Appuntamenti

Impastate di terra, guardiamo alla vita: l'incontro a Torino Spiritualità

Scritto da Segreteria il 28 Settembre 2015

to spiIntenso e ricco di contenuti l’incontro tenutosi sabato 26 settembre al Circolo dei lettori di Torino, nell’ambito della XI edizione di Torino Spiritualità, condotto da Daniela Finocchi e con protagoniste alcune delle autrici del volume pubblicato da SEB27 in occasione dei 10 anni del Concorso Lingua Madre, L’alterità che ci abita. A partire dal tema conduttore della manifestazione, L’impasto umano, sono state sviluppate diverse riflessioni inerenti alle differenze e alla differenza sessuale, alle migrazioni, alla maternità, alle relazioni e interconnessioni tra gli essere umani.
Di seguito troverete gli interventi condivisi con il pubblico presente sabato al Circolo dei lettori, a cura di Giuseppina Corrias, Paola Marchi, Betina Lilian Prenz e Luisa Ricaldone.

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Intervento introduttivo di Daniela Finocchi:

Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, per chi non lo conoscesse, da 10 anni dà voce a chi nell’ambito della migrazione è discriminata due volte in quanto migrante e in quanto donna appunto, uno spazio aperto cui si può partecipare a qualsiasi età – da sole, in coppia o in gruppo – inviando un racconto o/e una fotografia.
In questi 10 anni il Concorso – che è un progetto permanente del Salone Internazionale del Libro di Torino e della Regione Piemonte con l’Assessorato alla Cultura e la Consulta Femminile Regionale – si è arricchito di adesioni e di collaborazioni: il bando viene distribuito in tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, nelle carceri, nelle tante associazioni ed enti che seguono e sostengono il progetto e conta centinaia di partecipanti ogni edizione. Il Concorso si avvale del patrocinio di: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Expo Milano 2015 e We Women for Expo, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Pubblicità Progresso Fondazione per la Comunicazione Sociale. E ha ricevuto il Premio del Presidente della Repubblica per i dieci anni.

La premiazione avviene nella giornata di chiusura del Salone del Libro e i racconti selezionati sono raccolti in un libro.

Ma l’attività si svolge durante tutto l’anno su tutto il territorio nazionale con incontri, laboratori, convegni, spettacoli teatrali, video, mostre fotografiche, volumi di approfondimento sui temi della migrazione.

E proprio da un volume vorremmo partire per l’incontro di oggi.

L’alterità che ci abita-Donne migranti e percorsi di cambiamento, che è il frutto di quasi tre anni di lavoro delle docenti, straniere e italiane, del Gruppo di studio che ha esaminato il grande materiale giunto al Concorso in questi anni (sono oltre 3 mila le donne che si sono rivolte al Concorso) cercando di riflettere sul tema della migrazione, attraverso la lettura situata di tante voci di donne.

Il Gruppo di studio del Concorso Lingua Madre è formato da:
Giuseppina Corrias, Daniela Fargione, Paola Marchi, Valentina Porcellana, Betina Lilian Prenz, Aida Ribero e Luisa Ricaldone.
A loro si aggiungono – nel volume – Lucia Ghebreghiorghes (della Rete G2) e Migena Proi (autrice e vincitrice di un’edizione del Concorso Lingua Madre).

Il volume comprende anche un’appendice dedicata alle dieci migliori tesi che in questi anni sono state dedicate al Concorso.

Ma veniamo al tema di quest’anno di Torino Spiritualità: L’impasto umano. Beh, ci piace questa definizione e più che mai la troviamo indicata per le donne e per le/i migranti.
Nella descrizione del tema di Torino Spiritualità si legge che:
“Parlare dell’uomo – ma io preferirei dire dell’umanità – come un impasto risponde al desiderio di intaccare la nostra presunzione di compiutezza”
Perfetto, ecco quindi la necessità di guardare al valore della differenza e della differenze.
Con la prima facciamo riferimento alla differenza sessuale e d’altronde, a tutte le donne spetta un percorso in tal senso, per evitare di assumere in modo acritico l’ordine maschile.
Se la comunità si pensa come “comunità di uomini”, la donna ne è “straniera” in qualsiasi parte del mondo e il pensiero della differenza riguarda anche i maschi, chiamati, insieme alle donne, a rispondere alle contraddizioni di un ordine simbolico che non tiene conto di quest’ultime e della relatività dei due soggetti, il maschile e il femminile.
E poi nell’impasto e nella differenza c’è la persona “Diversa da me”, la persona migrante. Un impasto imprescindibile, perché la sfida del nostro presente è proprio questa, è stare insieme nel mondo. Condividere il mondo – come si intitola in nostro incontro di oggi, riprendendo il titolo di un noto libro di Luce Irigaray – perché nessuno può dirsi padrone, neppure della propria patria; perché tutte e tutti abbiamo bisogno d’essere riconosciute/i per esistere; perché siamo bisognose e bisognosi di amore; perché il mondo è globale, interconnesso e interdipendente.
Esistono, certo, lingue nazionali e patrie ma esiste oggi, più di sempre, una lingua e una terra madre. Di tutte e tutti.
Accoglienza, interazione, scambio, narrazione, ascolto, condivisione sono solo alcuni dei nomi di questa lingua materna a cui corrispondono le innumerevoli pratiche che nei luoghi più disparati del nostro pianeta cambiano la realtà e diventano elementi di evoluzione collettiva.
Il pensare delle donne e il loro sentire differentemente abbraccia il mondo e si sta tramutando in un patrimonio umano universale.
Questa è la storia vivente che le migrazioni pongono tutti i giorni sotto i nostri occhi ed è qualcosa di unico e di nuovo.

Quindi da questo vorremmo partire oggi, da questa alterità che ci abita:
– l’alterità in quanto donne rispetto agli uomini
– l’alterità rispetto alla/al migrante
– e l’alterità che sta nella stessa definizione di questo progetto che dà voce alle donne che “ci” abitano in Italia, attraverso una lingua che – almeno apparentemente – non gli appartiene (ma anche su questo, come vedremo, c’è da discutere).

Su questo lascio allora la parola a Betina Lilian Prenz, a cui dobbiamo anche il bellissimo titolo del volume.

Betina Lilian Prenz:
L’impasto umano – fatti di terra, guardiamo le stelle
Il titolo di Torino Spiritualità “L’impasto umano” ci rimanda alla domanda: di che cosa siamo fatti noi esseri umani, uomini e donne?
E questa domanda a sua volta ne riflette un’altra, oppure, se vogliamo, la medesima domanda può essere declinata in altro modo: chi siamo noi, uomini/donne? Quando poi questa domanda la si traspone sulla sfera concreta dell’individualità della persona suona così: chi sono io?
Ebbene, si potrebbe dire che i racconti del Concorso rispondono, con le loro storie, a questa domanda e che i saggi dell’antologia che presentiamo qui oggi ne analizzano la portata. L’estratto di tale analisi/riflessione ce lo dà il titolo dell’antologia: L’alterità che ci abita. Donne migranti e percorsi di cambiamento. Detto altrimenti: si è trattato di riflettere su dei racconti di donne che s’interrogano sul loro essere in quanto donne e sul loro essere in quanto migranti, e che nelle loro risposte, nelle loro narrazioni, non possono prescindere da una presenza ineludibile che noi abbiamo fatto ricadere sotto la categoria dell’alterità.

L’alterità che ci abita

In termini generalissimi, l’alterità che ci abita è l’inesorabile sguardo dell’altro a cui siamo da sempre esposti e che è l’aspetto fondante del nostro essere nel mondo. Quando parliamo del sé, infatti, possiamo affermare che il sé è del tutto esposto alla relazione e perciò ha sempre bisogno dell’altro per costituirsi in quanto tale. Perché noi possiamo esistere occorre che l’altro ci veda, ci riconosca come esistenti.

Si tratta, in primo luogo, dunque, di racconti di donne:

1) L’alterità che ci abita è allora l’alterità irriducibile della donna in quanto tale, ossia della donna nel suo essere donna, nella sua radicale differenza dall’uomo, dove tale differenza, la differenza sessuale, viene pensata nella sua originarietà. Nell’economia binaria dell’ordine simbolico patriarcale, è l’uomo che viene posto come il sé (soggetto) e la donna risulta come l’altra (ma non si costituisce come soggetto), ossia è altra dall’uomo e per l’uomo: l’altra non è veramente Altra, con la A maiuscola, bensì è altra a partire da lui e per lui. La donna è dunque portatrice di una doppia alterità: essa è l’altra assimilata nel linguaggio maschile; essa è però anche l’Altra, un’esistente alla cui interezza appartiene in modo costitutivo la differenza sessuale, sopravvissuta come presenza che si offre a un’attribuzione di senso da parte del pensiero. Questo essere Altra, ossia quest’alterità radicale, ci abita, appunto, perché sta là, come una presenza ineludibile che ci fa essere e che chiede di venire in qualche modo alla parola; e che chiede soprattutto di essere riconosciuta in quanto tale.

Sotto questo rispetto, i vari saggi affrontano tematiche diverse ma sono accomunati dalla trattazione di questa doppia alterità: e quindi, da una parte, dalla critica alla visione storicamente predominante che definisce l’essenza della donna, in qualche modo, come parassitaria rispetto a quella dell’uomo (e di tutte le conseguenze che nel corso dei secoli e tuttora vi sono implicate sul piano socio-culturale); dall’altra, dalla ricerca nelle voci narranti dei segni inequivocabili di un ordine simbolico tutto al femminile.

Ad esempio, nel saggio intitolato “Lo sguardo delle donne”, Aida Ribero riflette su racconti che tematizzano le violenze subite dalle donne da parte degli uomini e ci parla di un’alterità negata, di corpi femminili che “sono ancora una condanna senza speranza, una carne senza riscatto, una dipendenza senza nome; corpi venduti, comperati, violentati, sviliti…”, usati e agiti da corpi maschili: violenza e alterità negata che fanno parte del tessuto culturale ordito sull’asimmetria di valore tra i due sessi, giustificando la perpetuazione dell’inferiorità femminile.

Anche Pinuccia Corrias, in “Itinerari d’esilio”, riflette, attraverso alcuni racconti, sulla relazione uomo-donna come spazio gerarchico verticale tagliato in due dalla differenza sessuale che vede la donna crocifissa alla dimensione inferiore e il maschio elevato a quella superiore. Ma Corrias va anche a ricercare nei racconti delle tracce di un ordine simbolico materno che regali a chi nasce strutture impostate sulla mitezza, la riconoscenza, la misericordia, la cura. E in tale ricerca s’imbatte in pagine nelle quali emerge la riconoscenza verso la madre, (fondamento del pensiero della differenza), e la relazione, in particolare quella fra le donne, che chiede a ogni donna ancoraggio alla propria genealogia femminile: è la relazione tra le donne, l’ancoraggio alla propria genealogia femminile, prima ancora dell’ancoraggio alla genealogia di sangue o di territorio o di nazionalità, a essere l’aspetto fondante del nostro essere nel mondo.

Si tratta, in secondo luogo, di racconti di donne straniere

L’Alterità che ci abita, in questo senso, riguarda un ci che si riferisce a noi donne migranti. Riguarda pertanto non più o non solo la differenza tra uomo e donna, ma la differenza tra culture diverse, l’incontro/scontro tra culture diverse. Su questo piano, si può parlare di alterità sotto molteplici aspetti:

a) lo straniero/a è, se ci atteniamo alla parola, ciò che è estraneo, esterno, che viene da fuori, che non appartiene alla comunità, è ciò che è diverso, che è l’altro rispetto alla cultura/società nella quale si arriva. Gran parte dei racconti tematizzano, naturalmente, questa sensazione di spaesamento/smarrimento delle migranti nel loro primo approccio al paese di arrivo, e poi la lotta titanica con la nuova lingua, con i nuovi costumi, con i nuovi paesaggi, la solitudine che comporta questa diversità, la nostalgia per la terra natia, sempre presente, latente, in agguato; spesso a essere tematizzata è l’esclusione e la discriminazione, e il conseguente bisogno di riconoscimento dell’altro, con il relativo carico di dolore quando vi è un mancato riconoscimento, o con il relativo senso di realizzazione quando ci si sente accettati. Quest’alterità viene spesso declinata come un fardello, perché implica il più delle volte una scissione tra un qui e un altrove, una scissione che nemmeno nel più felice dei casi potrà mai essere sanata. E soprattutto perché esige il faticoso lavoro di doversi ridefinire in rapporto all’altro, nel confronto con l’altro, e perché no?, anche con l’aiuto dell’altro.

b) Ma emerge anche dai vari racconti che il faticoso lavoro di ridefinizione di sé nel nuovo paese, anche quando va a buon fine, porta le donne migranti a vivere una strana relazione tra estraneità e appartenenza, tanto nei confronti del paese d’origine, quanto nei confronti del paese d’adozione. E in questo la loro alterità sembra essere irriducibile. In molti racconti, le autrici si dicono straniere qua (nel paese d’arrivo) e straniere là (nel paese d’origine). Come dire che attraversare paesi diversi non lascia indenni, che immergersi in una cultura altra ti trasforma al punto da non appartenere più del tutto nemmeno al tuo paese di origine. Chi si porta dentro due o più mondi è per forza diverso da chi se ne porta dentro uno soltanto. E quindi resta uno “straniero” un po’ ovunque. Noi, donne migranti, siamo per l’appunto un “noi” un po’ particolare; un “noi”, che proprio perché vive due o più mondi dall’interno (quello d’origine e quello acquisito), finisce per essere esterno, in qualche modo, tanto all’uno come all’altro mondo.

Si tratta in terzo luogo, di racconti di donne straniere in Italia

3) In questo senso, potremmo dire che il ci dell’Alterità che ci abita, siamo noi, l’Italia, e l’alterità, la molteplice e variopinta ricchezza che arriva con questi racconti di autrici migranti, che raccontano delle storie o la propria storia, narrando dell’altro, per l’altro, essendo altro: le antologie di questi dieci anni del Concorso sono, infatti, un prezioso mosaico che ci viene restituito non solo del mondo che noi tutti insieme abitiamo, ma anche di come questo mondo va via via cambiando, e anche di come noi stessi ci andiamo trasformando, nel confronto ineludibile con l’altro.

Più in particolare, in quanto donne italiane: noi tutte che abbiamo letto i tanti racconti e che abbiamo avuto modo di commentarli, dobbiamo molto alle donne che si sono raccontate in questi anni, che si sono “concesse alla scrittura, aprendo spazi di realtà e significato”, trovando in ogni storia un pezzetto di noi, addentrandoci in un lavoro di confronto tra donne, ritrovando nella scrittura la pratica politica del continuum tra donne (P. Marchi, p. 82).

Ho introdotto questi brevi cenni al titolo dicendo che il sé (che è un’unicità concreta, situata, incarnata e sessuata), si genera nelle relazioni plurali, concrete e corporee, con gli altri esseri umani: è insomma del tutto esposto alla relazione e legato al contesto, ed ha perciò sempre bisogno dell’altro/a.

Ma non ho toccato direttamente un aspetto che è fondante del nostro essere al mondo in quanto esseri costitutivamente relazionali e che credo che sia fondante anche dell’approccio che è stato scelto per portare avanti il lavoro di quest’antologia. Ossia, che il sé è originariamente relazionale, proprio perché il corpo della donna è in grado di generare altri corpi e quindi non può che essere pensato in relazione all’altro; ed essendo connessa alla nascita, questa relazionalità è costitutiva del sé (Adriana Cavarero). E’ con l’atto della nascita che avviene quel primo esporsi allo sguardo altrui, lo sguardo della madre, e quel primo essere riconosciuto come un unico sé, concreto, incarnato e irripetibile.

“Nasciamo tutti e tutte da corpi di donna e questo è il primo punto, la prima verità e la prima relazione, ma anche la prima esperienza di separazione. Ed è proprio da questa esperienza che nasce, forse, gran parte dell’immaginario di ognuno/a”, scrive Paola Marchi, autrice del saggio “Nel grembo della scrittura, nel mondo”. Lascio dunque la parola a lei per una trattazione della questione della maternità e del rapporto madre-figlia, che ha approfondito nel suo saggio.

Paola Marchi:
Vorrei partire proprio dal tema della XI edizione di Torino Spiritualità, L’impasto umano, e dalla connessione che esso ha con l’esperienza delle donne, della maternità e, nello specifico, della gravidanza, esperienza che da una parte ha a che fare – più di molte altre – con la sfera del naturale, del biologico, del qui e ora e – allo stesso tempo – avvicina di più le donne a Dio, in quanto creatrici di vita, di amore, di prossimità con l’altro/a.

La maternità è anche l’argomento trattato nel mio saggio contenuto nel volume L’alterità che ci abita e intitolato “Nel grembo della scrittura, nel mondo”. Nel mio lavoro riferisco la mia esperienza di figlia, ormai adulta, che si confronta con la propria madre, raccontando di come col tempo e con la distanza (sono una migrante anch’io, anche se per scelta e non per costrizione) sia riuscita a riconoscere il debito verso mia madre, a ricucire simbolicamente il cordone ombelicale con la donna che mi ha donato la vita e la lingua, mettendomi al mondo e facendomi sperimentare il primo evento relazionale, di contaminazione e impasto umano appunto. Nasciamo tutti e tutte da corpi di donna ed è da questa prima relazione, ma anche prima esperienza di separazione che nasce, forse, gran parte dell’immaginario di ognuno/a.

«L’unità del sé – afferma Adriana Cavarero – che stava nel miracolo della nascita come una promessa della nuda unicità, nel momento in cui il sé comincia a rammemorarsi è già irrimediabilmente perduta. Tale perdita dell’unità si traduce nella mancanza che alimenta il desiderio» .

Quello con la madre – ha recentemente dichiarato l’autrice del Concorso Masal Pas Bagdadi – l’attaccamento più forte che portiamo dentro di noi, è il legame con noi stessi e il mondo. Lo esprime bene nel suo racconto Di mamma in mamma, pubblicato nell’antologia Lingua Madre Duemiladieci, per poi approfondire il concetto nel suo libro, edito da Bompiani, Mamma Miriam, romanzo che, ha confessato in occasione della presentazione al XXVI° Salone del Libro di Torino:

È nato perché ho iniziato ad aver paura di perdere pezzi di me, paura di perdere le mie radici. Sentivo il dovere di raccontarmi. Mamma Miriam è la mamma che ho dentro, quella che un po’ tutti introiettiamo, non ha importanza che tutto sia vero, è importante come noi integriamo questa mamma dentro di noi, che è in fondo il punto di riferimento della nostra vita. La prima parola che un bambino dice è mamma e in fondo è anche l’ultima parola che si pronuncia.

Non ha importanza che tutto sia vero, sostiene Masal Pas Bagdadi, ha importanza ciò che rimane dentro di noi di quella relazione primaria.

In fondo ognuno ha dentro un’idea di materno che, a volte, travalica la realtà, un ideale che spesso facciamo nostro per trovare autonomamente consolazione e fiducia in noi stessi/e. La madre buona, sempre disponibile e capace di accoglierci, incapace di ferirci o di abbandonarci.
Ideale come l’immagine della terra materna, per me la Sicilia, per altre la Colombia, il Perù, la Romania, il Brasile e così via. Terre dalle quali si è partite, magari a causa di guerre, violenze, soprusi, povertà, mancanza di opportunità, ma alle quali si torna, anche solo simbolicamente, sempre con nostalgia e trasporto nei momenti di difficoltà e solitudine. Non è infatti un caso che nei racconti del Concorso Lingua Madre la terra e la madre siano elementi così strettamente connessi, rappresentando entrambi un ritorno a se stessi e alla propria storia di vita, una traccia di un percorso che nella migrazione rischierebbe di andar del tutto perduto.

L’immaginario ha a che fare con la memoria e la nostalgia delle origini. Lo racconta per esempio l’italiana Ermelinda Soglia, nel suo A testa in su quando – riportando la storia di una bambina bosniaca rimasta orfana a causa della guerra – scrive:

Non ho mai usato la parola ‘ricominciare’: la mia vita è cominciata una volta sola, quando sono stata creata nel corpo di mia madre e ne sono poi sgusciata fuori. Da lì ha continuato a scorrere, e tutto le è appartenuto: le bombe che ho sentito, le canzoni dei Beatles che canto ora con mio padre, i funerali a cui ho assistito, le passeggiate al parco che faccio ora con mia madre, le giornate trascorse nel rifugio ad ascoltare i racconti della nonna, i pomeriggi passati nella mia stanza a leggere un libro.

E ancora, un’altra autrice, Leila Wadia, consapevole del suo essere tramite, “corpo-mondo” per il suo bambino – interrogata durante il corso pre-parto dall’ostetrica sulla lingua con la quale si rivolgerà a suo figlio, risponde – «Nella lingua dell’amore». La stessa lingua ricevuta a sua volta dalla madre e trasmessa con il latte, impregnato di versi e poesie indiane.
Ed è in questa catena di rimandi che la soggettività femminile prende corpo e si genera.
Tale contaminazione primaria definisce e caratterizza dunque l’immaginario del sé.
D’altronde, scrive Daniela Fargione, altra componente del gruppo di studio del Concorso e autrice del saggio “Nessuna lingua è madre lingua: lingua madre e m/Other tongue” contenuto anch’esso in questo volume,

se è vero che il nome di famiglia, il patronimico, è appunto eredità che ci proviene per lo più dal padre, l’attitudine alla memoria e la pratica della sua verbalizzazione è ricchezza incommensurabile che riceviamo dalle nostre madri da cui tutto ha origine. Sono loro, infatti, a offrirci il dono più prezioso: la lingua, che è «la cosa più cara che abbiamo, la più fondante» in quanto strumento a sua volta produttivo. E non solo di un sistema linguistico, di lessemi e vocaboli atti a nominare il mondo, bensì di «unità di senso» con cui veniamo a patti con il caos di quello stesso mondo a/in cui nasciamo.

Ma, continua Fargione,

Da Shakespeare a Calvino (e ben oltre), non è stata tuttavia la lingua della madre ad aver raccontato la storia del mondo, bensì il logos paterno.
Ecco perché è così importante offrire sempre più spazi di espressione e narrazione alle donne, tanto più alle donne migranti, come fa ormai da 10 anni il Concorso Lingua Madre.

Scrivere, sostiene ancora Daniela Fargione,

equivale a estinguere uno iato perché è il tendere di un corpo verso un altro corpo, accorciandone la distanza. Ma è anche un risarcimento. Per le donne del Concorso Lingua Madre, scrivere è un esorcismo contro il divieto di parola, contro il silenzio, contro l’anonimato (persino quando i racconti sono anonimi); mentre firmare le storie – vere o inventate che siano – con i propri nomi e cognomi è un riconoscimento (spesso tardivo) della propria voce, infine un ancoraggio alla propria storia personale e al proprio sé. Non a caso sono numerosi i racconti che si aprono con una dichiarazione di identità nominale, rivelando così la cifra autobiografica di molte narrazioni: «la narrazione di sé è spazio accessibile a tutte/i, come esercizio di libertà, come finestra che si apre sul mondo» scrive Luisa Ricaldone nel suo saggio contenuto in questo volume.
Ed è a lei che passo la parola, chiedendole che cosa è cambiato, dal suo punto di vista – avendo affrontato nel suo lavoro, tra gli altri, anche il tema delle differenze tra le prime generazioni di migranti e le seconde – nelle narrazioni delle autrici del Concorso Lingua Madre.

Luisa Ricaldone:
Grazie, Paola. Sì, una fra le maggiori novità che si riscontrano nei recenti volumi di “Lingua Madre” è l’abbassamento d’età delle partecipanti al Concorso. E in questi pochi minuti che ho a disposizione cercherò di evidenziare come questo fenomeno si rispecchi nella scrittura, quali sensibilità, esperienze, immaginari nuovi, diversi abbia introdotto nelle narrazioni. E comincerei proprio dalla modalità autobiografica cui accennavi. Dominante nei primi racconti (autobiografia come storia dei poveri, è stato scritto), essa ha ceduto il posto a momenti di fiction, di invenzione libera sia pure generata dal passaggio migratorio. Perde del tutto il primato la tematica inerente alla farraginosa burocrazia italiana, mentre rimane centrale – e non potrebbe non essere così – l’esperienza del viaggio, in particolare il mezzo di trasporto di cui si sono servite per raggiungere l’Italia.
Il cibo. Ma non è di questo che intendo parlarvi, bensì del cibo e dell’istruzione – nutrimenti entrambi – che, in quanto componenti base della vita, costituiscono un interessante osservatorio da cui prendere nota dei cambiamenti. Herta Mueller, premio Nobel della letteratura di qualche anno fa, scrisse che “dappertutto nel mondo, in ogni tempo, per una vita intera gli emigranti restano legati alla musica e al cibo di casa”. Che dire allora del bambino colombiano di due anni e mezzo che, messo di fronte a un piatto di frijoles (fagioli rossi cotti secondo la ricetta colombiana), dice: “No, mamma, io questo non lo mangio. Io sono di Pecetto, e questo non lo mangio!”. Per le più giovani, la cucina di famiglia ha attenuato o perduto del tutto la connotazione affettiva e nostalgica, per acquisire il senso di ricetta magari un po’ esotica da fare assaggiare alle amiche; talora la gastronomia materna è vissuta come fardello di cui liberarsi per fare posto alla propria nuova identità in formazione. Nel passato le ricette e le specialità dei vari paesi d’origine, gli odori, i sapori attivavano il meccanismo del ricordo; attraverso di esse si esprimevano sentimenti di nostalgia, di dialogo con la propria gente lontana, si accoglieva un’eredità, ci si sentiva parte di una genealogia, si consolidava il legame con la propria storia e la propria terra lontana. Sappiamo che il cibo connota la cultura di un paese, e l’allontanamento migratorio fa scattare il bisogno di riappropriarsi della propria identità attraverso uno strumento che, indispensabile all’esistenza materiale, è parte della storia e delle tradizioni che si sono lasciate alle spalle e, attraverso l’attivazione del gusto e dell’olfatto, componente emozionale: “Tutte le notti sognavo di abbracciare mia madre e sentivo quel suo profumo di bucato e allo stesso tempo di cucina”.

Ma negli anni più recenti la tendenza è quella di dare informazioni sulle ricette dei piatti più amati, e sovente la cucina italiana è preferita a quella del paese di origine.

Si potrebbe dire molto altro sul tema, ma mi limito a un solo ulteriore aspetto: il cibo come metafora dell’emigrazione, secondo l’equivalenza posta da una donna di Lingua Madre tra il tabboulé e l’integrazione: “il primo è un piatto mediterraneo composto di diversi ingredienti […]; l’integrazione a sua volta è una realtà composita. […] È colorata come il tabbolulé “. Ma come in questo piatto gli elementi non si fondono tra loro, così nell’integrazione le persone non devono sciogliersi le une nelle altre”.

La scuola. Pressoché assente nei racconti della prima generazione, la scuola è il luogo del confronto fra coetanee/i: una specie di laboratorio del mondo di fuori. L’idea condivisa è che la scuola è un diritto, anche se in alcuni luoghi del mondo rimane un privilegio, soprattutto per le donne. Sentirsi a proprio agio a scuola e affidare alla pagina del racconto un giudizio positivo su di essa può dipendere dal caso fortunato o dal proprio temperamento socievole e disponibile; ma certamente la consapevolezza di essersi lasciate alle spalle, nel paese d’origine, situazioni di guerra e di violenza rende preziose le opportunità di istruzione e di socializzazione di cui si può godere nel paese d’arrivo.

Avevo tredici anni quando ho cominciato il secondo anno della scuola media, ma mi sono trovata molto bene insieme ai compagni di classe italiani. […] mi consideravano come una di loro perché non mi facevano pesare la differenza di colore, nazionalità o religione. Gli insegnanti erano molto contenti di me. […] Intanto la guerra nel mio paese è terminata nel 2009 (nata nel 1995 Sri Lanka).

Frequenti le storie di adozioni, con esiti felici, e adozioni traumatiche, per le quali il fallimento scolastico risulta strettamente connesso al rifiuto di imparare la lingua del paese ospite, e al timore di perdere il contatto con la propria cultura e di dimenticare, in assenza di pratica, la lingua madre. Dramma della perdita: della madre, delle radici del paese, di cui la lingua è espressione e condivisione. Dramma che Veronica riesce ad attutire grazie alla relazione con l’amica Katia – un’altra donna, appunto, l’«altra necessaria» – che l’ha accompagnata nel percorso, per lei tutt’altro che scontato, di accordo e armonizzazione della propria cultura d’origine con quella italiana.

Ma la scuola è – soprattutto – dispensatrice di stimoli e di opportunità, per chi è pronta a coglierle:

E proprio al liceo, in occasione dell’evento ‘Letterature bicolori’ organizzato dalla mia scuola nel 2009, sono venuta a conoscenza di questo concorso. Perciò l’idea di scrivere per ‘Lingua Madre’ mi è nata proprio lì, nell’auditorium del Liceo scientifico ‘Albert Einstein’, il 19 febbraio 2009 (nata in Iran, 1992).

Non sono parole, queste ultime, che potrebbe scrivere una ragazzina italiana? A scuola si cresce insieme, si studiano le stesse discipline, si diventa cittadine di una stessa nazione. Semmai il problema è da ribaltare: come conservare la specificità delle origini? E, soprattutto: come armonizzare i due mondi senza disperderne le rispettive ricchezze?

Giuseppina Corrias:
Impastate di terra… guardiamo alla vita
Il titolo di TOSpiritualità 2015,”L’impasto umano”, è davvero splendido e molto si sarebbe potuto dire a partire da questa profonda intuizione sulle differenze che danno luogo agli “impasti”, compresa la differenza sessuale. Ma il sottotitolo, “Fatti di terra/guardiamo le stelle”, di cui ho colto benissimo il significato metaforico, universale….astratto appunto, non dà adito a dubbi sul genere del soggetto che parla. Ciò che dirò, tuttavia, non vuole contestare né il linguaggio né il modo di stare al mondo, e dunque di sentire, che esso riflette. Semplicemente, quando ho provato a farci stare la mia esperienza esistenziale, quella mia di donna, ho visto che essa restava muta o mutilata. E mi sono nate le seguenti considerazioni.

Impastata di terra. Quando mi sono sentita così? Molte volte! Sicuramente nel parto: messa in una posizione oscena davanti a sconosciuti, impossibilitata a vedermi e a muovermi…coperta di sudore, sangue, acque… spinta da doglie atroci ad agire secondo un istinto totalmente avulso dalla mia mente… la bocca aperta in un grido che aveva della bestia…mi dissero. Fuori di me.

Ebbene, impastata di terra….ho guardato… la vita.

E quando – dopo – ho avvicinato mio figlio al petto e lui ha iniziato a succhiare il mio latte, io ho saputo che cosa è la felicità: io ero sua madre e lui era mio figlio.

Questo è l’eternità. La Grazia. Quando l’accadimento sprigiona la sua verità e la parola riesce a dirla, così che tra esperienza e parola non resta scarto, e simbolico e sovrannaturale, ossia ciò che dà senso all’accadere selvaggio e ciò che è buono, coincidono.

E Dio nominò la luce. E la luce fu. E Dio vide che era buono.

Accade. A volte. Anche a noi. Misticamente.

E ancora. Ecco la domanda che ha aperto la manifestazione a cui ho partecipato con grande attesa, non delusa da parole di uomini intelligenti, ma che nonostante tutto, è risultata una domanda monca:Cosa muove gli uomini?

E le donne?

Peccato! Dieci anni di risposte ignorate! Sarebbe stata un’occasione speciale per sapere, oltre a ciò che gli uomini sanno dire, che cosa hanno detto e scritto le donne migranti, proprio qui a Torino, nel Concorso Lingua madre, per esempio, per capire insieme, per capire di più. Nient’altro. Non quote, non parità, non diritti…niente…solamente un’altra parola, anzi: la parola dell’Altra.

Per aggiungere altri  racconti a quelli che dicono che il meraviglioso girovagare degli Ulissi serva alla ricerca di “virtute e canoscienza” e che l’errare degli Enea, senza più terra, cacciati da ogni dove – portandosi dietro Penati, Patria e Guerra, – che perdono per strada mogli e amanti, e sposano infine figlie di re, – serva a creare Imperi e Pace.

La realtà sembrerebbe dire altro. Potrebbe dire anche altro.

Scrive Karl Kraus nella sua “costruzione maestosa e mostruosa” (R.Calasso) sulla prima guerra mondiale, Gli ultimi giorni dell’umanità, (Adelphi 1980, p.208):

“STRILLONE: Edizione straordinaria…! Quarantamila russi morti davanti a Przemys…!
PRIMO MEDIATORE: Tu che scruti le stelle…
SECONDO MEDIATORE: …bada a te…!”

Anche la filosofa A. Cavarero, “rubando” la figura della servetta di Tracia, “garbata e graziosa” aveva ammonito Talete, dicendogli ridendo che “si dava un gran da fare a conoscere le cose del cielo, ma le cose che gli stavano, dappresso, davanti ai piedi, gli rimanevano nascoste”.

Un po’ come qui, le donne migranti. (A. Cavarero, Nonostante Platone, Editori Riuniti, 1990)

E dunque: Cosa muove le donne?

Rispondo con una poesia scritta da anonime giovanette del liceo classico di una città siciliana affacciata sul mar d’Affrica, che si intitola “Senza radici”, proprio come chi è….impastata di terra.

Una bambina nata in mare
Nel sangue una vita da affermare
Senza una patria vera
Una terra che non c’è e non c’era
Con un mare che diventa culla
Un nido che scaturisce dal nulla
Tocca l’acqua prima della terra
Perché nella sua si combatte la guerra
Che radici ha il mare?
È un vuoto che non si può colmare
La sua salvezza è un bene di cui ringraziare
Un nuovo grembo potrà generare.

Perché: Impastate di terra… guardiamo alla vita. Anche a quella che le migrazioni portano con sé.

Voglio aggiungere da credente che, poiché mi sento totalmente inadeguata di fronte alla complessità di ciò che sta accadendo, mi viene da dire con forza in questo contesto, che è tempo di benedizione e preghiera. Di benedizione perché troppi maledicono e di preghiera perché, come dice un anonimo, la preghiera fa giustizia. E il nostro mondo ha un grande bisogno di giustizia!