Le autrici di Lingua Madre

La vendetta delle formiche Nadia Kibout tra le protagoniste

Scritto da Segreteria il 18 Marzo 2026

Un’aggressione a sfondo razziale scuote la vita di una tranquilla famiglia di persone immigrate. Una piccola bugia mette in crisi la fragile convivenza tra la prima generazione, ancorata alle sue tradizioni e la seconda, in bilico tra le due identità. Sharif, il padre, e Aicha, la figlia, devono fare i conti con ciò che è avvenuto davvero: tra loro Khadija, la madre, interpretata da Nadia Kibout, vincitrice CLM.
È questa la trama del film La vendetta delle formiche che si sta girando in questi giorni a Torino, con la regia di Hedy Krissane, prodotto da Clean Film con La Bottega dell’Immagine, Ciakalabria e il sostegno della Film Commission Torino Piemonte.

«Le donne afrodiscendenti e più in generale le donne straniere o di origine straniera – sostiene Kibout – non possono sentirsi rappresentate dai media, dal cinema, dalla televisione italiani dove sono spesso raccontate in terza persona, stereotipate, strumentalizzate oppure invisibili». Per questo ben vengano produzioni differenti, che mettono in campo professionisti e professioniste dalle appartenenze multiple, che possono efficacemente rappresentare la propria complessità.
Come Nadia Kibout, appunto, che vive in Italia, parla cinque lingue, è scrittrice, attrice e regista, nata da genitori algerini mauritani. Oltre ai lungometraggi, ha partecipato a importanti fiction televisive ed è tra le fondatrici della rivista All Women Magazine.

La sua fotografia, Ombra di memoria, ha vinto il Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo della XV edizione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre e il suo racconto Muima è stato selezionato nella stessa edizione ed è pubblicato nell’antologia Lingua Madre Duemilaventi. Racconti donne straniere in Italia (Edizioni SEB27). Nel testo viene affrontato il tema della violenza contro le donne quale crimine inaccettabile. Grazie a una prosa incalzante, sono espressi in modo persuasivo i movimenti di presa di coscienza, le sensazioni e le oscillazioni dell’animo di una donna profondamente ferita dalle violenze subìte. Il coraggio di raccontare quelle drammatiche esperienze, si unisce alla speranza che le pagine, nonostante tutto, riescono a comunicare nella descrizione del passaggio dal buio della violenza alla luce del ritorno alla vita.

Una forza e una determinazione che l’autrice trasmette a tutte le personagge che interpreta nel piccolo e nel grande schermo. Ma non solo. Più di una volta, infatti, è riuscita a dissuadere i registi dal rappresentare la donna musulmana secondo i consueti cliché, a far magari togliere il velo alla protagonista, a separare devozione religiosa e identità culturale. «In qualche modo le storie che mi trovo a interpretare mi riportano alle esperienze personali – dice – alla mia vita, al mio vissuto, alla mia ribellione, alla determinatezza nel perseguire i miei sogni e cercare di realizzare i miei obiettivi». Anche per questo sono così vere e credibili.

Attualmente in Italia, e non solo, assistiamo alla disconoscenza empatica dell’altro/a, come sottolinea il regista del film. «Da autore migrante mi sono sempre sentito l’obbligo di raccontare le nostre storie – dice Hedy Krissane – le storie dei nuovi cittadini che vivono e contribuiscono alla crescita di questo paese bellissimo, senza, in molti casi venir considerati. Anzi, spesso vengono – veniamo – accostati ai migrati appena sbarcati, ai terroristi dall’altra parte del globo o, peggio, ai malfattori e delinquenti che non mancano da entrambe le parti. In Italia ci sono sei milioni di nuovi italiani che il cinema e la tv italiana non hanno mai saputo rappresentare. Quando ci hanno provato, l’hanno fatto attraverso autori non di origine migrante. La storia del film è in gran parte anche la mia. Cultura e vita quotidiana che si amalgamano in una nuova entità: quella dei nuovi cittadini, ancora sospesi tra radici semantiche diverse e l’acquisizione di un nuovo status sociale. Questa storia si basa su un fatto di cronaca successo tanti anni fa, ma la sento oggi più che mai mia. Sono un padre immigrato di prima generazione di una ragazza di sedici anni di seconda generazione».

Ecco, quindi, una vicenda che mette a confronto due età e due culture «un padre per anni bersagliato per le sue origini e la sua religione dai colleghi, dai media e dall’istituzione, esausto e stanco con la figlia, di seconda generazione, attratta dalla libertà e dalla voglia di essere come le sue amiche, di sentirsi riconosciuta e accettata senza ricordare ogni momento le sue origini che porta come un macigno e una religione a cui crede ma che è stata accostata al terrorismo, e che per prima ha distrutto la vita e il quotidiano dei musulmani soprattutto in occidente».

La sceneggiatura del film è firmata dal regista insieme a Gero Giglio e Enrico Remmert. Ne sono interpreti – oltre Nadia Kibout – lo stesso Hedy Krissane, Linda Messerklinger, Costantino Comito, Angela Valensise, Fadwa Lamzouri e Isacco Bugatti.

Un modo per trasformare anche il cinema in relazione. Mettersi all’ascolto di autrici e autori dalle origini altre, infatti, è fondamentale in tutti i campi dell’arte per superare le semplificazioni e le narrazioni distorte.
«Ascoltare direttamente le persone migranti o con origini straniere o appartenenze multiple, spesso considerate solo “vittime” o “colpevoli” – conclude Nadia Kibout – è indispensabile e permette di cambiare il paradigma della comunicazione, trasformandole da oggetti a soggetti del racconto».