Le autrici di Lingua Madre

Il sedimento, l’ibrido e le nuove identità

Scritto da Segreteria il 17 Giugno 2013

Di Martina Arcodia

[articolo pubblicato sul numero 40 (anno 10, giugno 2013) di El-Ghibli, la rivista online di letteratura della migrazione che quest’anno compie dieci anni]

Poche altre sfere concettuali sono più ampie di quella che si raccoglie attorno al termine ibridazione.
Con la brutale banalità che contraddistingue ogni tentativo di ridurre le categorie abnormi del pensiero ad una definizione piana, si potrebbe dire che l’ibridazione è quel processo che permette che elementi tra loro differenti si incrocino fino a convivere in un’unica struttura, più stabile, che della fusione di quegli elementi è risultante. L’ibrido si pone dunque in un punto preciso ed ancora ben definibile di quel continuum tra l’identità di partenza e il prodotto compiuto di una metamorfosi; conserva in se stesso i tratti delle componenti originarie, è manifestazione del meccanismo inclusivo che ha accostato il difforme, fino ad amalgamare moltissime culture senza inibire l’individuale senso di appartenenza.

La letteratura della migrazione, che trova le sue fondamenta tematiche proprio nei concetti di ibridazione e contaminazione, manifesta da sempre una tensione tra direttrici opposte. Da una parte la spinta alla conservazione, dall’altra la forza dell’assimilazione. È necessariamente a partire dal contatto col diverso che si origina quella costruttiva messa in discussione dei parametri culturali dominanti, dei pregiudizi e degli stereotipi che contraddistingue ogni approccio inclusivo e multiculturale. Ma tale contatto non può prescindere da tutta una serie di processi e complessi passaggi emozionali che si attivano nell’incontro con l’alterità. Non può prescindere per esempio – spiega Elena Pulcini – dal fattore “perturbante” della differenza, dunque dalla paura che l’altro provoca. Riconoscere la complessità delle cose e delle emozioni significa esporsi consapevolmente al rischio dell’incontro con l’altro e alla contaminazione, intesa non come meticciato – prospettiva che rischia di tendere verso l’indifferenziazione – ma come co-esistenza di una pluralità di individui in relazione.
È la consapevolezza di essere (nel senso di esistere) solo in relazione all’altro ad essere forse la vera risorsa per il futuro. E spesso è proprio la scrittura – già essa stessa pratica di relazione – a favorire tale presa di coscienza. A favorire la nascita di un’identità plurale, non definita e non definibile, aperta a riconoscere e a far convivere tutte le differenze che attraversano ogni soggetto.
Qualsiasi voce che scelga oggi di narrare storie di spaesamento, distacco e rinascita, testimonia d’aver fatto propria una qualche forma di sincretismo – letterario, culturale – che diventa spesso il presupposto stesso della creazione letteraria.
Capita inoltre che la scelta di raccontare il proprio altrove passi attraverso l’addomesticazione di una lingua straniera. Essa diventa lo strumento espressivo – ma anche il simbolo – in virtù del quale rimane possibile stare ancora dentro alla propria storia, dentro alla propria identità, al mutare delle realtà di vita e dei contesti di relazione.
Come testimoniano ogni anno i racconti delle autrici straniere che partecipano al Concorso Lingua Madre1, l’italiano, da espediente comunicativo o scelta letteraria, diviene una vera e propria condizione di esistenza. È in fondo quel che afferma anche l’autrice Guergana Radeva: «Io ho studiato inglese e tedesco. Non avrei pensato che l’italiano sarebbe diventato la mia seconda madre lingua. Sono arrivata con in tasca un dizionario e 20 dollari e così, cercando parola per parola nel dizionario, mi sono avvicinata alla lingua. Adesso posso dire con orgoglio di averla fatta mia»2. Una letteratura della migrazione filtrata attraverso l’esperienza femminile, in una lingua che si è fatta o che si sta tuttora facendo propria: ecco una dimostrazione di come la declinazione delle molteplici forme di differenza – geografica, sessuale, linguistica – possa annodarsi strettamente alla creazione di un panorama ibrido e proprio per questo maggiormente espressivo, pur mantenendosi ancorato alla conservazione di alcuni tratti, irriducibili, di appartenenza alle proprie radici.
L’immagine della migrazione che emerge da queste esperienze è un processo bi-direzionale che riguarda tanto chi arriva, quanto chi accoglie. Le donne straniere quanto quelle italiane che le raccontano. L’ibridazione si esprime spesso in sensi paralleli e contemporanei: l’incrocio linguistico, identitario, letterario.
Così si conclude il racconto vincitore del Premio Giuria Popolare della VIII edizione del Concorso, Questa storia, di Camilla Dogliotti: «Queste storie sono il frutto di un incontro fra due mondi che restano distanti, ma sono anche parte di un bagaglio di conoscenza e scambio che a suo modo contribuisce a creare un linguaggio comune di rispetto». Dall’incontro tra una cooperante italiana e le donne che conosce in Africa, lungo il suo difficile cammino, emerge forse il fulcro di ogni esperienza di commistione culturale che possa dirsi andata a buon fine: la formulazione di un linguaggio comune.
Proprio della forza creatrice che origina dal linguaggio è espressione anche il racconto vincitore del Secondo Premio – Favola di Speranza, di Karla Pegorer Dias – laddove vacillano i confini linguistici e la continuità della suggestione narrativa supera l’ostacolo espressivo dell’uso di termini in lingue diverse.
Di identità in transito, smarrite e ritrovate, parla invece il finale del racconto vincitore del Primo Premio, Mare vuol dire Deniz, di Gül Ince: «Non so perché, ma ultimamente ci penso spesso, alla mia compagna di viaggio. La ragazza che aveva dimenticato il suo nome. Mi sono accorta che non conosco il suo vero nome, che non so niente di lei. Mi ricordo solo la sua faccia ancora impaurita […]. Ad ogni passo lei si girava indietro per agitare la mano. Tutto quello che mi resta di lei è questo ricordo, ed ogni giorno che passa è sempre più vivo». 3
Il mare non a caso è luogo protagonista e al tempo stesso simbolo eminente per molte narratrici della migrazione, basti pensare a Malika Mokkedem, per la quale il contrasto tra terra e acqua è metafora del distacco dalle origini e delmélange culturale e personale che moltiplica le facce della sua stessa identità.
Immediato appare, di conseguenza, il riferimento al concetto di identità nomade formulato da Rosy Braidotti, per la quale sono proprio i cambiamenti culturali a disegnare quella “cartografia culturale” che è la mappa che conserva traccia di quello che succede ai corpi, alle identità, alle appartenenze, in un mondo etnicamente misto, che si disvela e cambia velocemente in ogni suo aspetto.
Come si legge in Procreare la vita, filosofare la morte, «la storia delle donne è anche la storia di una progressiva, inarrestabile rivelazione. È stata, e continua ad essere, una vicenda multipla, complessa, stratificata, che intravede sempre nelle forme del dialogo e della narrazione la possibilità di porsi in relazione ad altro, di esplorare nuovi territori e nuovi mondi, reali e concreti non meno che immaginari, simbolici, metaforici».4
Se ci si chiede cosa motivi la scrittura di un racconto di migrazione, ci si può rispondere proprio con l’immagine del mondo ibrida che ne emerge. Con l’elaborazione di nuove forme di coerenza del pensiero, di ricchezza nell’espressione formale, nella scelta di contenuti d’esperienza cruciali per la ridefinizione del sé.
I racconti italiani delle donne straniere sono infatti spesso «ritratti, storie rivelate, che vogliono evidenziare il carattere irriducibilmente carsico e non lineare di ogni percorso di libertà e di emancipazione» ma anche esempi di un uso felicemente ritrovato di quella lingua madre di cui si nutre l’espressività di ogni donna che voglia raccontare la propria storia di identità in costruzione, tra differenza e ibridazione. Molte autrici straniere, usando l’italiano per narrarsi, ribaltano la nozione stessa di lingua materna così come la si pensa usualmente. Si interrogano su cosa renda davvero materna una lingua, su cosa consenta loro di percepirla come originaria e su quanto invece non la ritengano un retaggio di una cultura patriarcale che grava sulle loro spalle.
Citando ancora la collana di studi curata da Aida Ribero, «l’identità femminile si è costruita nel tempo “sedimentando” eredità di vario tipo, facendo leva proprio sulla ricchezza di tutte le esperienze di vita disponibili. In modo del tutto analogo, la storia delle donne potrà assumere i caratteri di un cantiere aperto, mobile e modificabile, sempre pronto all’acquisizione di dati e conoscenze. L’identità è una storia in cammino».

1 Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre è progetto permanente della Regione Piemonte e del Salone Internazionale del libro di Torino, con il Patrocinio della rappresentanza in Italia della Commissione Europea. E’ dedicato alle donne straniere (non necessariamente di prima generazione) residenti in Italia, e alle donne italiane che vogliano raccontare le donne straniere.
2 AA. VV., Lingua Madre duemilaundici. Racconti di donne straniere in Italia. Seb27, Torino 2011. 
3 I racconti di Gül Ince, Karla Pegorer Dias e Camilla Dogliotti, vincitori della VIII edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, saranno editi nell’antologia Lingua Madre Duemilatredici. Racconti di donne straniere in Italia (Edizioni Seb27, Torino).
4 (a cura di) AIDA RIBERO, Procreare la vita, filosofare la morte. Maternità e femminismo. Il poligrafo, Padova 2011