Le autrici di Lingua Madre

Donne migranti che scrivono in italiano: il caso della Romania

Scritto da Segreteria il 19 Marzo 2013

In anteprima il saggio Donne migranti che scrivono in italiano: il caso della Romania di Luisa Ricaldone – parte della giuria e del gruppo di studio del Concorso Lingua Madre – contenuto negli Atti del Convegno Internazionale di Studi di Craiova (16-17 settembre 2011), disponibili presto anche in formato cartaceo.

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DONNE MIGRANTI  CHE SCRIVONO  IN ITALIANO: IL CASO DELLA ROMANIA

 Luisa RICALDONE Università degli Studi di Torino Italia

 

I racconti  di Lingua Madre.  La letteratura critica sul tema delle autrici migranti in lingua italiana è a oggi molto ricca e, considerato che il fenomeno delle donne  straniere  che  scrivono  in  italiano  è  in  crescita,  essa  pare  destinata  ad ampliarsi ulteriormente1. Fra gli ex paesi comunisti, la Romania occupa però una posizione defilata, se paragonata per esempio all’Albania, che conta nomi di autrici di notorietà ormai acquisita, come Anilda Ibrahimi, Elvira Dones, Ornela Vorpsi, i cui romanzi sono stati pubblicati da editori di livello nazionale. Vari i fattori che determinano queste disparità, a partire dai rapporti storici fra gli stati in gioco e l’Italia, dagli investimenti messi in atto dalle case editrici e da altri aspetti del mercato culturale. E tuttavia, già da una prima indagine, ci si rende conto che il panorama romeno è vivace, in particolare nella forme del racconto e che il genere romanzo,  pur  non  diffusissimo  ed  edito  da  editori  di  nicchia,  è  di  notevole interesse.
Perché ho deciso di focalizzare il discorso sulle donne? Sia perché da tempo mi occupo della loro scrittura; sia perché Torino, ormai da sei anni, ospita il Concorso Lingua Madre che, selezionando racconti di donne straniere residenti in Italia, è per sua natura un ottimo osservatorio dei mutamenti e del persistere delle scritture migranti; sia infine perché le donne hanno costituito le avanguardie – almeno in certi casi – del fenomeno migratorio, e pertanto formano l’anello forte tra diverse culture e mondi lontani.
La  scelta,  da  parte  di  queste  donne,  di  scrivere  nella  lingua  del  paese ospitante è scelta complessa e tutt’altro che indolore, perché frutto di una contrattazione tra lingua materna e lingua acquisita, risultato di una negoziazione che si muove in un “territorio simbolico, come quello geografico, […] diviso e talvolta lacerato tra due o più lingue, due o più appartenenze” (Setti 2006: 90). Ma essa è anche occasione di incontro, di reciprocità e di condivisione, di opportunità di farsi conoscere e di fare conoscere il proprio paese là dove si vive.
Le brevi testimonianze di Agnes Alexandra Onea, Alina Popa, Rita Taracs, contenute  nel  volume  inaugurale  di  Lingua  Madre,  si  caratterizzano  per  una marcata componente autobiografica contraddistinta dal racconto della propria infanzia come momento felice che, recuperato in un’ottica di lontananza e di nostalgia, tinge di malinconia, tristezza, disperazione la realtà del paese d’arrivo, un mondo cui, come scrive Alina Popa, “non voglio dare un nome” (Popa 2006:157). Il passato subisce qui una idealizzazione, e nel ricordo anche la dittatura appare meno infelice del “virus” che ha infettato la società romena dopo il 1989 (Taracs 2006: 189). Infanzia come fase dell’esistenza connotata da potenzialità infinite che l’epoca della maturità frena e spesso frustra. Si affaccia in queste pagine il tema centrale nella letteratura di emigrazione, quello identitario, la riflessione intorno al quale si sforza di rispondere alle domande: chi sono io? Che resta della mia identità dopo il processo, difficilissimo, di integrazione nel nuovo paese? Dopo le delusioni dovute all’essere considerate straniere?2
Lo scrivere una storia, in particolare la propria, ribadisce il diritto di esprimere la soggettività individuale, e mette in campo l’importanza di dire “io”. Nel caso delle donne migranti, ciò che esse rappresentano attraverso schegge autobiografiche – limitate dallo spazio ridotto della pubblicazione del Concorso e motivate il più delle volte dalla tensione di dirsi nell’immediato piuttosto che dall’aspirazione alla cura letteraria del testo – è l’esilio: culturale, geografico e linguistico3. In tutte circola l’urgenza di lasciare testimonianza del proprio situarsi in uno snodo cruciale della storia individuale e collettiva, quello migratorio, appunto. E il raccontare permette loro di appropriarsi del mondo che hanno lasciato alle spalle e di misurarsi con la diversità di quello nuovo al quale sono approdate.
Simona Amaritei, laureata in matematica, insegnante per diciotto anni in una scuola media romena, è da anni badante a Torino; nel 2006 ha pubblicato, illustrandolo, un libretto intitolato Guardami negli occhi. Diario di una badante. Si tratta di una delicata, ironica, talora toccante testimonianza di una donna, professionista con titolo di studio, che percorre la propria vicenda, dall’infanzia in famiglia fino al distacco dalla propria terra e all’arrivo in Italia. Pur nella sua semplicità – o forse proprio per questo – il Diario  è stato accolto con un certo calore, alla sua uscita, probabilmente perché si sentiva parlare da una diretta interessata di una realtà tanto importante e diffusa quanto sotterranea e negletta.
Nel gruppo di racconti dell’edizione Lingua Madre 2007 si nota il permanere del bisogno di raccontarsi, ma sembra essere venuto meno il richiamo al passato dell’infanzia, sostituito dalla narrazione di un presente di cui si evidenziano gli aspetti crudi e dolorosi, come se le donne di cui si sta parlando si fossero rafforzate interiormente e avessero ormai acquisito il coraggio di guardare in faccia alla realtà, anche la più dura; imbattendosi magari anche in persone pronte a offrire solidarietà. In un ambiente al limite dell’umano, simile a quello descritto nei Miserabili, per intenderci, si svolge la vicenda narrata da Loredana Pislaru; mentre in Petronela Daniela Solovastru si fa strada un tema molto importante, quello della relazione fra donne, unite qui nella riflessione sul senso di appartenere allo stesso sesso, sulla maternità come esperienza accomunante e sulla capacità di entrare in comunicazione con l’altra/o.
L’aspetto “veristico” si riscontra anche nei racconti pubblicati nell’edizione 2008: storie di povertà estrema, di prostituzione, di maschi alcolisti e approfittatori (Brindusa Petrariu); e ancora violenza su uno sfondo non privo di toni ossessivi connessi a spaesanti andirivieni tra Italia e Romania (Ana Maria Stratulat). Mentre nel 2009 le donne romene approdate a  Lingua Madre narrano la  difficoltà di sentirsi a casa propria in un paese tanto desiderato da lontano (Alina Teodora Cornea) o in un mondo, rappresentato nel testo di Giorgiana Turculet da un gruppo di adolescenti italiani, incapace di accoglienza. Nei racconti degli anni successivi sono le dinamiche interne ai rapporti familiari a emergere. Già presente nel volume 2008 (Cristina Zaccanti), il tema è andato radicandosi ulteriormente: nel 2010 lo ritroviamo nella forma dell’analisi del rapporto privo di sensibilità che la madre intrattiene con la figlia (Reveca Mucea), e nella descrizione, da parte dell’io narrante, del dolore prodotto dall’avere accettato che il proprio figlio, nato da un rapporto con un ragazzo indiano, venisse disconosciuto come figlio e viceversa riconosciuto come fratello, cioè come figlio della   propria madre (Elena Larisa Rotaru); mentre Maria Sescu, che firma il racconto con l’italiana Gina Sellari, ritorna sul tema dell’identità e delle scritture come veicoli di riconciliazione con il paese d’arrivo.
E arriviamo, con il 2011, all’ultima edizione di Lingua Madre: nel gruppo delle quattro donne romene che hanno visto pubblicati i loro racconti, accanto al perdurare  dello  sguardo  autobiografico  e  dell’analisi  delle  proprie  relazioni familiari (Irina Turcanu e Lidia Stan), si riscontrano riflessioni sulla razza e l’eguaglianza (Carolina Tobosaru), sui guasti prodotti dal regime nell’interiorità delle persone (Ionela Elena Ciobanu), e l’affermarsi di una interessante prosa lirica che attraversa e descrive le città italiane in cui chi scrive è vissuta (Maria Bulei). I romanzi: Coman e Mocanaúu. Due i nomi da citare nell’ambito del romanzo: Ingrid Beatrice Coman (1971) e Valeria Mocanaúu (1959). Ciò che caratterizza i primi due romanzi di Coman è la scelta di non parlare della Romania: La città dei tulipani è ambientato in Afganistan, e Tè al samovar nell’Unione Sovietica dei gulag, come recita il sottotitolo; in particolare la vicenda narrata si svolge nella prigione-miniera siberiana di Kolyma. Lo scenario è costituito in entrambi i casi da paesi martoriati dalla guerra, dove le sopraffazioni, la violenza, la povertà, la devastazione dominano le relazioni fra gli individui, dove la morte è costantemente in agguato e si compie, ma dove anche alla fine e incredibilmente la vita ha la meglio. I tulipani sono infatti il simbolo di ciò che di vitale pulsa sotto le macerie afgane; mentre il tè al gelsomino è la bevanda che Aljosha, il prigioniero politico russo che ha avuto la rara fortuna di tornare a casa, beve con Vera, la donna con la quale è nato un amore. Da questi accenni ai plot si può sicuramente affermare che è presente in Coman una vena di tenace ottimismo, sentimento che la induce, se non a ricomporre le devastazioni materiali e psicologiche dei personaggi e delle loro terre, ad aprire spiragli di speranza e di ricostruzione sia dei luoghi che del sé. Nel Tè al samovar un’attenzione particolare è riservata alle donne, alla solidarietà fra loro, ai loro corpi sfiancati da gravidanze spesso non volute e martoriati dalle violenze agite dai loro mariti, uomini superficiali, infantili, irresponsabili, violenti.“Le donne sono forti come cammelli, reggono qualsiasi cosa. Non c’è da preoc- cuparsi”, aveva sentito dire una volta nel corridoio dell’ospedale da un uomo che aveva portato sua moglie a partorire. Poi si era acceso la pipa e si era messo a parlare di cose più importanti: affari, politica e guerra (Coman 2005: 13). Il secondo romanzo è dedicato “alla memoria di milioni di esseri umani, uomini e donne, incamminati verso l’inferno più remoto della terra e mai più tornati; alle famiglie che li hanno aspettati invano per anni; ai bambini rimasti orfani e cresciuti come fiori selvaggi intrappolati nelle griglie del sistema; a chi piange ancora su una foto in bianco e nero di tanti anni fa e a chi va a portare un fiore su una tomba senza nome”, e appartiene – come dice la prefatrice proponendo il parallelo con Una giornata  di Ivan Denisovich di Alexander Solženicyn – al genere della letteratura carceraria. La quotidianità dei detenuti considerati “nemici del popolo” – artisti, studiosi, giornalisti dissidenti – è descritta minuziosamente e con  pathos  crescente.  Viceversa  Karpov,  definito  “amico  del  popolo”,  è  un detenuto comune, cui sono state affidate mansioni di controllo che esercita con violenza inaudita. Arrivano infine le amnistie cosiddette progressive, che ad alcuni portano la libertà; ma per tutti, o quasi, la liberazione arriva troppo tardi (“quando il tuo passato sarà morto e il futuro indifferente”, Coman 2008: 130); per questo alla notizia di essere amnistiati, alcuni prigionieri reagiscono suicidandosi. Notevoli le capacità introspettive e la tenuta narrativa; numerosi i flash back, a partire dal dialogo tra Vera e Aljosha che, in soffitta, davanti a uno scatolone contenente poveri oggetti (un calzino, uno straccio…) e qualche documento, attivano i ricordi del passato di lui che, interrogato dalla donna, ripercorre i giorni della propria prigionia e di quella dei suoi compagni. Romanzo della memoria, che mette in rilievo la paura ma anche il valore terapeutico messo in atto dal ricordare. Nello stesso 2008, Coman raccoglie una serie di racconti – Non spegnete la luce –, uniti dal denominatore comune costituito dal rapporto tra bambini e adulti: bambini  che  “portano  le  torce”,  avvicinandole  “agli  angoli  bui  della  nostra esistenza di adulti […]: la guerra, la povertà, la fila per il pane che non basta o la fila per entrare in un campo nazista” (Coman 2008: 5); e adulti che cercano di “vedersela con loro stessi e le parti più nascoste della propria anima” (Ibidem). Ritornano i temi dell’amicizia e della solitudine; la voglia disperata di libertà ma anche l’incapacità di accoglierla dopo averla aspettata troppo a lungo; l’“amarezza di chi, in terra straniera, non riesce a sentirsi a casa, la fatica di vivere che a volte ci porta ad arrenderci o l’amore che invece è in grado di ricrearsi dal nulla” (ibidem). E ritorna anche la riflessione amara sulla crudeltà e la violenza esercitate a danno degli esseri viventi, animali compresi, uccisi per ricavarne cibo; infine lo stupro. Ma anche in questa raccolta non manca l’interesse per la relazione di amicizia e solidarietà, in genere fra donne, che salva; l’attenzione alla cura nei confronti delle altre e degli altri, su cui spesso si articola il relazionarsi efficace e duraturo fra gli esseri umani. Si legga la commovente storia della dottoressa che decide di tenere con sé la bambina mutilata ai genitali, figlia di una prostituta (La figlia di nessuno). Conclude il volume il monologo che dà il titolo al libro, Non spegnete la luce, nel quale viene messa in scena la figura di un demente che, grazie alla sua condizione psichica, è autorizzato a dire la verità, storica e privata, aldilà delle convenienze sociali e degli opportunismi. Con il romanzo Per chi crescono le rose, Coman decide di scrivere della Romania, ambientando la narrazione in una cittadina della Moldavia negli ultimi mesi del comunismo. All’interno di una vicenda che permette all’autrice di considerare la  vita  quotidiana di  regime  dal  punto  di  vista  di  una  giovinetta (Magda) e  del  suo  insegnante (Catelin), intenzionato a  tagliare i  ponti con  il passato, emergono i temi dell’eguaglianza (inesistente, secondo Coman, se non nella povertà, “che rendeva le persone umili e impotenti in ugual modo, nella faticosa corsa alla sopravvivenza”: Coman 2010: 51); della solidarietà (riscontrata negli anni della miseria e, viceversa, inesistente nel presente)4; della incompren- sibilità, agli occhi di Magda, del regime comunista. Ancora si insiste sul ricatto e la violenza (Stefan, figlio di un dirigente del partito, farà incontrare Magda con Catalin solo in cambio di un rapporto sessuale consumato lì per lì); sul non avere, una  volta  liberi,  dove  andare5.  Ritorna  infine  il  punto  di  vista  ottimistico dell’autrice, che fa ravvedere Stefan, e che le fa scrivere parole di compassione sia per le vittime che per i carnefici: Non c’erano né vincitori né vinti, ma soltanto essere umani capitati nello stesso ingranaggio di un meccanismo complesso e misterioso che per anni li aveva deformati e distorti. […] Vittima e carnefice, carnefice e vittima: quanto fragile, quasi impercettibile è la differenza tra i due. Forse il nemico non ci è poi così estraneo come sembra, e il confine tra bene e male non passa lontano nel mondo, ma attraverso il cuore di ciascuno di noi (Coman 2010: 154 e 167).

Ancora una volta è il cuore a prevalere, e una certa idealizzazione degli esseri umani, rispetto ai quali la fiducia in una prossima palingenesi è – direi – totale. Il romanzo affida al punto di vista della giovane Magda il compito di evidenziare la crudeltà, le prevaricazioni, le ingiustizie perpetrate dagli esseri umani; mentre l’ottica del meno giovane, e uomo, Catalin apre a considerazioni sull’impegno politico, sulla lotta contro i soprusi del regime, sull’idealismo del sovversivo: una sorta di doppio romanzo di formazione la cui trama e i cui esiti sono sorretti da una forte tensione spirituale.
Del tutto diverse le narrazioni di Valeria Mocanaúu, autrice di due romanzi ambientati entrambi in Romani: Il sapore della mia terra. In Italia con il cuore in Romania (2006) e Straniera nella mia terra. Nella Romania al tempo di Ceauúescu (2010). Il primo è costruito come una saga familiare, libro di testimonianza e ricostruzione della storia della propria famiglia e dei propri luoghi, identificati in un villaggio sperduto nella valle della Moldava. Il risultato è una assai interessante storia autobiografica che si articola tra vita in campagna e vita in città, e che soprattutto  privilegia  l’ottica  dei  rapporti  fra  donne  e  uomini.  Emilia  David, studiosa romena che lavora presso l’Università di Torino e che presentò il libro all’indomani della pubblicazione, mi ha gentilmente fatto pervenire lo scritto del suo intervento, nel quale definisce Il sapore della mia terra un “racconto sulla memoria dell’immigrazione”, dove tuttavia – e aggiungerei, a differenza che nei testi di Lingua Madre – “non vi sono riferimenti al percorso migratorio e alla vita quotidiana dell’autrice in Italia. Ma soltanto una rimemorazione della propria terra, un ritorno nel proprio passato”. Da rilevare è che il punto di vista autobiografico è quello di una donna – presumibilmente l’io narrante è autoriferito – che si allontana dai luoghi comuni e dalla mentalità dominanti nel villaggio, perché si sente di essere altra dai suoi compaesani e dalle sue compaesane, di cui non condivide né pensieri né comportamenti. Una “dichiarata volontà da parte della protagonista del racconto […] – scrive David – di distinguersi dagli altri compagni e amici, in quanto diversa, per passioni, interessi, sensibilità”. Per le descrizioni di usanze, costumi, luoghi comuni, per la presentazione di personaggi cliché, come per esempio la strega, o ancora per le narrazioni di superstizioni, riti matrimoniali, storie private emblematiche di relazioni e unioni, di violenze e di infelicità, lo si potrebbe definire un romanzo antropologico. Il tutto sullo sfondo storico del passaggio al regime comunista. Il racconto comincia infatti con la progressiva distruzione del tessuto sociale del villaggio ad opera della interdizione della proprietà privata, cui viene sostituita la collettivizzazione delle terre, con tutti i problemi e i drammi che ne conseguirono. L’occhio acuto della protagonista mette in rilievo, quale modello relazionale, il rapporto donna/uomo, cartina di tornasole di altri rapporti di potere. L’autrice, nata nel 1959 e venuta in Italia intorno ai quarant’anni, non ha trascorsi femministi: avrebbe solo registrato la realtà, come mi ha detto personalmente durante il nostro unico incontro. Certo è che l’implacabilità con cui descrive la violenza dei maschi padri padroni fa pensare a una personalità determinata, a una intelligenza attrezzata a cogliere della vita quotidiana la routine delle sopraffazioni e delle violenze, modelli comportamentali che sembrano acuirsi con crudezza e durezza crescenti via via che il regime si impone e si consolida. Non posso dilungarmi nei dettagli, ma le violenze subite dalle donne nel corpo e nella psiche (violenze sessuali, aborti procurati con rischio; ma anche violenze gratuite, tese ad affermare la superiorità del maschio, che pare non sapersi esprimere se non con la prepotenza, privo com’è di parola) costituiscono una testimonianza di atrocità private all’interno delle atrocità sociali:

Fra «gli uomini» che volevano imporsi si discutevano anche le tecniche più facili per impaurire la moglie, che se non era picchiata, diceva il proverbio, era «come il mulino senza chiave». Rendendosi conto che non potevano farsi amare per il loro comportamento, per il loro modo d’essere, preferivano si credesse che erano delle bestie senza cuore. Essere perfido era una situazione senza uscita che si doveva tollerare, essere scemo invece era una vergogna (Mocanaúu 2006: 57).

Mondo violento dunque, dominato da ripicche e vendette e dall’uso strumen- tale degli inermi, donne e animali. Elvira, la protagonista, pare salvarsi grazie alla sua diversità: già segnata da una nascita avvenuta nonostante gli auspici fossero funesti, la donna vive in un mondo di fantasia alimentato e confortato dalla pratica della lettura, dall’identificazione con i personaggi romanzeschi, che la giovane “amava con disperazione” perché “disposti a sacrificarsi per la verità e la giustizia” (Mocanaúu 2006: 131).
La capacità di guardare con occhio lucido alla propria terra lontana (e ad amarla, anche, pur desiderando di andarsene, sebbene in un’ottica di lontananza gli anni dell’infanzia appaiano sostanzialmente felici) si impone in modo ancora più risoluto nel secondo romanzo, che potremmo definire un autoritratto di gruppo, nel senso che esso si presenta nella veste di un romanzo autobiografico di un’intera generazione, quella che è vissuta nella Romania di Ceauúescu. La narrazione conserva peraltro tratti del romanzo di formazione, nella forma del racconto delle vicende di una adolescente che vuole prendere in mano la propria vita ma che, per il suo essere diversa, si ritrova “straniera” nella sua stessa terra. Ed anche in questo secondo romanzo è dall’intreccio tra grande e piccola storia che l’autrice prende le mosse per raccontare; ed anche in questo caso i rapporti personali sono specchio e modello della politica, e la politica incide sulla qualità delle relazioni fra individui, in particolare fra uomini e donne e ne indirizza le modalità di esistenza e di espressione.
L’incipit descrive un rapporto fra due famiglie vicine di casa improntato alla litigiosità; fatto significativo, che anticipa la materia che verrà svolta successi- vamente. Frequenti, nelle tranches de vie tracciate da Mocanaúu, le riflessioni sull’essere nata femmina (“e questo è il disastro della tua vita” – dice il padre della protagonista; Mocanaúu  2010: 11), sull’essere una donna che non si adegua alle convenzioni del paese né accetta il destino già tracciato per lei da generazioni, riassumibile in: rimanere ignorante e sposare un giovane scelto dal padre. Il nucleo della narrazione è infatti costituito dalla coscienza di genere della protagonista, dai suoi desideri di indipendenza, di autonomia, di eguaglianza, che collidono con il maschilismo dominante nel paese. Florina è sola e non dispone di altro riferimento che se stessa; per questo si affida alla “forza imperiosa che sentivo nel cuore” (Mocanaúu 2010: 12). È la sua interiorità a guidarla, è il desiderio la sua bussola, cui obbedisce con coraggio e determinazione, fiduciosa nelle proprie capacità e nella   forza   che   ne   accompagnano   lo   sviluppo,   aiutata,   nelle   scelte   che costantemente le si presentano, da una sorta di sesto senso al limite della preveg- genza. Vedremo alla fine che partire da sé – antica ma ancora attuale pratica femminista – paga. Mocanaúu parte da sé (chi sono), agisce ascoltando il proprio desiderio (come), per andare da qualche parte (dove), rifiutando ciò che lede la propria dignità, in un processo nomadico di continuo riposizionamento, che è espressione e formazione della personalità che diviene chi è e non chi gli altri vogliono che sia. Sorregge la narrazione il diritto a desiderare, che è diritto alla felicità e all’etica, dove la prima non è possibile in assenza della seconda.
In Straniera nella mia terra ritorna il tema del rapporto tra città e campagna (“Se nel luogo in cui ero nata l’umiltà era un valore, qui [nella città dove è andata a vivere a casa degli zii per poter frequentare la scuola] dominava la prepotenza”, Mocanaúu 2010: 37); del lavoro (il duro lavoro del cantiere); della povertà e della fame. E ogni momento della vita di Florina è illuminato dalla consapevolezza di essere donna in un mondo in cui gli uomini disprezzano l’altro sesso:

Perché quel bisogno dell’uomo di  infangare la donna? Quale sciocca vanità spingeva gli uomini a vantarsi di una virilità presunta e ostentata? Possibile che, oltre quella sciocca vanagloria non ci fosse altro? Né un pensiero né una riflessione sul loro stato di miserevoli esseri viventi? E se era così in che cosa consisteva la loro pretesa superiorità? In una chiacchiera infinita su un sesso immaginato quando non preteso? Faceva tanto parte dei costumi e di una bieca tradizione che le donne accettassero botte e ogni sorta di soprusi persino ridendosene (Mocanaúu 2010: 162).

Anche nel romanzo di Mocanaúu non manca il lieto fine: Florina incontra un uomo, come lei diverso dagli altri, e insieme proveranno a costruirsi il loro spazio di felicità.

NOTE

1  Per un approfondimento di questo discorso si vedano i lavori del work shop a cura di Manetti, Beatrice e Ricaldone, Luisa, Scritture@migranti: Italia, 2011.

2 “Io! Chi sono io? Io che ho desiderato con tutte le mie forze di venire in Italia, integrarmi e identificarmi  con questo paese, tanto da non essere neanche etichettata come straniera. Tanto da imparare anche il dialetto bislacco. Se qualcuno mi chiede ‘Di dove sei?’ rispondo prontamente con fierezza ‘Di Gorizia’. E mi credono” (Taracs 2006: 187).

3 Per un approfondimento del tema si veda Ricaldone, Luisa, 2010.

4 “Le mie migliori lezioni di solidarietà le ho apprese allora. […] Oggi non ci manca mai il pane. Ma se una sera, per distrazione o dimenticanza, dovessi finirlo e trovarmi ad averne bisogno, non mi sognerei mai di bussare alla porta del mio vicino a chiederlo. Né lui lo farebbe. L’abbondanza nelle nostre case ci ha chiuso la porta dell’uno verso l’altro” (Coman 2010: 3-4).

5 “Era libero. Poteva andare. Sì, ma dove?” (Coman 2010: 149). Il tema è presente anche in Tè al samovar.

BIBLIOGRAFIA

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Sescu, Maria – Sellari, Elena, 2010, “Negata”, in Finocchi Daniela (a cura di), cit., pp. 246-248.

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RIASSUNTO

Panoramica delle donne romene che scrivono in italiano: i racconti del Concorso Lingua Madre e i romanzi di Ingrid Beatrice Coman e di Valeria Mocanaúu.  Percorso di riflessione su temi, autobiografia, rapporto fra la grande storia e la storia privata presenti nei testi, che tiene conto in particolare del punto di vista interno delle figure femminili.

Parole chiave: Donne, genere, scrivere in italiano, relazione, autobiografie