Le autrici di Lingua Madre

“Lingua Madre”: empowering self-representation of migrant women in Italy

Scritto da Segreteria il 21 Luglio 2009

Di  Anna Maria Crispino

 Ci viene detto
è il parlare che tradisce
la nostra alterità che l’altro non può sottoscrivere
l’impronta risiede nella phoné pronuncia
distanza/e
Smaro Kamboureli *

 
Viene da un paese dell’Est Europa e non ci dice il suo nome la donna che ha scritto queste righe in italiano:
“Vorrei parlare bene l’italiano, vorrei parlare con tutti e sentirmi rispettata. Devo sforzarmi. Ma la vita è normale senza sforzo, per come viene. Senza paura. E io amo la vita, la fiducia in se stessi e negli altri e la comprensione di ciò che accade. Vorrei l’italiano senza sforzo!” 1)

Sappiamo però che ha partecipato ad un Laboratorio di accoglienza linguistica promosso dal Ciss (Cooperazione Internazionale Sud Sud)2) Ascoltate come la coordinatrice del progetto, Marisa Campanile, racconta la sua scelta di impegno e la nascita del piccolo libro che raccoglie Voci di donne migranti

“Migrai da bambina da una lingua all’altra e poi da ragazza da un quartiere all’altro quando la mia città mi sembrava grande quanto il mondo e sembrava a tutti che accadessero grandi e definitive rivoluzioni. Molti anni dopo quando il mio mondo di adulta franò rovinosamente e definitivamente, migrai ancora, dentro la città che mi sembrava quasi sconosciuta. Altro luogo, o ero io diversa. Mi sentii migrante e senza lingua. Ricordai la mia lingua madre e l’italiano imparato a scuola e i linguaggi diversi che avevo incontrato lungo la mia vita e le lingue straniere che avevo imparato. Allora incontrai migranti organizzando laboratori di accoglienza linguistica […]
Nel timore del congiuntivo e del periodo ipotetico proviamo a superare il grande vuoto dell’imperfetto e del gerundio alla ricerca di una perfezione linguistica che non si sa più dove sia, anche tra i nati di madrelingua italiana con buon livello di scolarizzazione e tra coloro per cui l’italiano è nella nostra città ancora una L2, che fanno tanta fatica a impararla a scuola, perché in casa e nelle loro strade è il napoletano la lingua di comunicazione. 3)”

Nonostante l’ostilità xenofoba – quando non apertamene razzista – che, a mio avviso, ispira le politiche sull’immigrazione del governo italiano attualmente in carica, di esperienze di questo tipo ce ne sono molte in Italia. Esperienze di accoglienza che puntano sulla lingua come strumento di integrazione e di empowerment. E stante alla frammentaria documentazione che abbiamo a disposizione, sono esperienze che riguardano più donne che uomini. Parliamo sempre ovviamente di una minoranza rispetto alla grande massa di migranti che in Italia incontrano difficoltà e problemi enormi che non vogliamo in nessun modo sottovalutare. Ma si tratta di una minoranza significativa, specie sul piano simbolico, specie considerando che non stiamo prendendo in considerazione migranti che vengono in Italia per studiare, o stranieri di seconda generazione i cui genitori hanno avuto la possibilità, magari a costo di grandissimi sacrifici, di mandare i figli e le figlie a scuola. Parliamo di migranti, donne in particolare, che anche se in possesso di titoli di studio nei loro paesi di origine, qui in Italia fanno lavori molto modesti: la colf, la badante, la baby-sitter, l’operaia magari a cottimo, la bracciante e così via.
Si punta sulla padronanza della lingua come strumento che consenta la vita relazionale al di là della propria comunità di appartenenza e di riferimento, strumento di auto-affermazione, di “fiducia in sé stessi e negli altri” – come ci dice la donna che ha partecipato al laboratorio di accoglienza linguistica di Marisa Campanile. E sono in maggioranza donne coloro che rendono possibile questa strategia, che hanno le qualità per favorire gli intrecci relazionali senza omologare le differenze. Per le ragioni che ci spiega appunto la Campanile, dicendo che lei stessa si sentiva “migrante e senza lingua”.
“Migrante” e “Lingua” sono qui due parole chiave. Perché non possiamo parlare di migrazione in un paese come l’Italia se non ricordiamo sempre e in ogni momento che gli italiani sono stati loro stessi migranti. Personalmente lo considero un elemento fondamentale del mio posizionamento e un dato essenziale per ogni enunciazione a riguardo.
Noi italiani siamo stati migranti all’interno del nostro Paese, dal sud al nord, in varie ondate. E migranti all’estero, in grandissimi numeri, dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento 4). E la storia dell’avventura migratoria delle donne italiane è un fenomeno nel fenomeno, che qui non abbiamo la possibilità di approfondire 5). Ma è stato un movimento di enormi proporzioni: ad esempio, nel 1926 su di un Paese con circa 40 milioni di abitanti, gli italiani emigrati in Europa, Americhe e altrove erano oltre 9 milioni. Tra il 1871 e il 1975 – poco più di cento anni – 5.250.000 italiani sono emigrati legalmente nei soli Stati Uniti. Attualmente, i residenti all’estero che hanno la cittadinanza italiana, secondo i dati ufficiali del Ministero degli Esteri sono circa 3,5 milioni (dati AIRE, 2006), ma la comunità italiana allargata, cioè le persone di origine italiana nel mondo, ammonta a oltre 60 milioni.
Ora siamo un paese di immigrazione, e negli ultimi anni quello, insieme alla Spagna, in cui la presenza di stranieri cresce più velocemente. In Italia, la popolazione straniera registrata, cioè regolare o in via di regolarizzazione, è di circa 4 milioni secondo la stima del XVIII Rapporto Caritas Migrantes. Un numero che indica il raddoppio nel periodo 2000-2006. Provengono da oltre 135 diversi paesi, costituiscono il 6,7{eaca6ed6a365c9ad6cca8507981ed4b568c8ef41ae768a6e6a97a0140332a87b} della popolazione complessiva e più della metà sono donne. Persone che non hanno una lingua in comune tra loro e che si trovano in contesti in cui la lingua ufficiale, l’italiano, si sfarina in centinaia di parlate e cadenze dialettali. Lingua è dunque la seconda parola chiave.
Sulla “estraneità” delle donne alla lingua del padre e sul dolore della perdita della lingua madre molto è stato scritto e riflettuto. Sull’accettazione o sulla resistenza a esprimersi in una lingua seconda, di accoglienza o veicolare, anche. Su ciò che si perde e ciò che si guadagna nei passaggi tra le varie lingue è in corso un importante dibattito tra culturaliste e post-colonialiste sulla “politica della traduzione” 6). Ma quella che mi interessa qui è la questione della “potenza relazionale” di una lingua “comune”, una lingua in cui il senso e le parole diventano flessibili e creative. E il suo effetto moltiplicatore di possibili rapporti e di presa di coscienza di sé.

La mia lingua materna era ucraina, ma in tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica era obbligatorio l’insegnamento della lingua russa […] Non era per me una lingua straniera, né mi dispiaceva, ma entrata a scuola mi sono scontrata con l’incomprensione degli altri verso il mio modo di parlare il russo. […] La voglia di scrivere mi ha aiutato nella vita e questo amore l’ho trasmesso alle mie figlie, Irina e Svetlana. Scrivevo per sopportare le sorprese della vita, quando non capivo, quando non trovavo una via d’uscita.” 7)

Sulla scrittura punta “Lingua Madre”, il concorso letterario nazionale dedicato a tutte le donne straniere che vivono in Italia e che utilizzano l’italiano. Il progetto ideato da Daniela Finocchi (del Centro Studi e Documentazione del Pensiero Femminile) è collegato alla omonima iniziativa promossa dalla Regione Piemonte e dalla Fiera Internazionale del Libro di Torino, che ogni anno allestisce un magnifico spazio di incontro e dibattito nelle giornate della Fiera, tra i più interessanti e vivaci della manifestazione. Il concorso letterario, quest’anno alla V edizione, ha prodotto già tre volumi di Racconti di donne straniere in Italia.8). Il titolo, Lingua Madre,  è già di per sé fortemente evocativo: indica che la proprio lingua, quella con cui si esprimono sentimenti, emozioni e memoria, può essere certamente la lingua d’origine, quella in cui si è cresciute ma può anche essere frutto di una scelta. La lingua scelta, anche scontando il dolore e le difficoltà dello sradicamento, può dunque essere una Madre, che ci mette al mondo e ci accudisce, che si prende cura di noi e ci aiuta a stare al mondo.
Il tema della Madre, com’è noto, è centrale nel pensiero del femminismo italiano: la madre è figura simbolica della prima fondamentale relazione tra donne. Scrivere in una lingua che può farti da Madre, specie se questo accade con la mediazione di altre donne. Nell’immaginare “Lingua Madre” le donne che l’hanno organizzato sono partite dall’osservazione che – come spiega Ferdinanda Vigliani – “parlare della propria oppressione nella lingua dell’oppressore è il paradosso delle donne e dei popoli colonizzati. […] Ma ecco che da un certo momento in poi, stare dentro il paradosso ha finito per sembrarmi il solo luogo dove sia possibile e decente stare” 9). Scrive la peruviana Francisca Abregù Lòpez:
Ho imparato a vivere da sola, senza tutta la mia rete sociale e familiare, mi sentivo che nascevo di nuovo, una nuova esistenza, dove dovevo imparare dalla lingua alle cose più banali: come e dove comprare un francobollo. Sono stati momenti magici, incantevoli, ma anche pieni di sofferenza e tante lacrime.” 9)

Al Concorso negli anni hanno partecipato donne cinesi, ghanesi, argentine, brasiliane, keniote, nigeriane, cambogiane,indiane, romene, polacche, albanesi, croate, serbe e di molte altre nazionalità. Donne che quando hanno ritenuto la loro conoscenza dell’italiano non ancora sufficiente, hanno potuto chiedere l’assistenza di una donna italiana disposta ad aiutarle nella stesura del testo. Una relazione che il regolamento del concorso ammette ed incoraggia, perché, scrive ancora Vigliani, “è proprio nella relazione che l’identità si afferma in modo positivo e non preclusivo”. Ed è per questo che c’è una seconda sezione del concorso dedicato alle donne italiane, perché raccontino le loro relazioni con donne straniere: un gesto di valorizzazione della differenza (quella sessuale, fondamento del riconoscimento e della valorizzazione dell’essere donne) e delle differenze, quelle delle diverse culture, in una pluralità che si assume come elemento di valore e risorsa preziosa.
Lasciatemi dire qui, per inciso, che non c’è un’unica parola italiana per tradurre “empowerment” – tanto che spesso viene lasciata in inglese anche nei documenti ufficiali – ma in questo contesto per me empowerment significa esattamente questo: valorizzare, dare valore simbolico e relazionale ad una pratica delle donne che si propone come fondamento della politica.
Nell’esperienza di “Lingua Madre” dunque, la parola e la scrittura mi appaiono come strumenti di empowerment, un doppio movimento di avvicinamento che rende possibile un dialogo attraverso l’ascolto reciproco, in cui potenzialmente non c’è dissimmetria di posizione perché si lavora in uno spazio condiviso e su un terreno che insieme si è dissodato: la lingua che si prova e si misura con la scrittura di sé.
Una lingua che è qualcosa di più di vocabolario, grammatica e sintassi. Racconta Ermine Sevgi Ozdamar, scrittrice turco-tedesca, in Mutterzunge (tradotto in italiano con il titolo La lingua di mia madre):
Ricordo ora le frasi di mia madre, pronunciate nella sua lingua madre, solo dopo aver immaginato la sua voce, le frasi stesse giunsero alle mie orecchie come una lingua straniera che avevo imparato bene.”11)
In turco, come in italiano, la parola “lingua” indica sia l’organo che c’è nella nostra bocca sia la lingua intesa come linguaggio. Sottolineando la natura anche fisica, materica, corporea della parola “lingua” – nota la curatrice dell’edizione italiana Lucia Perrone Capano – la scrittrice ci mostra “come i corpi estranei possono essere paradossalmente i frammenti di quella lingua madre perduta [e] indicando che l’identità personale non può più essere localizzata in uno spazio stabile quando la vita è segnata dalla dislocazione e dal passaggio tra le lingue e le forme di esistenza” 12).
Far propria una lingua può non necessariamente significare dimenticare, tagliare radici, precludersi il passato, diventare – come dice Julia Kristeva – stranieri a se stessi.
Perché potremmo chiederci che significa esattamente essere straniero/a, sentirsi straniero/a? Non essere nati in questo paese, non parlare la lingua, non mangiare gli stessi cibi e non ascoltare o fare la stessa musica, a volte non professare la stessa fede. Una lunga sfilza di “non” ci servono a definire un “loro” rispetto a un “noi”, una “differenza”, normalmente peggiorativa per “loro”, un “meno di” rispetto ad un presunto standard di riferimento:noi italiani, ad esempio. Ma sappiamo che è un “noi” assai problematico. Dice Julia Kristeva:
Riconoscendo lo straniero in noi ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il noi problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità.” 13)
E tuttavia, nonostante la grande problematicità del “noi”, siamo sicure che desideriamo essere “ribelli ai legami e alle comunità?” Mi chiedo invece se proprio la nostra esperienza di donne femministe – ciò che abbiamo elaborato nelle pratiche di assunzione di identità, soggettività, posizionamento  e relazioni tra donne – non sia proprio attraverso la creazione di legami, relazioni consapevolmente scelte e mediate da un linguaggio che riesca a rappresentare e narrare le differenze; attraverso la creazione di comunità plurali e mobili, che possiamo immaginare di contrastare la deriva xenofoba, razzista e l’istaurarsi di una economia servile che sembra nettamente prevalere nella risposta dell’Occidente bianco alle migrazioni? Persino – forse dovrei dire oggi soprattutto – in un Paese come l’Italia, al centro del Mediterraneo e dunque storicamente, da sempre, meticcio, e per lungo tempo, nella sua storia recente, luogo di partenza di migranti.
 Chiudo con le parole di Marina Quattrini, arrivata in Italia da El Salvador, cittadina italiana dal 1996 per adozione. Il suo racconto si intitola “Coscienza”:
A prendere coscienza di chi sono, da dove vengo e dove sto andando ho impiegato più di vent’anni. Non perché sia matta o non abbia la facoltà di comprendere, ma perché ho dovuto elaborare me stessa sia al passato che al presente. […]
L’Italia per me è come una madre adottiva: non mi ha portato in grembo, ma una volta nata si è presa cura di me […]
Oggi sono un donna che sta guarendo dalle ferite del passato e mi rimane tanto da fare ma sono convinta che il mezzo migliore per guarire sia comunicare con coloro che vogliono ascoltarti. La parola è il mezzo giusto […].
“14)
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• Smaro Kamboureli, in seconda persona, a cura di Eleonora Rao, testo originale a fronte, trad.it i Clara Antonucci, Palomar, Bari 2007, p. 93  [Edizione originale in inglese: in the second person, Longspoon Press, Edmonton, Alberta (Canada) 1985.
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1) )“L’italiano senza sforzo” in Voci di donne migranti, prefazione di Marisa Campanile, Pungitopo, Marina di Patti 2008, p.7.
2) Il Ciss è una organizzazione non governativa che ha sedi in tre città del meridione d’Italia (Palermo, Napoli e Bari) e opera in molti paesi dell’Africa, del Medio Oriente e del Sud America.
3) Marisa Campanile, “Prefazione” in Voci di donne migranti, op. cit. p. 5.
4) Storia dell’emigrazione italiana, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, 2 voll., Donzelli editore, Roma 2002. Vedi anche: G. A. Stella, L’orda, quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano 2003
5) Andreina De Clementi, “Quando partirono le donne” in Italiane d’America Leggendaria nn. 46/47 (ottobre 2004), pag.7 – vedi anche Id., “La «grande emigrazione»”, in Storia dell’emigrazione italiana, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, op.cit., e B. Bianchi “Lavoro ed emigrazione femminile” in Storia dell’emigrazione italiana, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, op.cit.
6) Vedi, ad esempio, Ambra Pirri, Introduzione a Invisibili di Mahasweta Devi, Filema, Napoli 2007. Il volume contiene anche il saggio “La politica della traduzione” di Gayatri Chakravorty Spivak.
7) Voci di donne migranti, op. cit, pp. 30-31
8)  Daniela Finocchi (a cura di): Lingua Madre Duemilaotto. Racconti di donne straniere in Italia, Edizioni SEB27, Torino 2008; Id., Lingua Madre Duemilasette. Racconti di donne straniere in Italia, Edizioni SEB27, Torino 2007;Id.,Lingua Madre Duemilasei. Racconti di donne straniere in Italia, Edizioni SEB27, Torino 2006.
9) Ferdinanda Vigliani, Introduzione a Lingua Madre Duemilasei. Racconti di donne straniere in Italia, op. cit., pp.7-8.
10) Francisca Abregù Lòpez, “Hai scoperto chi sei?”, in Lingua Madre Duemilasei, op cit., p.17-18
11)  Ermine Sevgi Ozdamar, La lingua di mia madre, con testo originale a fronte, a cura di Lucia Perrone Capano, trad.it. di Silvia Palermo, Palomar, Bari 2007 [Edizione originale in tedesco: Mutterzunge, Rotbuch Verlag, Berlin 1990].
12) Lucia Perrone Capano, Introduzione a La lingua di mia madre, op. cit. p.7.
13) Julia Kristeva, Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano 1990, pag. 9.
14) Marina Quattrini, “Coscienza” in Lingua Madre Duemilaotto. Racconti di donne straniere in Italia, op cit. pp. 214, 216, 217.