Le autrici di Lingua Madre

Gli scrittori migranti come fonti di alterità e di innovazione linguistica

Scritto da Segreteria il 22 Novembre 2010

Pubblichiamo di seguito l’abstract della tesi di laurea di Martina Giorgis, studentessa in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana dell’Università degli studi di Torino.

 

Salman Rushdie nella sua opera Patrie immaginarie afferma che l’emigrante è la figura in cui meglio si rispecchia, con tutte le sue contraddizioni, l’immagine del ventesimo secolo:
“un vero emigrante soffre, tradizionalmente di una triplice dislocazione: perde il suo luogo, entra in una lingua straniera e si trova circondato da esseri i cui codici di comportamento sociale sono molto diversi, e a volte persino offensivi, rispetto ai suoi. E questo è ciò che rende gli emigranti figure tanto importanti perché le radici, la lingua e le norme sociali sono tra le più importanti componenti nella definizione dell’essere umano.

 

L’emigrante, cui sono negate tutte e tre, è obbligato a trovare nuovi modi di descrivere se stesso, nuovi modi di essere umano” (p. 302).
In questa prospettiva risulta dunque evidente il ruolo fondamentale ricoperto all’interno delle nostre società occidentali e nelle rispettive culture da simili figure, costrette ad abbandonare la propria famiglia e la propria patria alla ricerca di un sogno di felicità e prosperità irrealizzabile nel loro paese di origine. Tale “volontà all’espatrio” o “diritto di fuga”, come viene definito dal sociologo Sandro Mezzadra questo impellente desiderio di emigrare in modo tale da non negarsi aprioristicamente la possibilità di condurre un’esistenza serena, comporta tuttavia inevitabilmente un distacco doloroso dalle proprie abitudini e dalle persone più care, che la scrittrice italo-argentina Clementina Sandra Ammendola restituisce efficacemente con le espressioni “Partire. È come una malattia. Partire è come una scelta. A volte le scelte, nella vita, si presentano misteriose e più uno cerca di svelarle, le scelte, più sembra di essere dentro un labirinto. […] Migrare. È come una condanna. La valigia è piena, non riesco a chiuderla. La valigia è piena ed è pronta. Io sono pronta, a metà” (pp. 262-263).
Una volta compiuto il grande passo il migrante è chiamato a confrontarsi con situazioni difficili all’interno della nuova patria di adozione, per le quali gli autoctoni spesso si sentono esautorati dei propri diritti e maturano una forma di ostilità più o meno latente nei confronti dei nuovi arrivati. Per questi ultimi allora la vita in Occidente si configura spesso come un “deserto”, secondo la definizione dell’ungherese Agota Kristof, o nelle parole più efficaci del marocchino Rachid “un luogo in cui non ci si è, in cui gli altri non ti vedono neanche o se ti vedono, ti guardano con diffidenza e ostilità” (Gnisci, 1998, p. 59). Questa condizione di solitudine e di totale emarginazione, restituita con maestria nelle poesie dell’albanese Gëzim Hajdari, comporta certamente dei problemi identitari, ma consente allo stesso tempo di sviluppare un punto di vista del tutto peculiare con cui lo straniero risulta in grado di osservare e affrontare la realtà a lui circostante. Sono ormai note infatti le teorie sociologiche secondo le quali gli immigrati rappresenterebbero le uniche personalità capaci di giudicare le situazioni più disparate con grande imparzialità, non essendone coinvolti direttamente in prima persona. Secondo Georg Simmel e Alfred Schutz per esempio allo straniero, in quanto portatore di una diversa appartenenza, di una posizione liminare tra vicinanza e lontananza, indifferenza e impegno, coinvolgimento e distacco è dunque permesso osservare il modo di vivere in Occidente con occhi diversi, in un’ottica estraniante e dissacrante delle abitudini, usanze e costumi radicati al punto da divenire pressochè inconsapevoli. L’alterità e l’oggettività tipiche dello sguardo straniero, espressioni di una distanza che permette di vedere con maggior chiarezza i difetti propri e altrui, di una capacità di “relativizzare e relativizzarsi là dove gli altri sono costretti sui binari della monovalenza”, come sostiene Julia Kristeva (p. 13), ed efficacemente sintetizzate anche dal termine freudiano unheimlich, che equivale alla negazione di tutto ciò che si configura come “domestico”, “familiare” e “consueto”, rappresentano indubbiamente uno dei punti di forza di questo status. Se da un lato infatti l’essere o il sentirsi stranieri è certamente il segno di una ferita, di una minorazione, d’altro canto questo “sguardo estraneo” rimane la potenziale via filosofica di una ricerca di verità e di saggezza “oltre confine”. Come ricorda lo stesso Nietzsche infatti “da ciò che vuoi conoscere e misurare devi prendere congedo, almeno per un certo tempo. Solo quando hai lasciato la città vedi a che altezza le sue torri si innalzino sopra le case” (p. 122).
Le principali difficoltà relative all’essere soli in terra straniera, rappresentate in primo luogo dalla nostalgia per la famiglia e gli amici, dal bisogno di affermare la propria identità e di combattere il clima imperante di indifferenza diffuso nelle società di arrivo, ma anche la volontà di dare testimonianza della propria storia personale, comportano spesso un bisogno di esprimere in prima persona le sensazioni e gli stati d’animo tipici di una simile condizione. Per questo motivo, tra gli altri, si è assistito alla nascita della cosiddetta letteratura di migrazione, sviluppatasi dapprima nei paesi di più forte e radicata tradizione coloniale, quali la Francia, la Gran Bretagna e in misura minore l’Olanda e diffusasi anche in Italia a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Questa particolare forma di scrittura, caratterizzata dall’utilizzo della lingua italiana da parte di autori provenienti da contesti geografici estranei, in un primo tempo si configura come un insieme di semplici resoconti di storie di vita redatti con la supervisione di coadiutori italiani, per poi acquisire sempre maggiori eteronegeneità e autonomia letteraria. Nel nostro paese infatti tale fenomeno presenta peculiarità evidenti proprio per la mancanza di un passato significativo di conquiste extraeuropee. A tal proposito il brasiliano Julio Monteiro Martins parla di un legame particolare sviluppatosi tra gli scrittori migranti e l’idioma da loro scelto, “lingua letteraria in nessun altro paese se non in Italia” (Pancamo, p. 36).  Poiché il suo utilizzo non è frutto di un’eredità coloniale, ma al contrario scaturisce da “un’empatia, un elemento amoroso, una forte dose di affettività” (ivi), la provenienza geografica degli autori risulta maggiormente diversificata. Se nella prima fase tali scrittori, in prevalenza uomini, mostrano un’origine perlopiù africana, in un secondo momento invece si assiste alla prepotente entrata in scena di donne giunte dalle più disparate aree del mondo, desiderose di dare testimonianza della propria condizione di straniere. Queste infatti si affiancano alla cosiddetta “seconda generazione” di autori migranti, capace di attribuire autonomia e specificità sempre maggiori a tale modalità letteraria, attraverso l’utilizzo di particolari espedienti, quali l’ironia, il divertissement linguistico, l’immaginazione e la metafora metaletteraria. È inevitabile allora il riferimento al romeno Mihai Mircea Butcovan con il suo Allunaggio di un immigrato innamorato e alla brasiliana Christiana de Caldas Brito, autrice di racconti interessantissimi, quali Ana de Jesus, Olinda e Maroggia, capaci di restituire con grande efficacia la condizione degli stranieri in Italia e le difficoltà, linguistiche in particolare, cui sono costretti a far fronte.
L’ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi è proprio quello linguistico, fondamentale nella prospettiva di questi scritti, già a partire dalla scelta del codice da utilizzare. Come afferma Armando Gnisci, pioniere delle ricerche in questo senso, i migrant writers decidono di scrivere in italiano “perché vogliono, subito e direttamente, farsi ascoltare da noi”(1999, p. 102). In questo modo essi possono far conoscere agli autoctoni le usanze e le peculiarità del proprio paese, ma al tempo stesso tentare un’integrazione, ferma restando la capacità di apportare un contributo significativo alle istanze di rinnovamento dei generi e delle strutture formali. Attraverso l’utilizzo di termini e di inflessioni ricorrenti nella loro lingua madre, quali il portuliano della già citata de Caldas Brito o il somalo di Cristina Ubax Ali Farah, in un tessuto narrativo caratterizzato da registri linguistici e formali molto diversificati, che non esclude la presenza di dialetti e parlate di borgata, gli scrittori migranti rappresentano la fonte probabilmente più ricca di spunti di innovazione linguistica nel canone nazionale della letteratura contemporanea. Da un lato infatti sono frequenti le dichiarazioni di scarsa fiducia accordata a queste opere per la propensione dei loro autori a commettere errori di ortografia, punteggiatura e sintassi, ma d’altro canto proprio a causa della scarsa padronanza dello strumento linguistico essi risultano in grado di contribuire significativamente alla sua trasformazione, alla ricerca alternativamente “del parlato e della perfezione, della metafora e del neologismo”, come ricorda la giornalista Luciana Sica, nell’ambito di una forma letteraria che mira allo stesso tempo sia all’immediatezza sia alla ricercatezza. È fondamentale dunque continuare le ricerche in questo senso, in modo tale da attribuire il giusto spazio a tali opere all’interno del canone nazionale della letteratura contemporanea per il loro carattere di novità, restituendo altresì la dovuta dignità ai loro autori, spesso snobbati e giudicati inferiori proprio a causa della loro provenienza “altra”, che al contrario costituisce, come si è detto, uno degli elementi più importanti di rinnovamento linguistico e tematico.

 

BIBLIOGRAFIA:

Ammendola, C. S., Ci sono volte, tutte le volte, in Roba da donne. Emancipazione e scrittura nei percorsi di autrici dal mondo, a cura di S. Camillotti, Mangrovie edizioni, Roma, 2009, pp. 261-272.

Butcovan, M. M., Allunaggio di un immigrato innamorato, Besa, Nardò (Lecce), 2006.

de Caldas Brito, C., Qui e là. Racconti, Cosmo Iannone, Isernia, 2004.

Gnisci, A. Creoli, meticci, migranti, clandestini e ribelli, Meltemi, Roma, 1998.

Gnisci, A., Conclusioni, in R. Genovese, P. Giovannelli, F. Liperi, A. Lonardi, M. C. Martinetti, A. Gnisci, Alì e altre storie. letteratura e immigrazione, Rai-Eri, Roma, 1999, pp. 99-102.

Kristeva, J., Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano, 1990.

Kristof, A., L’analfabeta. Racconto autobiografico, Casagrande, Bellinzona, 2005.

Mezzadra, S., Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Ombre corte, Verona, 2001.

Nietzsche, F., Umano troppo umano, fr. 307, Mondadori, Milano, 1970.

Pancamo, P., Intervista a Julio Monteiro Martins, in ‹Saragana›, n. 3, aprile-giugno 2001, p. 36.

Rushdie, S., Patrie immaginarie, Mondadori, Milano, 1991.

Sica, L., Scrittori da un’altra lingua, in ‹La Repubblica›, 17 luglio 2009, p. 49.