Scritto da Segreteria il 15 Giugno 2011

Di Serena Blasi
[articolo pubblicato sul numero 32 (anno 8, giugno 2011) di El Ghibli, la rivista online di letteratura della migrazione].

Sono molti gli stereotipi che andrebbero sfatati sulle donne appartenenti al mondo arabo: siamo abituati ad immaginarcele timide e sottomesse nascoste sotto i veli, anime indifese dietro profondi occhi scuri. Eppure, in questi mesi di grandi rivolgimenti sull’altra sponda del Mediterraneo, le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste. Il solo fatto di esserci state, di aver partecipato, mette in discussione irrimediabilmente il ruolo di subalternità al quale erano condannate.

I social network, in particolare Facebook, sono stati fondamentali in questa rivoluzione perché mezzi di comunicazione per natura più vicini al modo in cui molte donne scelgono di vivere. Su Facebook bisogna condividere, è necessario, non c’è spazio per il leader, per l’autorità. Su Facebook la parola maggiormente usata è il “Noi”, espressione simbolicamente molto vicina al mondo femminile. Così, in Tunisia e in Egitto, le manifestanti si sono posizionate sul fronte opposto rispetto al fastidioso e arretrato stereotipo occidentale. Si sono occupate attivamente dei notiziari e dei forum su Facebook. In piazza Tahrir, in Egitto, molte donne volontarie con i loro bambini, hanno sostenuto con decisione la comunicazione, l’assistenza, la sicurezza. La donna è riuscita ad andare laddove spesso l’uomo si ferma, ha tranquillizzato i manifestanti di fronte a provocazioni molto gravi. Questi segnali vivi ci portano a credere che è arrivato il momento di allontanarsi dalla visuale storica che vede la donna fuori dalla filosofia e dalla politica. A proposito di questo scrive la filosofa Hannah Arendt in Che cos’è la politica: “la filosofia ha sempre parlato dell’uomo. La filosofia ha definito la politica come il luogo di realizzazione dell’uomo. Ma proprio qui sta l’errore: la politica è il luogo della pluralità degli uomini, non dell’uomo”. Non c’è solo l’uomo ma ci sono gli uomini e le donne, in contatto tra di loro in un coacervo di relazioni. Dunque la donna e la cura diventano immagini chiave ancor di più nei nostri travagliati giorni. La capacità di saper aspettare, di saper tornare, di riuscire a rimanere ferme quando ciò è necessario sono peculiarità rare e preziose e queste donne hanno dimostrato di possederle e di essere in grado di gestirle.
Spesso si discute a proposito delle donne e della pace, della capacità di dialogare. Luisa Muraro, a proposito di questo, afferma che “la differenza principale tra un uomo e una donna nella capacità di dialogare è nella relazione della donna con la madre, relazione intesa nei due sensi: ogni donna è stata messa al mondo da un’altra donna ed è a sua volta potenzialmente madre di un’altra. Tra la bambina e la madre si instaura una relazione che non è un compimento… Nell’amore femminile della madre, c’è posto per gli altri…”. C’è da chiedersi, alla luce di queste riflessioni, se esiste, dunque un’altra chiave per leggere la storia. Per non classificarla solo come mero percorso di dominio sulle donne. Secondo Luisa Muraro, “…bisogna anche imparare a leggere, nella storia, la presenza di scelte femminili. Per esempio, quella di sacrificare tante cose per dare cura ai bambini e alle bambine. Una scelta che ha umanizzato la società. Infatti, le cure prolungate che ricevono le creature quando vengono al mondo le ricevono essenzialmente da donne, e queste cure prolungate trasmettono civiltà perché imprimono nelle prime esperienze di vita la presenza di qualcuno che ti vuol bene, che si rivolge a te personalmente”. Le donne sono assolutamente adatte, anche per via di questo amore per la cura, a dedicarsi alla politica. Una politica che non manifesta la propria forza nello scontro ma nella capacità di tessere legami, di riflettere, ragionare. Le donne sanno fermarsi sulla soglia nell’attimo che precede l’azione per intensificare relazioni e costruire mediazioni tra sé e l’altro/a.
Il Concorso Lingua Madre, giunto ormai alla VII edizione, è un modo di far politica. Attraverso un gruppo di studiose del pensiero femminile, costruito nell’ambito del Concorso, viene approfondito l’esame del fenomeno migratorio per cercare di elaborare nuove proposte per il futuro. In particolare, la ricerca tende a organizzare incontri e seminari e a realizzare un volume che concorra a riconoscere l’alterità riattraversando il fenomeno migratorio in modo critico e “situato”. Rivolgendosi alle donne straniere residenti in Italia, il Concorso viene ad essere un’opportunità per ascoltare la voce di chi solitamente rimane inascoltato. Inoltre, il bando ammette e incoraggia la collaborazione fra le donne straniere e italiane nella stesura dei racconti, proprio per favorire la valorizzazione dell’intreccio culturale. Tutto questo perché assistenza non è mai perdita sul piano identitario, al contrario è proprio nella relazione che l’identità si afferma in modo positivo e non preclusivo. Ogni anno, il Concorso Lingua Madre raccoglie molte testimonianze da donne provenienti dal mondo arabo. Spesso, infatti, chi si rivolge al Concorso si avvicina alla scrittura, in molte occasioni per la prima volta, in cerca di nuovi spazi di libertà. Un po’ come è avvenuto tra le donne e Facebook, il racconto diventa un modo per esprimere la propria identità, un canale privilegiato per conoscersi e riconoscersi. Come scriveva Carolyn G.Heilbrun, “le donne arrivano alla scrittura insieme alla creazione di se stesse”. I racconti possono quindi essere un valido strumento per studiare e capire i cambiamenti geopolitici del mondo in cui viviamo, la ricerca che muove il Concorso tende ad una nuova visione e analisi che ci spinga, come afferma la saggista Aida Ribero a “tenere insieme soggettività e relazionalità, in un intreccio capace di restituire la differenza femminile e la differenza maschile come un unicum dell’umanità, né complementari né contrapposti, ma necessariamente relazionati nella differenza”.
Il vistoso e incredibile materiale che il Concorso ha la fortuna di avere a disposizione racchiude la voce diretta delle donne. Elementi che possono regalare a ognuno di noi, al nostro pensare e pensarsi, una vera crescita culturale, lontana dalla ripetitività, dal già detto e già conosciuto. Perché, come scrive ancora Ribero “ciò che rimane fisso all’orizzonte è il processo di formazione del sé nel riconoscimento della relazione con l’altro/a, come prassi necessaria di vita”.
“Ripensandoci, è come se ognuno di noi si fosse affacciato al mondo dell’altro osservando curioso ciò che quel mondo conteneva. Con il desiderio di conoscere, scoprire, mescolare e imparare. A volte sarebbe più facile stare chiusi nei propri bozzoli rigidi perché si è protetti dalla paura del nuovo, del diverso, ma bisogna essere tenaci e pazienti come di fronte a un albero a cui è stato fatto un innesto. Da quel taglio, verranno fuori nuove crescite, nuovi frutti, mentre non mutano le radici”, scrive Leila Kafala, una delle tante autrici del Concorso, proprio a proposito del riconoscimento di se stessi nell’altro. Kafala, che è scappata dalla Tunisia e si è sposata in Italia, Kafala che non tornerebbe più nel suo paese di origine, ma che nella sua vita quotidiana compie di certo ogni giorno una piccola, sincera rivoluzione. Kafala che ha scritto e inviato un racconto per raccontarla quella piccola rivoluzione di pensiero quotidiano. “Osservo mia figlia – scrive ancora – questa figlia che entra con la stessa spiritualità in una chiesa o in una moschea, che mi ha insegnato che la fede si moltiplica con un Dio solo che ha nomi diversi. A lungo ho temuto che i miei strappi ricadessero su di lei con troppo dolore, e invece è con stupore e anche gioia che la vedo organizzare un matrimonio musulmano con il suo fidanzato italiano. Lo stanno facendo per gioco ed è un dono consapevole alla vecchia nonna di Ras-djebel. Quel rito mancato, quel buco nel cuore della nonna verrà riparato tanti anni dopo. So già che quel giorno scatterò molte fotografie, come faccio sempre di fronte a qualcosa di inaspettato. Quando venni in Italia era tutto bianco di neve e io che prima di allora avevo intravisto qualche fiocco sparuto solo una volta per pochi minuti, cominciai a scattare con l’energia e lo stupore dei vent’anni. Mi sembra di sentire ancora quei clic..” Si può imparare molto da ognuna di queste autrici, protagoniste di tanti mondi paralleli. Ogni racconto è un invito a guardare dentro di sé e verso l’altro/a, per ricordarci, come scriveva Virginia Woolf, che “c’è sempre un punto dietro la testa che non si riesce mai a vedere da soli”.