I ragazzi e le ragazze raccontano

Il Concorso Lingua Madre è anche progetti scolastici

Scritto da Segreteria il 22 Maggio 2014

Tra i tanti elaborati che giungono al Concorso Lingua Madre, soprattutto nell’ambito di progetti svolti da classi e istituti scolastici, ci sono spesso quelli di ragazzi, che decidono di partecipare pur sapendo di essere esclusi in partenza dalla selezione. Il Concorso Lingua Madre, infatti, è uno spazio esclusivamente dedicato alle donne, alle ragazze, perché nell’ambito della migrazione sono loro i soggetti doppiamente discriminati: in quanto straniere e in quanto donne. È questa una scelta che intendiamo difendere e proteggere perché troppo spesso sotto la falsa veste dell’ “universale e neutro”, si nasconde solo il punto di vista patriarcale. I soggetti – invece – sono due, poiché l’umanità è costituita da uomini e donne: si nasce maschi o si nasce femmine. Il riconoscimento della differenza sessuale, come differenza non solo biologica, ma sociale, storica e simbolica, fa emergere quindi quella metà dell’umanità che non ha statuto di soggetto. Ciò premesso e proprio in virtù della disposizione femminile all’accoglienza e alla relazione, non ci sentiamo di escludere giovani che hanno partecipato con entusiasmo al lavoro delle compagne e che si sono messi in discussione. E allora abbiamo deciso di dare spazio anche a questi scritti sul nostro sito nell’ambito di quei progetti – legati ai racconti del Concorso Lingua Madre – che sono stati portati avanti dalle e dagli insegnanti nel corso dell’intero anno scolastico. Iniziamo con la Scuola Cantonale di Coira e l’Istituto Comprensivo di Govone (CN) con la Scuola Secondaria di I° grado “N.Costa” di Priocca (CN): di seguito troverete brani tratti dagli elaborati sia delle ragazze sia dei ragazzi, preceduti dalla premessa degli insegnanti che hanno curato i rispettivi progetti. Buona lettura!

Leggi tutti gli estratti dei racconti

SCUOLA CANTONALE DI COIRA

Premessa dell’insegnante

I seguenti scritti sono stati creati durante uno specifico workshop, dedicato alla letteratura migrante in Italia, tenuto dal professor Giancarlo Sala della Scuola cantonale di Coira con le sue studentesse e i suoi studenti italofoni di 4a, 5a e 6a liceo. L’intenzione del docente è stata quella di avviare e approfondire un dialogo interculturale tra nazioni confinanti, sostanzialmente diverse, ma toccate entrambe da analoghi fenomeni di immigrazione, allo scopo di allargare gli orizzonti in un contesto internazionale e far apprezzare ai discenti lo sforzo di tante immigrate che scrivono in italiano per farsi capire e accettare nell’erto cammino verso l’integrazione.
I contributi sono nati in due momenti distinti: all’inizio del progetto si è cercato nell’ambito delle prime letture di rispondere alla domanda „Quando ti sei sentito straniera/-o?“, mentre nella fase finale si è chiesto ai giovani di esprimere la propria opinione personale acquisita durante gli approfondimenti e l’elaborazione dei materiali didattici in classe, riflettendo primariamente sul valore di tale letteratura ai fini dell’integrazione.
In conclusione al progetto il professor Sala pubblicherà un’antologia contenente i 15 racconti, particolarmente significativi ed emblematici, scelti per il laboratorio, arricchiti ognuno da un apparato didattico di schede culturali e operative, ormai sperimentate, ad uso di altre/-i insegnanti svizzeri e italiani che volessero affrontare l’appagante tematica sui banchi di scuola.

Prof. Giancarlo Sala, Coira, Svizzera

I CONTRIBUTI DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE

Chi accetta è accettato

Questa poesia secondo me spiega la verità in modo molto semplice:

“Il tuo Cristo è ebreo.
La tua pizza è italiana.
La tua macchina è giapponese.
La tua democrazia è greca.
Il tuo caffè brasiliano.
La tua vacanza è turca.
I tuoi numeri sono arabi.
Il tuo alfabeto latino.
Solo il tuo vicino è straniero!”

(Daria Stena, Io e la mia famiglia linguistica)

Questa poesia mi ha colpito particolarmente, mi ha fatto pensare e mi ha fatto ricordare una citazione latina ripresa da Thomas Hobbes: “Bellum omnium contra omnes” (La guerra di tutti contro tutti). Ora capisco che nessuno è veramente straniero, e se lo è, lo è anche la persona che lo definisce tale. La citazione di Hobbes secondo me vuole proprio parlare di questo fatto: tutte le persone del mondo possono essere definite straniere, lui e lei e altri ancora, ma tra tutte le persone del mondo ci sei anche tu!

ALEX Z.

Compaesani, connazionali e concittadini del mondo

Con questi racconti le autrici hanno cominciato ad abbattere la barriera dell’incomprensione. Tramite la scrittura sono riuscite a parlare agli italiani, a spiegar loro le difficoltà che uno straniero incontra. La letteratura è sicuramente una chiave per l’integrazione. Grazie al racconto di una sola persona si possono spiegare le situazioni di molti stranieri, perché le tematiche sono quasi sempre le stesse. Per esempio la nostalgia ha il potere di rendere brutta e sgradevole qualsiasi cosa facciamo. Il cibo, il posto in cui siamo, le persone che ci circondano diventano per noi indifferenti e di poca importanza. Uno straniero che ha nostalgia cerca costantemente le emozioni e gli oggetti che gli ricordano la sua patria.

ALICE I.

Sentirsi straniero?

Anch’io da un po’ di anni mi trovo a fare i conti con i pregiudizi della gente, per il semplice fatto che sono un italiano immigrato in Svizzera. Prima d’ora, mai mi sono soffermato a pensare come ci si possa sentire ad essere stranieri; perché nella mia patria non ho mai avuto l’occasione di rapportarmi direttamente con un extracomunitario. Chiaramente capitava di vedere persone di nazionalità differenti, ma non ho mai avuto contatti diretti.

Oggi, a esperienza fatta, posso dire che è bruttissimo sentirsi stranieri. Non si è più liberi di essere se stessi, per paura del giudizio altrui; tanto che molti decidono di cambiare completamente il proprio modo di essere, sopprimendo ogni diversità. Ma tutto ciò ha un limite, perché poi ci si ritrova a un punto in cui si è braccati dalla propria identità, dalle proprie radici e l’unica via d’uscita, o meglio evasione momentanea, si esprime attraverso un pianto disperato di sofferenza.

ANTONIO R.

Un banco nell’ultima fila

Un altro lato positivo di queste letture, molto importante, che potrebbe aiutare fortemente a cambiare l’idea di molta gente, è quello delle tradizioni. Ho già sentito molte persone che vedendo un’immigrato andare in giro, vestito tradizionalmente come nel proprio paese, dicono: “Vogliono venire ad abitare qui e cambiare le nostre tradizioni!”, ciò che è completamente sbagliato, come trapela anche nei testi delle straniere; esse vogliono solamente avere un ricordo di “casa” propria. Posso anche essere d’accordo sul fatto che se uno va ad abitare in un dato paese deve assumere in parte le abitudini di quel nuovo paese, però qual è il problema se uno crede in Allah piuttosto che in Buddha o in Dio? Oppure se si veste con una gonna colorata piuttosto che con jeans e maglietta? Le persone che pensano il contrario, dovrebbero sradicare questi pregiudizi dalla mente ed aprire i propri orizzonti a nuove culture.

DAN M.

Hai mai avuto la sensazione di sentirti straniero?

Leggendo i testi si vivono avventure e si affrontano concetti per noi finora completamente sconosciuti. Conoscendo più a fondo le altre culture si capisce più facilmente il comportamento degli immigrati. Questi scritti sono dei manuali perfetti, scritti addirittura nella nostra lingua madre, per aiutarci a favorire l’integrazione sociale. Respingere gli emigrati e chiudere loro le porte in faccia è una crudeltà e un gesto egoista. Tuttavia ci deve essere un certo controllo e un numero limite da stabilire (…)
La soluzione perfetta sarebbe quella di trovare un giusto equilibrio, in modo che lo stato possa approfittarne, diventando multietnico e lo straniero possa iniziare una nuova vita in un paese che non conosce guerra, fame e povertà. Una nazione con diverse culture e lingue è una nazione moderna e pronta a fare un salto di qualità. Chi è capace di accettare altre culture, e cioè altre mentalità, è maggiormente aperto a idee innovative.

DANILO M.

Sentirsi straniero

In classe abbiamo letto alcuni racconti di scrittrici straniere, che hanno dovuto lasciare la propria famiglia, o il proprio paese d’origine per emigrare in Italia. Il racconto che mi ha colpito maggiormente è stato “Ricordi alla menta” di Veronica Orfalian. La scrittrice parla della nonna che dovette abbandonare l’Africa perché molto tempo addietro ci fu un colpo di stato, un fatto sconvolgente che sta spesso alla base di molte emigrazioni. Molti stranieri quando emigrano portano con sé oggetti a loro cari per avere sempre un ricordo del proprio paese. In questo caso Manik (donna scappata con i bambini dall’Africa) ha portato con sé una piantina di menta che all’inizio dovette trapiantare, esattamente come devono fare gli stranieri quando arrivano in un nuovo paese a cui si devono abituare. Quando finalmente la piantina di menta incominciò a crescere, Manik sentiva il profumo che gli ricordava l’Africa, così si sentiva in un’apparente normalità.

DAVIDE B.

La tecnologia può unire

Qualcuno è ancora convinto che la tematica degli stranieri non lo riguardi minimamente. Pensa di vivere nel proprio stato da sempre e quindi si sente padrone. Di conseguenza non ha interesse alcuno a far entrare altre persone nel proprio paese, i nuovi arrivati si impossesserebbero delle risorse togliendole a chi di diritto. Gli stranieri rimanenti, quelli che non riuscirebbero a trovare lavoro o a competere con gli indigeni inizierebbero ad agire al di fuori della legge. Ma si sbaglia. Prendiamo la mia storia come esempio: sono nato e cresciuto a Poschiavo, genitori e nonni rigorosamente poschiavini… facile dedurre che la mia famiglia abbia pochi collegamenti con la tematica dell’immigrazione. Ma facciamo girare l’orologio a ritroso per alcuni ulteriori decenni fino ad arrivare alla generazione del miei bisnonni. Ben tre di essi sono emigrati e uno solo è infine ritornato in valle.

DAVIDE F.

Sentirsi straniero

La prima volta che ebbi la sensazione di sentirmi straniero non ero all’estero, lontano da casa, bensì proprio in Svizzera, nella mia nazione, circondato da svizzeri.

Mi trovavo a Göscheneralp, l’alpe di Göschenen, nel Canton Uri. Ero lì per seguire un corso di arrampicata di una settimana. Il corso era organizzato da svizzeri tedeschi di Zurigo, come del resto lo erano anche tutti gli altri partecipanti, eccetto me, unico italofono.

DAVIDE P.

Da un ambiente ostile a uno accogliente

All’inizio di questo progetto, due settimane fa, non credevo possibile che un’opinione personale nella quale credevo così fermamente potesse mutare fino a diventare quello che è ora. Ma cosa è cambiato in me? Il mio modo di vedere le cose, il mio punto di vista, questo certo è cambiato radicalmente. Se ripenso a quello in cui credevo prima, mi accorgo di quanti errori si commettono inconsapevolmente, ogni giorno. Da un po’ di tempo a questa parte sentivo qualcosa che stava cambiando dentro di me… (…)

Cosa significa essere straniero? Lo straniero è dentro ognuno di noi, solo che la maggior parte delle persone avrà raramente la “fortuna” di provare quella sensazione, anche se solo per pochi istanti. Sì, la fortuna di sentirsi straniero. So che molti saranno in disaccordo su questo punto, e non posso negare loro questo diritto ma, secondo me, sentendosi “straniero” in alcune occasioni nella vita aiuta a capire chi siamo realmente, cosa pensiamo, di cosa abbiamo paura e, non da ultimo, cosa desideriamo affinché questa paura possa essere superata.

DENNIS P.

Quando mi sono sentito straniero?

D’estate andavamo spesso dai nonni in Spagna. So per certo però che mi affascinava prendere l’aereo e andare in quel posto lontano, dove la gente è diversa e dove regnava una grande tranquillità. Poter trascorrere una settimana in quella terra accogliente era qualcosa di speciale, un luogo dove faceva molto caldo e crescevano nel giardino della nonna limoni, mandarini e palme. Mi piaceva tanto stare lì, perché non mi sentivo diverso dei bambini che vedevo giocare fuori. Provavo un senso di gratitudine, mi sentivo un ospite onorato, quel bel paese mi faceva sentire un ragazzo speciale!
Sono stato educato con l’idea che ogni uomo è uguale, che ha lo stesso valore e lo stesso bisogno di affetto come tutti gli altri. Ciononostante, mi turba ancora oggi il fatto del mio stato di benessere, mentre ci sono persone che altrove muoiono di fame. “Se siamo tutti uguali, perché c’è questa differenza?” mi chiedevo già da bambino. Mi veniva allora spiegato che in effetti una differenza c’era: che io ero fortunato, e loro meno, e che questa mia fortuna non dipendeva da me, ma ne dovevo essere consapevole ed immensamente grato.

DOMINIC F.

Il miracolo svizzero

Personalmente penso che le parole a volte siano più profonde e abbiamo più successo perché nascondono sempre dei messaggi reconditi che se “decifrati” hanno la capacità di arricchirci.
Così ho imparato che “casa” è il luogo dove ci si sente se stessi, si è amati, rispettati, considerati e integrati. Ogni immigrato vorrebbe sentirsi a casa e ne ha il diritto. Anche se porterà sempre con sé una parte del suo paese d’origine, come una piantina di menta, dovrà mettercela tutta per integrarsi. In noi “autoctoni” resterà tuttavia sempre in una recondita parte del cervello qualcosa, che ci costringe a giudicare e vedere il lato negativo, però anche noi dobbiamo fare “un salto di qualità” e metter da parte i pregiudizi. Dobbiamo essere consapevoli che siamo circondati da stranieri, noi stessi a volte ci sentiamo stranieri e quindi dovremmo venirci incontro a vicenda.

ELEONORA G.

Continuo superamento del nuovo

L’argomento “immigrazione” sta cominciando ad essere considerato un problema delicato anche qui da noi. C’è chi sostiene che gli immigrati ci rubino il lavoro, oppure che ci stiano invadendo. E poi, forse presi un po’ dal panico, si fanno delle scelte affrettate, come quella di “chiudere le porte” in faccia alle persone che avevano visto in noi una fonte di salvezza.
Io non biasimo chi ha delle paure nei confronti dei cambiamenti, so che i cambiamenti fanno paura! Invito però noi tutti a riflettere attentamente sulle conseguenze che queste paure potrebbero potenzialmente causare.

ENRICO D. V.

Straniero a scuola

Io mi sento straniero quando mi trovo in un ambiente che non conosco o che visito per la prima volta. Ad esempio la prima volta che sono arrivato qui al liceo, avevo l’impressione che tutti gli altri fossero già qui da sempre: non come me che invece avevo appena finito la scuola dell’obbligo e che stavo frequentando per la prima volta una scuola in lingua tedesca.
A volte mi sento straniero, cioè diverso dagli altri, quando nella materia specifica la professoressa rispiega gli argomenti e le tematiche esplicitamente per noi italofoni. Mi sono sentito straniero anche quando un paio di mesi fa sono arrivato al convitto per la prima volta. Ci si sente „novellini“ e un po’ diversi a confronto di quelli che vivono lì già da due anni. Adesso però ci conosciamo tutti e quindi la situazione è cambiata un po’. Quello che mi tranquillizza invece è che essere straniero non esprime necessariamente qualcosa di negativo e che probabilmente quelli che arriveranno l’anno prossimo proveranno le mie stesse emozioni.

GEO F.

Sentirsi straniero o estraneo?

Una riflessione che faccio spesso ponendomi una domanda di fondo è la seguente: “Cosa abbiamo fatto di bene noi per meritarci di vivere in uno dei migliori paesi al mondo, con un’economia fortissima, con un tasso di disoccupazione bassissimo, mentre in molti paesi le persone non hanno nemmeno sufficiente cibo per vivere, sono persone sfruttate, persone costrette a scappare dalle guerre, costrette ad assistere a scene di violenza ogni giorno… E che male hanno fatto loro per meritarsi questo mare di sofferenze?”
Nessuno uomo dovrebbe sentirsi superiore a un altro e per questo motivo gli stranieri vanno accolti nel proprio paese e va dato loro aiuto.

GIOELE C.

Straniero a metà

Io sono straniero, perciò mi sento costantemente straniero, a volte un po’ meno, a volte di più. Mi sento meno straniero, per esempio, quando sono con un gruppo di miei amici, anch’essi per la maggior parte stranieri. Una delle cose che mi fa sentire come se fossi in Libano è quando facciamo pranzi o cene con tutti i libanesi che vivono nella zona.
Da bambino la cosa che mi faceva veramente sentire straniero era quando con la scuola facevamo delle gite in montagna e tutti erano contenti di andarci, tranne me. Tutti sapevano i nomi delle montagne, delle piante e dei fiori, tranne me.
Tanti pensano che gli stranieri stiano sempre insieme in un gruppo per sentirsi forti e uniti, lontani dal pericolo di affronti xenofobi, ma non è così; purtroppo il razzismo c’è anche tra gli stranieri stessi.
Comunque, in fin dei conti, casa mia è metà in Svizzera, dove sono cresciuto, e dove mi trovo benissimo.

JAD C.

Ho capito la mia diversità crescendo

Poi quando sono cresciuta ho capito che, io ero e sarei stata per sempre la figlia della colombiana, anche se non parlavo spagnolo o non ero mai stata in Colombia. Finché è giunto il momento in cui ho veramente capito cosa significasse il termine “straniero”: tornando in Svizzera dopo un periodo di tempo passato all’estero. Il mio italiano era peggiorato e il mio comportamento era diverso da quello di prima. Dopo un po’ la gente ha cominciato a fare scherzi sulla mia doppia nazionalità e a prendermi in giro per i miei errori nel parlato. Mi ero per caso convertita in straniera o lo ero sempre stata senza saperlo?

LAURA S.

Quando mi sono sentita straniera

Tutti i racconti letti parlavano di malinconie, di ricordi e anche di rimpianti. In ogni testo sono state usate delle metafore per rappresentare le varie difficoltà incontrate. Ognuno di questi scritti contiene aspetti e differenze simili. Anche se tante protagoniste avevano nel loro paese forti legami affettivi, buoni amici e una bella famiglia, sono emigrate lo stesso e si trovano ora a vivere in situazioni strane e in parte dolorose. La tristezza iniziale dovuta all’impatto con la società che li ha accolti con freddezza, sfocia più avanti nella felicità di essersi finalmente integrati e aver trasformato il nuovo paese nella dimora dei sogni.

LORENA Z.

Straniero, io?

Suono in diversi gruppi di musica qui nei dintorni. A volte resto qua il fine settimana e, dopo un pomeriggio di prova, resto ancora un po’ con loro. Poiché mia madre è di Basilea, il mio ‘’Schwytzerdütsch’’ è comunque un po’ diverso di quello dei miei amici.
Durante uno degli scorsi fine settimana, sono andato a cena con degli amici dopo le prove. Un mio amico non riusciva a capire che il Grigione italiano fa parte della Svizzera e non dell’Italia, e si divertiva del mio strano accento nel parlare ‘’Schwytzerdütsch’’. Ho cominciato allora a parlare in italiano, più in fretta che potevo. Anche se quello che dicevo non aveva molto senso, sono riuscito a far rimanere di stucco il mio compagno. Gli ho detto che poteva tornare a discutere con me soltanto quando sarebbe stato in grado di parlare l’italiano altrettanto correntemente come io parlo il tedesco!

LUCA F.

Sentirsi stranieri nel proprio Paese

Un bel giorno mi ritrovo a scuola quando il professore ci chiede: “Vi siete mai sentiti stranieri?” Ho viaggiato molte volte, in paesi africani ed europei, fin nei Balcani. Ho constatato che “stranieri” ci si sente quando non ci si sente uguali a chi ci circonda, oppure quando non ci si sente a proprio agio in un determinato contesto, in questo caso un luogo specificamente sconosciuto. Quindi quasi tutti al giorno d’oggi si sono già calati nei panni di uno straniero. La differenza di cultura può rappresentare spesso un ostacolo al processo d’integrazione. Tornando alla domanda del professore, devo ammettere che mi sono già sentita straniera! E non è veramente bello sentirsi così, molto dipende dalla società che ti ospita.

LUCIE P.

“Ti sei già sentito straniero?”

Sì, mi sono già sentito straniero e più d’una volta, anche perché mia madre è sudamericana. Da piccolo non capivo ancora cosa significasse la parola “straniero”; per me era una parola sconosciuta e anche strana (oggi che mi ricordo) per certe imbarazzanti situazioni vissute negli incontri con gli altri; certo capivo che mia madre non era svizzera, capivo anche che mio padre non era ticinese, ma io ugualmente mi sentivo svizzero a tutti gli effetti. Eppure quando vivevo in Ticino, mi sentivo sempre un po’ spaesato, come se non appartenessi completamente a quel luogo; pure i bambini della mia età giocavano poco con me, persino quando venivo invitato alle loro feste di compleanno. Mi sentivo escluso, loro parlavano il dialetto, io no. Dentro di me speravo ardentemente di non dover rimanere tutta la vita in disparte…
Tutto ciò mi faceva sentire estraneo al mio paese e alla sua gente. Avevo la sensazione che qualunque cosa facessi, non sarei mai stato uno di loro. Similmente valeva per i miei genitori: si notava che non avevano molti contatti o amicizie, e anche se alle feste popolari venivano riconosciuti quasi da tutti, pochi li salutavano con simpatia. Tutto ciò mi rendeva molto triste, ma mi confortava il fatto di poter almeno condividere quello sconforto coi miei genitori.
Adesso vivo in una bella città e non mi sento più così sradicato. Vedo intorno a me molte persone di lingua e cultura diverse, più aperte e sensibili. Perciò mi sento libero e credo di potermi finalmente sentire a casa.

MANUEL S.

Riflessione sul sentirsi stranieri

Qualche anno fa sentii alla televisione, per puro caso, il seguente slogan pubblicitario: “ Con la possibilità e la passione, verso il successo”. Questo concetto mi è rimasto impresso nella mente. Io personalmente, non sono interessata a raggiungere il successo. Il successo può però essere interpretato e considerato come un obiettivo da raggiungere. Diamo la possibilità ai giovani di essere il futuro, trasmettiamo loro la passione per le cose importanti. Se questi testi letterari scritti da migranti venissero introdotti e letti nelle scuole, sarebbe un primo importante passo verso la convivenza tra stranieri e non stranieri.

MARTA C.

Come ci si sente stranieri?

Nel racconto che ho letto a scuola, la protagonista era originaria dell’Albania. Ella abitava però in Italia con i genitori e il nonno. Cercava cocciutamente il tesoro nel suo giardino; vicino all’arancio. Ma dietro tutto ciò si nasconde una metafora assai importante. La caccia al tesoro non è l’unica azione che compie Ornela, la protagonista; in realtà lei vorrebbe trovare risposte e verità. Prova a informarsi riguardo alle sue perplessità in molti modi, ma senza successo. Personalmente ho trovato la scrittrice del racconto, Ornela Vorpsi, molto colta e sincera: parla delle sue idee e dei suoi dubbi nei dettagli. Per di più in italiano, che è una lingua nuova per lei.

MILENA M.

Camminando in città sconosciute

Personalmente molte di queste storie mi hanno insegnato ad essere più umile e a capire altre culture, eliminando alcuni scontati stereotipi, cosa che ho notato stando recentemente in compagnia di amici stranieri. (…)
Spero che fra alcuni decenni (magari anche meno) questa popolazione migrante riuscirà a entrare e a imporsi anche nel mondo politico italiano ormai in forte crisi, riuscendo così a stabilizzarlo e a migliorarlo con delle nuove idee e conoscenze.
Per me è una cosa è certa: continuerò a leggere testi di questo genere per allargare il mio punto di vista personale e imparare nuove cose, al fine di diventare più aperto nei confronti di persone sconosciute.
Per finire consiglio a tutti di avviare un laboratorio sull’integrazione sociale e la letteratura migrante, in quanto trattasi di una tematica veramente appagante ed educativa.

MIRKO T.

Hai mai avuto la sensazione di essere straniera?

Riesco a immaginarmi le difficoltà di una madre sola con dei figli in un paese nuovo e sconosciuto, che con il cuore gonfio d’ansia e di paura, si butta nella vita indifferente del nuovo paese. Non ha ancora alcun piano per il futuro, ha soltanto una vaga idea dei sacrifici che l’aspettano e della lunga strada piena di spine che dovrà percorrere, prima di ricevere “quel fogliettino blu” che le permetterà di vivere in pace, senza preoccupazioni. Mi posso immaginare anche un padre che deve abbandonare la famiglia per cercare lavoro altrove. Le sfide per lui sono due: l’integrazione e la distanza dall’amata famiglia. Non c’è nessun supporto per lui, può solo contare sulle proprie forze.

NOEMI S.

Una nazione multiculturale

Recentemente a scuola abbiamo letto testi scritti da migranti o figlie di migranti che vivono in Italia. Nei racconti queste donne parlano di come ci si sente a vivere nel nuovo paese d’adozione e di come ci si sente nei confronti del paese d’origine dopo averlo abbandonato. Le letture fanno riflettere molto sull’essere straniere e fanno capire come una persona si possa sentire straniera anche nella sua regione d’origine per il fatto di non avervi mai vissuto. Oppure di come ci si può sentire stranieri anche da “autoctoni” perché si è ormai circondati da gente proveniente da molti parti del mondo. I racconti fanno pure riflettere su quanto è sottile il filo che separa una persona del posto da una straniera integrata perfettamente nel suo nuovo Paese.

ORIANA A.

Sentirsi stranieri

Adoro viaggiare e girare il mondo, ma non penso di avere il coraggio di emigrare e andare a vivere in un altro posto; crescere i miei figli in un’altra patria. Perché ci vuole molto coraggio a trasformare un altro paese nella tua nuova patria; nella “dimora dei tuoi sogni”.
È questo ciò che ammiro di più di tutte queste donne, scrittrici. Ammiro il loro coraggio e la loro forza nell’intento di integrarsi; di far diventare l’Italia la loro nuova casa.
Avere dei pregiudizi è normale e giudicare è molto facile; ma per fare quello che queste donne hanno fatto ci vuole molto di più!

RAFFAELLA G.

Lezioni in tedesco

Queste donne hanno dentro di sé qualcosa di speciale, qualcosa che ha un valore inestimabile, hanno un cuore pieno di coraggio, forza e voglia di vivere.
Queste donne hanno provato passioni enormi e lo vogliono urlare al mondo intero, per questo scrivono.
Nei loro testi c’è la loro vita, il loro coraggio e la loro voglia di far conoscere la propria storia personale. Noi queste donne le incontriamo per strada e non ci accorgiamo che sono quasi delle eroine moderne, anche perché non conosciamo il loro passato e la loro storia. Noi non sappiamo quanto abbiano dovuto lottare per essere giunte sin qui, con o senza famiglia; per veder realizzato il sogno di una vita dignitosa o per averla garantita ai propri cari. Per noi è normale e facile avere una bella vita, ma per averla non abbiamo di certo provato sulla nostra pelle quello che hanno passato loro. (…) Grazie a questo progetto letterario ho imparato svariate cose. La vita non è bella in ogni angolo del mondo e noi siamo nati e cresciuti in uno stato dove poter godere di una vita dignitosa è un fatto quasi scontato. Noi non ci rendiamo conto di quanto soffrano le persone e di quanti sacrifici siano disposte a fare per avere una vita, un lavoro e una famiglia felice.
La cosa più importante che ho imparato è che tutti noi abbiamo nell’anima una forza che ci spinge, un’energia infinita che ci consente di fare tutto ciò che vogliamo e di lottare per il nostro benessere e per quello delle persone a noi più care. La fortuna che abbiamo, non va sprecata, dobbiamo sfruttarla al massimo per noi stessi, ma se un giorno questa fortuna dovesse venire a mancare, dovremo essere forti e lottare per il nostro futuro, proprio come hanno fatto le autrici di questi testi.

RAUL N.

Quando mi sono sentito straniero

La colpa per una mancata integrazione è anche di certi politici, che alimentano pregiudizi negativi, o ad esempio, come ultimamente è successo in Svizzera, lanciano iniziative contro l’immigrazione di massa. In sostanza però i cittadini non hanno motivo di essere contro gli immigrati, perché non è colpa loro se vengono discriminati e trattati male.
Le schede risolte in classe, assieme alla lettura di altri racconti, mi hanno aiutato moltissimo (anche se ero e sono a favore dell’iniziativa dell’UDC), perché ora riesco a pensare con maggiore cognizione di causa sia ai punti positivi, che a quelli negativi di un simile fenomeno.

RICCARDO V.

In classe coi tedescofoni

Il mio commento sul laboratorio in classe è sicuramente molto positivo. Ora le mie opinioni sono naturalmente cambiate. Prima non ero di certo uno xenofobo, ma devo ammettere che in alcune situazioni gli stranieri m’infastidivano o addirittura mi spaventavano. La lettura di questi racconti mi ha aperto gli occhi e mi ha colpito dritto al cuore. Finalmente, grazie a queste esperienze letterarie del tutto inconsuete ho potuto acquisire un’altra prospettiva della situazione migratoria. Sono tutte esperienze vissute dirette e reali. Non c’è quasi spazio per le storie fantasiose. Sono rimasto influenzato da questi testi, non lo posso negare. Adesso comincio a capire i problemi, la sofferenza e le lunghe avventure degli emigranti. Grazie a tutto ciò, quando ne avrò l’occasione, aiuterò convinto una/uno di queste/-i extracomunitarie/-i e mi impegnerò a farlo con il meglio delle mie capacità e con tutte le mie forze!

ROBIN P.

Letteratura migrante

I confini politici fanno parte di noi, per conoscere qualcuno gli si chiede da dove viene, e dalla conseguente risposta si decide come il prossimo ti accetta. In realtà una volta che i confini sono stati fissati sulla carta, sono stati fissati ugualmente nelle nostre teste. È l’umanità che li ha inventati e definiti per creare sicurezza nei confronti della diversità e riparo dall’ignoto. Per definire la proprietà, per fissare dei limiti. Ma oggi a cosa servono? Tanto la maggior parate degli abitanti di una nazione deriva originariamente da un’altra! Anche se poi ognuno è fiero della propria nazione. Abbattere i muri finti, creati nelle nostre teste, certe volte è più difficile che abbattere muri di sasso.
Spesso viene forse anche dimenticato il fatto che anche gli stranieri hanno dei confini in sé. Venendo da lontano e sapendo di non poter tornare nel proprio paese per un lungo periodo, viene a crearsi dentro di loro una forte malinconia. Tramite la scrittura si possono allora sfogare e lettrici e lettori possono aprire le proprie frontiere mentali nei loro confronti. Si possono aprire dando e ricevendo comprensione.
La letteratura regala sapienza, sapere significa conoscere, aprire gli orizzonti, essere più umani. La tolleranza cresce se si sa il motivo per il quale qualcuno lascia dietro di sé tutto.

SELINA G.

Sentirsi straniera

Per una persona straniera, anche se di origini straniere, questo scrivere è un modo per dimostrare di esserci e per comunicare, per far sentire la “propria voce”. Tutte e due le parti sono coinvolte, italiani e stranieri, e le due realtà vengono confrontate. Si viene a conoscenza di altre esperienze e si possono rivalutare i propri atteggiamenti e punti di vista. Le due o più culture si possono conoscere meglio, portando a uno scambio dI informazioni, che invece d’impoverire una società di uno stato la arricchisce, sia essa una società italiana, ma anche svizzera, inglese, francese, eccetera. E di questo arricchimento dobbiamo fare tesoro.

SILVIA M.

Essere a casa

Secondo me queste giovani scrittrici vorrebbero proprio questo: un mondo all’altezza dei desideri che hanno. Pretendere di riuscire a cambiare la percezione generale del fenomeno migratorio in Italia sarà difficile e forse anche ambizioso. Sicuro è però che una donna extracomunitaria, leggendo questi racconti, riuscirà a trovare la forza per continuare a credere in ciò che sta facendo. Vivere in un posto dove non si conosce nessuno non è certamente confortante, ma una scintilla di speranza, contenuta in un racconto, sarebbe capace di aiutare e di consolare un’anima distrutta, specialmente quando si è lontani da casa.

SONIA F.

Hai mai avuto la sensazione di sentirti “straniero”?

A volte mi capita di sentirmi straniero. I miei genitori provengono dalla Croazia, e molti anni fa si sono trasferiti in Svizzera. Io vivo in Svizzera da quando sono nato e questo paese mi piace molto. Qualche volta i miei amici scherzano un po’ sul fatto che io sia croato. È pur vero, e non me ne vergogno; però sinceramente in Svizzera mi sento a casa, e soprattutto non mi sento straniero. Quando vado in Croazia d’estate, i miei amici croati mi classificano come uno svizzero, e quindi mi risento straniero alla rovescia, ma dopotutto non è un male, anzi mi rende felice. Ci sono delle volte in cui però mi sento straniero in senso negativo. Quando a scuola o da qualche altra parte tentano di scrivere il mio particolare cognome, per un attimo mi passa un brivido lungo la schiena che mi dichiara: sei straniero! E pensare che il mio cognome non è difficile, però esistono quelli che semplicemente non riescono o fingono di non riuscire a scriverlo o a pronunciarlo…
Mi sento molto integrato in Svizzera, ma sono anche molto felice e fiero di essere mezzo svizzero e mezzo croato. Se avessi avuto il colore della pelle diverso dagli altri, magari non mi sarei integrato così bene, perciò sono fiero della mia doppia identità e vado avanti, nella speranza che un giorno i miei figli non provino mai la sensazione di sentirsi stranieri.

TONI M.

 

ISTITUTO COMPRENSIVO DI GOVONE (CN)

SCUOLA SECONDARIA DI I° GRADO “N.COSTA” DI PRIOCCA (CN)

Premessa dell’insegnante

Quanto state per leggere è il risultato di un’attività svolta dagli alunni e dalle alunne della classe 3^ A di una scuola media di paese, la “N.Costa” di Priocca (CN).
I recenti fatti di Lampedusa, le “vittorie” di Rachid, appena laureatosi presso il Politecnico di Torino, conditi da molte letture fatte insieme in classe, hanno costituito il punto di partenza di un percorso che proseguirà nei prossimi mesi.
Quando ho proposto alla componente femminile della classe la partecipazione al Concorso, quella maschile ha obiettato e non me la sono sentita di escludere nessuno.
Di questi tempi vi assicuro che non è facile spingere i ragazzi a scrivere: noi insegnanti dobbiamo gareggiare con la tecnologia e non sempre si riesce  a vincere.
Così ragazzi e ragazze hanno messo mano alle penne e credo abbiano delineato una realtà ormai comune a molte scuole d’Italia.
Qualcuno ha ripescato nei ricordi, nel quotidiano, per altri lo scrivere è stato un modo di denunciare le ingiustizie, per altri ancora uno sfogo, un buttare fuori le angosce legate a un vissuto pesante e impossibile da dimenticare.
Scrittura che consola e aiuta a crescere.
E’ il caso di Safaa, arrivata da noi cinque anni fa, le cui vicende personali continuano inesorabilmente a venire a galla, influenzando i rapporti, rendendole difficile, in certi momenti, il vivere quotidiano. Si potrebbe scrivere un libro.
La proposta di adesione al Concorso è stata fatta alla classe anche per aiutarla, indirettamente, a superare il nero che ha dentro. Il cammino è lungo e ci vorrà tempo.

Prof.ssa Maria Teresa Cravanzola, Istituto Comprensivo di Govone


I CONTRIBUTI DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE

Vengo dalla guerra 

Un giorno una ragazza disse: “Se ai giovani non si mettono in mano le penne, i terroristi daranno loro le armi”.
Quella ragazza era Malala Yousafzay.
Questa frase è un po’ il riassunto della storia di qualcuno, che conobbi al parco giochi un paio di anni fa.
Ero piccolo, quindi la memoria potrebbe ingannarmi su alcuni particolari del racconto, certo non dimenticherò mai quel viso e quegli occhi scuri, pieni di paura ma allo stesso tempo sorridenti.
Aveva nove anni, mentre io circa sette, quando, in una giornata di sole, la incontrai ad Alba.
Da ingenuo bambino le chiesi: “Chi sei? Perché porti il velo?”
“Ciao, io sono Maali; dici questo?” indicando un po’ imbarazzata il suo turbante, “Oh, è la mia religione, lo porto da sempre.
Io non sono italiana come te, vengo dal Pakistan, là c’è la guerra.
Tu, invece, come ti chiami?”
“Io sono Giacomo. E sei scappata da questa guerra?”
“Già, altrimenti rischiavo di morire. Sono venuta in Italia sia per studiare, cosa che amo molto, sia per sopravvivere.
Là, da dove vengo io, non si studia, si combatte”.

GIACOMO ABELLONIO

La donna lavoratrice

Si chiama Rachida, è una donna marocchina.
È emigrata perché nel suo paese le condizioni di vita non erano buone.
Nel 2001 Rachida iniziò a lavorare in un bar, facendo le pulizie.
Lavorava tantissimo e guadagnava sette euro l’ora.
Tornava a casa ogni giorno sfinita, perché lavorava per sei ore senza riposarsi, ma era contenta perché in confronto alla vita che faceva in Marocco, quella nuova era molto meglio.
Rachida era molto felice di aver trovato lavoro.
Nel 2005 Rachida ebbe il suo primo figlio, cui diede il nome di Said, e la rese molto contenta.

SOUHAIL BELHAJ

Invisibile 

Si chiama … Beh, onestamente non lo so.
È da parecchio tempo ormai che la incontro di sfuggita in giro per il mio piccolo paese, ma ancora adesso non conosco il suo nome.
Per la verità, si può dire che io non le abbia mai neanche parlato, ma non sarebbe del tutto corretto.
È strano, questo testo dovrebbe parlare di donne straniere che mi hanno segnato, arricchito, cambiato in qualche modo.
E allora perché ho così tanta voglia di parlare di lei, una normalissima donna sui quarant’anni, di colore, che non conosco neanche?

DIEGO CAFFA

Una donna straniera per parente 

Il fatto di vivere in Italia, di avere un lavoro sicuro e di avere una famiglia fu per Monique una vera e propria manna dal cielo, in confronto alla vita semi-rurale delle campagne del suo villaggio, che aveva reso la sua famiglia d’origine abbastanza ma non troppo benestante senza, però, assicurare una lunga vita, dato il rischio di morte a causa della malaria.
Adesso Monique e mio cugino stanno pianificando di costruire una casa per sé e i propri figli e di trasferirsi proprio in Costa d’ Avorio.
Ciò per ricordare che, comunque, la loro famiglia è originaria anche di quelle parti e non bisogna dimenticare le proprie origini.
Perché, anche se il paese di ognuno di noi è lontano, non dobbiamo mai dimenticare la nostra vera casa né la nostra lingua: la lingua madre.

ALESSANDRA CIRIO

La storia di Karima 

Si chiama Karima ed è una ragazza di origine siriana.
È venuta nel nostro paese, in Italia, per fuggire dalla guerra.
Vuole assicurare a se stessa e ai suoi due figli una vita migliore.
Nel suo paese c’è la guerra che sta distruggendo tutto e ha già fatto moltissime vittime, tra cui suo marito.
Per questo Karima è scappata, non voleva vedere morire i suoi due figli, in un paese che non promette nessun futuro.
Adesso Karima è qui da sola, lavora dodici ore al giorno per uno stipendio basso, ma è l’unico modo per portare a casa il pane per i suoi figli (…) Abita nel mio stesso palazzo, quindi la vediamo ogni giorno. Ogni volta che ci incontra ci saluta ed è molto gentile. Una  volta ci ha invitato a casa sua e ci ha offerto dei cibi davvero deliziosi. È una ragazza molto garbata, che sa come comportarsi. Lavora presso una fabbrica fuori città insieme a molti altri ragazzi stranieri. In questo momento la sto aiutando a cercare un lavoro più dignitoso per andare avanti.
Spero che trovi ciò per cui è venuta in Italia.

ARBIN ELEZI

Sadia: storia di umiltà e speranza 

Sadia è un’amica di mia madre; è l’esempio per eccellenza di chi emigra verso l’Italia,  dandosi da fare e chinando la testa in attesa di un futuro migliore.
Purtroppo la sua vita nel nostro Paese è stata resa molto più dura da alcune persone che considerano gli immigrati o dei buoni a nulla o delle bestie da sfruttare.
Sadia è una ragazza marocchina dagli occhi castani e i capelli ricci raccolti a causa della sua cultura. Parla un ottimo italiano, nonostante sia in Italia solo da pochi anni, e ha raccontato a mia madre la sua storia.

SAMUELE MARRO

Storia di Zineb 

Zineb è una ragazza originaria del Marocco che vive qui in Italia dal duemilasei.
È arrivata con uno sbarco a Lampedusa all’età di otto anni.
Quando l’ho conosciuta, ne aveva appena compiuti dieci.
Lei è alta, ha una corporatura normale, né troppo grassa né troppo magra,  gli occhi marroni, i capelli lunghi e castani, che tiene sempre legati con un elastico e, a differenza di tutte le altre ragazze del posto, non ama vestirsi alla moda con abiti corti e stretti, ma preferisce  quelli della sua cultura o tute da ginnastica.
Un  giorno, parlandoci, mi feci raccontare la sua storia, come fosse arrivata qui insomma.
Lei mi raccontò che i suoi genitori non se la passavano molto bene  in Marocco, a causa di una carestia, che si era verificata nel suo paese, e  le rendeva la vita impossibile.

MANUEL NOTARIS

Anche oltre i confini 

Si chiama Roxie ed è stata la mia compagna di classe delle elementari.
Ha due occhi grandi, scuri ed espressivi. È molto bella ed è di due anni più grande di me. Ricordo, come se fosse adesso, che un giorno della terza elementare arrivò in classe con il viso smarrito e l’espressione intimorita.
Tutti la guardavano e ricordo che anch’io la osservai con curiosità.
La maestra ce la presentò come la nostra nuova compagna.
Lei arrivava da una città della Transilvania e sapeva a malapena dire qualche parola in italiano.
Era visibilmente spaventata, sentendo tutti quegli sguardi su di sé, ma ricordo che aveva un’aria dolce e imparammo subito a volerle bene.

MARTA OLTOLINA

L’umiltà contro le difficoltà 

Ora, otto anni dopo il suo arrivo in Italia, è una donna cresciuta grazie alle molte difficoltà superate, inoltre è felicemente sposata con l’unico uomo, Guido, che ha creduto fin dall’ inizio che lei c’è l’ avrebbe fatta.
Vivono in una bella casa con la figlia Lorena.
In lei, dopo otto anni, c’è ancora il sogno di girare il mondo con Guido.

GIULIA ROAGNA

Una nuova vita 

Si chiama Sebe ed è una ragazza macedone di origine albanese; la conosco ormai da un anno.
Dalla prima volta che l’ho vista ho capito che era una persona simpatica, anche se magari conosceva poco del mio piccolo paese e della mia lingua.
Mi ha raccontato di lei e del viaggio, che ha cambiato la sua vita, migliorandola, quando aveva più o meno dieci anni.

CHIARA SMECCA

Rosa 

Si chiama Rosa ed è mia zia.
E’ arrivata a Magliano insieme a mio zio Alessandro circa dodici anni fa, a fine anno. E’ cubana, e all’epoca, era davvero molto giovane.
A Cuba le condizioni di vita sono molto diverse da quelle italiane: tantissima gente patisce letteralmente la fame, la povertà si fa sentire; l’ ho sentita anche parlare di malattie, che si sviluppano in caso di mancanza d’ igiene, o favorite dalla malnutrizione.
La gente laggiù si arrangia come può, anche perchè l’ economia non è delle migliori.
Così, quando Rosa è arrivata in Italia, era meravigliata da ciò che avevamo qui, perchè mi ha detto che laggiù, molte volte, aveva solo una banana da mangiare.

FABRIZIO STIRANO

Il mio destino è così 

Dopo due ore e mezzo di viaggio arrivammo; c’era un po’ d’aria fresca.
Era magnifico!
C’erano persone molto belle; io ero abituata a vedere persone con gli occhi neri o castani e pelle più meno scura, ma in quel momento ne vidi di bionde e castane con gli occhi azzurri.
La prima parola che imparai fu “Grazie”.
Passarono tutto luglio e agosto e incontrai tutte le mie zie, che non vedevo da tempo, e i cugini che non conoscevo neanche.
Arrivò settembre e giunse il momento di andare a scuola.
Piano piano mi stavo abituando alla mia nuova vita, provando a dimenticare il passato senza ripensarci.
Oggi sto vivendo nuove esperienze, incontrando nuove persone che non conoscevo.
Sto provando a cambiare, direi che sto crescendo.

SAFAA TAKHAMA