Appuntamenti

Laboratorio al liceo Gobetti: i racconti dei ragazzi

Scritto da Segreteria il 28 Aprile 2010

Molte ragazze e molti ragazzi del liceo Gobetti di Torino hanno partecipato ai laboratori di narrazione e scrittura organizzati dal Concorso Lingua Madre durante l’anno scolastico.
Grazie alla collaborazione con le insegnanti, in particolare a Cristina Bracchi e a Patrizia Moretti, alcuni di loro ne hanno tratto ispirazione per scrivere un racconto, che pubblicheremo ogni giorno, in ordine alfabetico.
Ecco l’elenco dei partecipanti:
Anca Acaru
Lorenzo Asprea
Campagnola
Giorgia Curtabbi
Davide Folli
Edoardo Gentile
Giovanni Graziadei
Eleonora Leoumbruni
Chiara Longato
Giulia Macchia
Ettore Mafucci
Paolo Minutti
Arianna Moglia
Riccardo Novo
Ivan Pedretti
Helene Tonelle
Tonioli Francesco
Angelo Triarico

Iniziamo allora dal primo racconto:

L’amica di famiglia
di Anca Acaru
(Classe I C)

Cristina Ketoff è un’amica di famiglia che, all’epoca della nostra conoscenza, aveva trentacinque anni. La prima cosa che mi colpì fu la sua straordinaria bellezza: era mora, con i capelli leggermente ondulati e, quando li legava, alcune ciocche le cadevano sul viso diafano dove risaltavano dei bellissimi occhi verde acqua e delle labbra carnose. Con il tempo scoprii anche la sua allegria e simpatia che suscitava in tutti, ma scoprii anche che aveva origini bosniache e un passato difficile di cui non le faceva piacere parlare. Un giorno, però, la convinsi e cominciò a raccontare: “Quando avevo ventuno anni, in Bosnia era da poco finita la guerra e ovunque guardassi vedevo solo distruzione e morte che mi facevano sempre tornare in mente le scene terribili viste durante la guerra. Non potevo più rimanere! Racimolai pochi soldi e decisi di venire in Italia. Mio padre era morto ed ero figlia unica, quindi lasciai solo mia madre e qualche amico. Viaggiai per un po’ in macchina e poi con la nave, le condizioni non erano delle migliori, ma almeno la mia vita non era in pericolo. Arrivata in Italia, andai a Torino e mi stabilii in un ostello, il meno costoso che trovai. Mi misi subito a cercare lavoro e per fortuna lo trovai quasi un mese dopo, appena in tempo perché i soldi stavano finendo. Dovevo tenere in ordine la casa di un’anziana e benestante signora della quale si occupava un’altra ragazza che si chiamava Michela, ma con la quale non ebbi mai un buon rapporto: ci scambiavamo di rado qualche parola, forse anche perché non avevo ancora imparato l’italiano. Venivo pagata abbastanza da riuscire a pagarmi la stanza, a mangiare e a permettermi qualche piccolo piacere. Chiamavo mia madre una volta a settimana, ma con i amici persi subito ogni contatto. Stava andando tutto piuttosto bene, ma quasi come punizione per averlo solo pensato, quattro mesi dopo l’anziana morì e io rimasi senza lavoro. Ero disperata, ma mi misi subito a cercarne un altro. Avevo anche stampato dei volantini con il mio numero che attaccavo ai pali della luce e alle fermate dei pullman. Erano passati quasi due mesi e, non avendo più potuto pagare la stanza, ero stata costretta a lasciare l’ostello e a vivere per più di una settimana per strada; mangiavo quel che trovavo, provando a non fare tanto la schizzinosa, e dormivo sulle panchine. Ricevetti la telefonata di un uomo che mi disse: “Ho un lavoro per lei, ma prima dovrei vederla e discutere di alcuni dettagli”. Io non feci nessuna domanda su che tipo di lavoro si trattasse, per me l’importante era averlo trovato. L’indomani mi presentai all’appuntamento e l’uomo mi chiese: “Da dove viene? Ha qualche famigliare o amici qui?” Erano delle strane domande e non mi parlò affatto del lavoro che avrei dovuto svolgere, ma io gli dissi tutto quello che voleva sapere, non volevo certo perdere quell’occasione. Poi mi chiese i documenti dicendomi: “Devo fare delle fotocopie, te li ridò domani quando parleremo anche del tuo lavoro”. Molto ingenuamente glieli consegnai. Al secondo appuntamento si rivelò per quello che era, dicendomi: “Io ho i tuoi documenti e, se non fai quello che ti dico, chiamerò la polizia che ti rimanderà subito da dove sei venuta, se invece fai la brava, te li ridarò quando finirò con te”. Mi ritrovai così a dover fare la prostituta. Di questo non dissi niente a mia madre e tornai ad abitare all’ostello. Conobbi Carmela, italiana, e Nana, austriaca. Anche loro erano prostitute e, lavorando spesso nella stessa zona, incominciammo ad avere più confidenza, diventammo amiche, se così si può dire. Parlando, dissi loro che ero bosniaca e fecero una strana faccia che però cercarono di nascondere. Una sera, qualche giorno dopo quella confessione, le due ragazze mi invitarono ad uscire con loro ed andare in discoteca. Fino ad allora io non c’ero mai andata in Italia, perché non avevo avuto nessuno che mi facesse compagnia, perciò ero molto elettrizzata all’idea e poi pensavo anche di aver trovato delle amiche, ma non sapevo quanto mi stessi sbagliando. Quando entrai, oltre alla musica, mi investì un’ondata di emozioni, tornai la ragazza spensierata di un tempo, mi lasciai andare e ballai insieme a Carmela e Nana: per la prima volta dopo tanto tempo mi stavo divertendo. Un ragazzo mi invitò a ballare e parlammo anche, per un po’, poi dovette andarsene, ma prima mi chiese: “Che ne dici se ci vediamo di nuovo la prossima settimana sempre qui alla stessa ora?” Io dissi che ci sarei stata. Tornai da Carmela e Nana che mi offrirono da bere una birra, ma io rifiutai perché non bevo alcolici, così una di loro andò a prendermi un succo che io bevetti. Dopo non molto incominciò a girami la testa, sentivo la musica come un’eco e mi facevano male le orecchie, decisi di andarmene. Tornai all’ostello in uno stato penoso e non so ancora come ci sia riuscita; il giorno dopo mi sentivo quasi peggio, ma fui abbastanza lucida da rendermi conto che ero stata drogata da quelle due. La settimana dopo incontrai il ragazzo conosciuto in discoteca e parlammo, ma, quando gli raccontai che ero bosniaca, lui mi disse che andava a prendere da bere e non tornò più. Capii che il problema era la mia nazionalità quando conobbi un altro ragazzo con cui ebbi un appuntamento in centro qualche giorno dopo; infatti quando confessai anche a lui di essere bosniaca, la sua reazione fu sbalorditiva: “E me lo dici solo adesso, tutto questo tempo sprecato. Non posso certo stare insieme con una di quei barbari che si uccidono!” Quel ragazzo faceva riferimento alla guerra civile che c’è stata in Bosnia. Anche in Italia c’è stata una guerra simile tra partigiani e quelli favorevoli al fascismo e non per questo sono considerati barbari, ma, ovunque ci sia una situazione politica instabile, ci sono degli scontri; è anche vero che in TV si sentono molte crudeli azioni compiute dai bosniaci, oltre alle scene di guerra, ma non bisogna pensare che siano tutti uguali, che colpa ne avevo, perché dovevo pagare io per loro? Era passato poco più di un anno da quando avevo cominciato a fare quel “lavoro”, quando mi arrivò la notizia che mia madre era morta; io non potei neanche andare al suo funerale del quale si occuparono alcuni lontani parenti che non avevo mai conosciuto di persona, ma di cui avevo solo sentito parlare. Quella notizia mi sconvolse tremendamente, era l’unica persona che teneva a me e che, pur essendo così lontana, riusciva a trasmettermi tutto il suo amore tramite il telefono. Solo allora mi resi realmente conto di quanto fossi sola. Piano, piano incominciai a bere, a fumare e poi anche a drogarmi, ero caduta in una profonda depressione, non mi importava più di niente e di nessuno, neanche di me, continuai però a fare la prostituta e a mettere dei soldi da parte. Tornai in me solo quasi due anni dopo quando ormai avevo raggiunto il limite e mi svegliai in un parco per terra senza sapere neanche come ci fossi arrivata; allora capii che non potevo più continuare a vivere in quel modo e decisi di andare dalla polizia che arrestò l’uomo che mi aveva costretto a fare quel lavoro, ma senza trovare i miei documenti; perciò fui rimpatriata. Anche qui presi una stanza in un motel. La Bosnia non era più come prima, la maggior parte dei palazzi era stata ricostruita, era tutto nuovo. Per me era molto strano e poi non avevo più familiari, amici o conoscenti, niente che mi legasse a quel posto, se non il solo fatto che lì non ero una straniera. Provai a cercare un lavoro, ma non riuscivo a trovarlo e, parlando con delle persone, appresi che l’economia non si era ripresa, anzi; quindi era molto difficile, se non quasi impossibile, trovarlo. Così rifeci i documenti e tornai in Italia, sempre a Torino. Visto che ero libera di fare quello che volevo, decisi di iscrivermi all’università per diventare architetto. Avevo imparato la lezione e perciò dissi che venivo dalla Germania. Andava tutto bene, prendevo bei voti, di pomeriggio lavoravo come cameriera; con i soldi che ero riuscita a mettere da parte facendo la prostituta, ed erano abbastanza, mi comprai un modesto appartamento e poi qualche volta mi vedevo anche con alcuni compagni. C’era un ragazzo che era molto carino e mi piaceva, si chiamava Edoardo. Un po’ di tempo dopo aver frequentato i miei compagni, tra me e lui incominciò ad esserci del tenero e poi formammo coppia fissa, era davvero un ragazzo carino, gentile ed intelligente. Dopo circa sei mesi durante i quali il legame con i miei amici ed Edoardo si rafforzò e pensai che tenessero abbastanza a me da accettare il fatto di essere bosniaca, confessai loro la verità. La reazione purtroppo non fu quella che mi aspettavo, si arrabbiarono molto e non mi parlarono più. Fui di nuovo sola, ma non riuscivo ad accettarlo, così una settimana dopo li incontrai per provare a sistemare le cose, raccontai loro cosa mi avesse spinto a mentire sulla mia nazionalità; quindi di come ero stata trattata e dissi che lo avevo fatto solo per essere accettata. Non tutti riuscirono a capirlo, ma le persone che contavano di più per me lo fecero,  cioè Veronica, che è diventata la mia migliore amica, il suo fidanzato e cosa più importante Edoardo. Non si erano arrabbiati per il fatto che io ero bosniaca, ma perché avevo mentito loro. Da allora in poi fummo inseparabili e arrivammo tutti il quinto anno a laurearci, fu un giorno memorabile. Dopo abbiamo cercato lavoro e Veronica, il suo fidanzato ed Edoardo lo trovarono quasi subito mentre io no. Presentai il mio curriculum a molti, ma non fui mai ricontattata, eppure avevo preso un punteggio alto, sicuramente era per il fatto che ero straniera. Fortunatamente, circa un anno dopo, Edoardo, con cui convivo, mi trovò un lavoro. Due anni dopo ci sposammo, il giorno più bello della mia vita. Più o meno nello stesso periodo conobbi al lavoro tuo zio e poi i tuoi genitori”.

Io ammiro molto Cristina.