Le autrici di Lingua Madre

Donne in ossimoro

Scritto da Segreteria il 21 Giugno 2012

Di Paola Marchi
[articolo pubblicato sul numero 36 (anno 9, giugno 2012) di El Ghibli, la rivista online di letteratura della migrazione].

Parlare di figure retoriche applicate alla scrittura femminile potrebbe già in sé rappresentare un ossimoro. Escluse dal discorso culturale tradizionale, dalle occasioni pubbliche e dalle agorà accessibili solo a retori e oratori, le donne tuttavia fanno cultura e letteratura da sempre. Penelopi silenziose dell’arte del dire, esse hanno spesso dovuto attraversare dal di dentro i luoghi discorsivi universalistici, per rivisitarli a partire da un’incarnazione sessuata della parola. E in questo processo di “decolonizzazione del linguaggio”, per dirla con Angela Carter, gli esiti della scrittura femminile hanno prodotto e producono tuttora effetti straordinari.
Le figure di pensiero, così come sono convenzionalmente classificate l’antitesi e l’ossimoro, sono state sin dall’antichità destinate alle donne e all’immaginario comune, caratterizzando fortemente la struttura binaria del pensiero e della cultura patriarcale. Così i binomi natura/cultura, razionale/irrazionale, corpo/mente, sé/Altro hanno fondato le strutture del sapere portando a un’esclusione della soggettività femminile da forme autonome di rappresentazione del sé. Tuttavia, le donne hanno colmato il vuoto creato dall’ordine fallologocentrico attraverso una scrittura “eccentrica”. Se l’eccentricità è l’essere fuori dal centro, e in un ambito letterario fuori dalla tradizione e dunque dal canone, la scrittura femminile è, infatti, eccentrica per definizione. Così come eccentrico è il soggetto femminile. Eccentrico, spiega Teresa de Lauretis, «rispetto al campo sociale, ai dispositivi istituzionali, al simbolico, allo stesso linguaggio, è un soggetto che contemporaneamente risponde e resiste ai discorsi che lo interpellano, e al medesimo tempo soggiace e sfugge alle proprie determinazioni sociali. Un soggetto capace di disaffiliarsi dalle sue stesse appartenenze e conoscenze acquisite, dunque disidentificato dalle formazioni culturali dominanti ma anche critico e autodislocato rispetto a quelle minoritarie con pretese egemoniche, tra le quali includere un certo femminismo omologato o accomodante, razzista o perbenista. Un soggetto che sa di costituirsi nel corso di una storia sempre in fieri, in un processo di interpretazione e di riscrittura di sé a partire da un’altra cognizione del sociale, della cultura, della soggettività» (De Lauretis T.,1992). Il soggetto femminile dunque è attivamente impegnato in un continuo processo di riscrittura del sé che gli consenta di posizionarsi in modo de-centrato, dis-locato, dis-identificato, al di là delle regole. Ed è nel continuo gioco ossimorico che le donne fanno con la scrittura, un gioco in cui l’identità si svela e si cela concedendo parti reali o immaginate, che si articola questa ricostruzione simbolica, e dunque radicale del sé femminile. Un sé determinato da una modalità di rappresentazione secondo la quale il fatto di essere donna sia assunta come forza politica positiva e auto-affermativa, anche perché, scrive Rosi Braidotti, “è nel linguaggio e non nell’anatomia che la mia soggettività sessuata trova la sua voce, prende corpo, si genera” (Soggetto nomade, 1995). Non a caso la maggior parte dei testi femminili sono delle grafie del sé, spesso al confine tra auto/biografia e fiction. D’altronde, chiedersi cos’è l’autobiografia, scrive Paola Zaccaria, significa chiedersi cosa sono le donne. Lo stile autografico, così come il romanzo di formazione – genere che trova la sua forza nel percorso che un’identità “immatura” compie come viaggio di scoperta e nominazione della realtà e di sé e per tradizione riservato a un eroe maschile – sono infatti generi molto vicini alla scrittura delle donne.
Ed ecco allora un nuovo ossimoro, l’uso della retorica anche nei testi considerati dalla tradizione di genere minore, nelle autobiografie e nelle tante altre forme “miste” di scrittura femminile. Ne sono esempi significativi i racconti che ogni anno arrivano al Concorso letterario nazionale Lingua Madre, progetto dedicato alle donne e ragazze straniere e italiane. I loro testi raccontano infatti le grandi contraddizioni che vivono le donne tutt’oggi, indipendentemente dal luogo e dalla cultura di provenienza. Dal 2005 il progetto garantisce uno spazio libero di narrazione, un luogo per potersi raccontare al di fuori di stereotipi e cliché e a partire da sé, uno spazio per accogliere le tante voci inascoltate, ma non silenziose. Presupposto essenziale del Concorso è infatti il pensiero della differenza sessuale, pre-testo indispensabile per riconoscere, pur garantendo tutte le differenze che attraversano ogni soggetto, una comunanza, un plus che unisce le donne indipendentemente da origini, luoghi geografici, distanze culturali. La richiesta di scrivere in italiano, nonostante gli intenti del progetto siano anche quelli di preservare e valorizzare le culture altre e la Lingua Madre, potrebbe rappresentare un nuovo ossimoro, un’altra forte contraddizione. Tuttavia, grazie al gruppo di studio nato da un anno attorno al progetto, si è giunti a rivalutare il concetto stesso di Lingua Madre, a ripensarla come un mezzo espressivo libero e scelto consapevolmente. Punto di partenza è stato la recente dichiarazione di Dragana Babic, autrice del Concorso, in cui racconta che per lei scrivere ed esprimersi in italiano, superate le difficoltà iniziali, rappresenta un vero e proprio atto di libertà rispetto all’esperienza di esprimersi in serbo, lingua con la quale da piccola veniva rimproverata. Pur se “assaporata” nei primi anni di vita dalla madre, infatti, la lingua subisce inevitabilmente, nello spostamento dall’ambito domestico a quello sociale, l’influenza della cultura patriarcale, cancellando la traccia materna. Ed è nel passaggio della matrifocalità al patriarcato – passaggio che affonda le sue radici nella Grecia antica, ovvero nel momento in cui dalla civiltà governate dalla natura e dalla sacralità della maternità si è giunti a una civiltà «che persegue il dominio sulla natura, instaura la centralità del Logos, confina la maternità a puro fatto biologico, stabilisce il potere degli uomini sulle donne» – afferma Aida Ribero, che il padre è divenuto il portatore della legge sociale, delle insegne del potere, paradigma e modello identitario unico e universale, a scapito di tutti coloro che non rientrano entro i canoni fissi dettati dagli uomini (A. Ribero, 2011). La lingua madre non è dunque necessariamente quella che impariamo da piccoli, ma quella che consente di definire noi stessi e il mondo che ci circonda senza condizionamenti. L’italiano infatti si rivela per molte opportunità di arricchimento e non ostacolo: «Io ho studiato inglese e tedesco. Non avrei pensato che l’italiano sarebbe diventato la mia seconda madre lingua. Sono arrivata con in tasca un dizionario e 20 dollari e così, cercando parola per parola nel dizionario, mi sono avvicinata alla lingua. Adesso posso dire con orgoglio di averla fatta mia», racconta ad esempio Guergana Radeva. O ancora, l’italiano diventa campo di ricerca per nuove possibilità, nuove forme espressive, un nuovo strumento per dirsi: «Quando sono arrivata non conoscevo la lingua. Questa circostanza, che ad altri poteva generare l’ansia dell’impotenza, a me, invece, poneva in una condizione piacevole. Ci sono due momenti in cui un “parlante” è in grado di fare poesia: quando quello che ignora è tantissimo; quando quello che conosce è tantissimo. Io mi trovavo chiaramente al primo stadio, quello dei poeti per ignoranza. Ricordo che avevo la capacità di sentire nelle parole suoni al posto di significati. (…) Nel balbettare la lingua altrui, ho imparato a balbettare anche la mia. Nel balbettare la mia lingua ho potuto anche “dirmi”» (E. Frontini, 2010).

La conquista di poter esprimere anche i sentimenti più profondi in una nuova lingua è il primo passo verso il superamento di un’estraneità che a molte provoca angoscia, solitudine, senso di sconfitta. Ecco perché sempre più donne accettano questa sfida, spesso incentivate dai figli che nascono in Italia e che si sentono italiani, o dal desiderio di sentirsi finalmente protagoniste. Protagoniste e padrone di se stesse, del proprio corpo, di un proprio ordine simbolico. Molti non a caso sono i racconti che mettono al centro della narrazione temi come la relazione primaria con la madre, relazione rimossa per affermare la supremazia del padre. Così Candelaria Romero nel 2009 scrive: «Nascesti madre espellendo me. Cullate una nell’altra. Così tu mi figliasti e io ti madrai, come dice il poeta. Cieli femminine. Tramonti rosa. Siamo lo specchio l’una dell’altra. I tuoi cieli in me e io in te. Ci attraversiamo».
O ancora, al centro dei racconti vi è il corpo, o meglio, l’invisibilità del corpo. Ed ecco che parlare di invisibilità del corpo femminile, nonostante l’orgia di carne che tv, giornali, new media fanno quotidianamente a scapito della realtà incarnata delle donne, propone così un nuovo ossimoro.
Ne sono esempio i racconti di Monica Vodarich, “Florence e il suo mondo parallelo” e di Leoreta Ndoci, “Burrnesha”. Se Leoreta Ndoci racconta della cancellazione del corpo femminile in un contesto culturale altro rispetto a quello italiano, l’Albania, dove la realtà parla di figure ossimoriche di donne virili costrette a rinunciare alla propria femminilità per avere peso e riconoscimento sociale, Monica Vodarich affronta il problema in Italia da donna migrante, clandestina: «Sono Florence e ho ventidue anni, sono viva ma non esisto, ho un padre e una madre ma sono sola al mondo, ho cinque fratelli ma nessuno da abbracciare, sono una ragazza innamorata ma da un anno nessuno sfiora il mio corpo, ho un sacco di cose da dire, di sogni da inseguire, di desideri da esaudire. Sono la protagonista di un mondo parallelo, vivo nel limbo, galleggio in un mare salato, con le mani e i piedi divaricati, crocifissa, inchiodata a un’esistenza triste e silenziosa. Mi nascondo.
Sono invisibile.
Sono clandestina.
Detta così non sembra terribile, la clandestinità in fondo è una condizione comune a milioni di individui in ogni parte del mondo, è solo un modo di dire, e se rimanesse tale non farebbe tanto male. Ma, purtroppo, diventa anche un modo di essere, ti penetra nelle ossa, ti cambia i lineamenti, ti corrode la pancia al punto da rendere possibile che qualcuno ti guardi attraverso e tu diventi invisibile. Essere invisibili in fondo non sarebbe una cosa brutta se non fosse per il fatto che il corpo c’è, è di carne e ossa e ha delle esigenze strane come il cibo, il calore, l’acqua e poi anche esigenze assurde come le carezze, l’amore, due braccia che ti tengono ancorata e ti producono tepore dentro».

Corpi spesso controllati, mutilati, segnati da un marchio di possessione che ossimoricamente dà alle donne la libertà di sentirsi pure, di non essere derise e sentirsi uguali alle altre. E molti sono i racconti che restituiscono questa terribile contraddizione, come quello di Alia Sharif Aghil: «Un altro rito, che la maggior parte di noi bambine ricorderà per sempre dato che è molto doloroso e crea mutazioni nel nostro corpo (mentre per i maschietti avviene in forma più blanda) si chiama gurò, ed è la discussa pratica della circoncisione. Io fui fortunata perché quando mi sottoposero a quell’intervento avevo solo pochi mesi, e quindi non ero cosciente del dolore che provavo; neanche ora potrei ricordare che cosa sia successo a me, ma quando ebbi sei o sette anni potei vedere tale rito praticato ad altre bambine. A me capitò l’intervento da neonata perché in quei giorni a casa nostra si celebrava il matrimonio di un mio zio ed era presente la signora della circoncisione; così io e altre due bambine venimmo sottoposte a questa pratica cogliendo l’occasione del festeggiamento di quel matrimonio. (…) Le mamme e le nonne cercavano di blandire le bambine che dovevano essere sottoposte all’intervento con mille promesse di vestiti nuovi, di dolciumi, e spiegando a loro che l’intervento era necessario per entrare nel mondo dei grandi e che rappresentava un importante rito di purificazione. Quando stava per iniziare l’intervento, in casa calava un silenzio inquietante e dopo un po’ si sentivano le urla di pianto delle bambine che facevano tremare le pareti; subito dopo i famigliari e gli amici applaudivano la bambina per la sua bravura ed emettevano il classico suono di festa (alaal), e si finiva con l’offerta di dolci e caffè ai presenti. Le bambine circoncise dovevano rimanere a riposo per un po’ di giorni con le lenzuola avvolte alle gambe, poi venivano coccolate e nutrite con delle buone pappe. Ma in casa continuava ad aleggiare per parecchio tempo tanta paura, e da quel giorno in poi la donna dell’intervento rappresentava il terrore delle bambine».
O ancora, quello di Alessia Femiani, che a proposito dell’infibulazione scrive: «L’infibulazione è una prigione, è una prigione senza sbarre a cui noi donne siamo sottoposte da migliaia di anni nel nostro paese. (…) Quando una bambina viene infibulata perde il possesso del suo stesso corpo, l’infibulazione è un’operazione… un’operazione che sigilla senza permesso la nostra intimità… che sbarra la nostra essenza». Ossimori, contraddizioni, sono dunque contenuti in queste narrazioni che le donne straniere scelgono di condividere. Ecco allora il racconto Il museo del futuro di Migena Proi, vincitrice della VII edizione, che già nel titolo ne contiene un esempio significativo. Premiato per l’intensa messa a fuoco, da parte di una giovane donna di “seconda generazione”, dei temi centrali della migrazione – l’essere fra due luoghi; le aspettative e il contatto con la realtà del paese d’origine e di quello di approdo; l’illusione e la disillusione; il lavorare qui e ora per procurarsi una vita migliore là e poi – il testo racchiude alcuni paradossi legati alla condizione di migrante in Italia: «Casa mia era il museo del futuro, tutto era acquistato per il futuro dei nostri sogni, che non avremmo avuto qui. Non qui, in mezzo a coloro che ci facevano essere delle scimmie che imitavano la loro lingua, ma lì in Albania. Perché il futuro non era una terra straniera, il futuro era la promessa del ritorno nella nostra terra. La televisione era stata acquistata grande, una Philips dell’ultima generazione, perché dovevamo portarla con noi quando saremmo ritornati. Il videoregistratore era di lusso, perché doveva servire per Valona. I divani erano stati acquistati in modo che gli ospiti in Albania stessero comodi. Ed io la notte lacrimavo disperazione. (…) E raccontavo ai miei amici liceali che avevo una casa qua, ma avevo la Casa in Albania. Loro erano indifferenti a questo. Loro pensavano ai loro ormoni, ai loro amori, al trucco giusto con cui uscire. Io nelle foto del liceo sono rannicchiata in un angolo, porto i capelli corti, ho lo sguardo illuso. Appare da quell’immagine il mio mutismo, un mutismo rumoroso di un adolescente altrove».
La lacerante esperienza di essere tra due luoghi, tra due culture, in sospensione tra un passato conosciuto e un presente da costruire, non può che essere superata attraverso una riappacificazione tra i propri vissuti e l’accettazione di un’identità multipla e aperta alle contaminazioni. Un percorso difficile e doloroso, ma che trova motivazione in un desiderio di felicità e di equilibrio che le donne ritrovano anche nelle piccole conquiste del quotidiano, nell’intesa con altre donne, nel riconoscimento del proprio ruolo e della propria autonomia: «Ora, a distanza di anni, pur nella tensione dei sentimenti di nostalgia e di appartenenza al mio popolo, sento in me la forza di non tornare più indietro, come desideravo un tempo. Sono fiera dell’autonomia che ho conquistato anche attraverso la fatica dell’integrazione, i pregiudizi, gli ostacoli. Finalmente sono riuscita ad accettare e a capire i miei due vissuti e li ho messi insieme per costruire qualcosa di positivo per me, per le persone che mi stanno vicino, e forse anche per quelle lontane. I ricordi della mia terra, della mia gente, delle mie due infanzie mi accompagnano, mi aiutano nel mio lavoro con i piccoli e con i grandi, mi avvicinano a chi fa più fatica.
Alcuni genitori mostrano curiosità per la mia pelle scura, forse considerano gli stranieri, ed in particolare le donne, adatti solo ai lavori più umili. Invece la società sta cambiando, pur tra molte contraddizioni. Educando i piccoli mi sento parte di questa grande trasformazione e mi rincuorano le parole di una mamma: “Sono contenta che la mia bimba si abitui a convivere con la diversità”», scrive Jacqueline Tema. Imparare a convivere e a conservare la diversità d’altronde, afferma Vandana Shiva, è pratica fondamentale per la continuazione e la sopravvivenza, per riportare la vita al centro della storia umana. La filosofa e scienziata indiana parte infatti da un assunto essenziale: uniformità e centralizzazione sono alla base della vulnerabilità ecologica e sociale. Assunto certamente ossimorico rispetto all’idea su cui si è fondata la società occidentale industrializzata e “ordinata” dal sistema dominante. Tutto questo ha condotto a un impoverimento, a una riduzione, che Vandana Shiva riflette come “monocultura della mente”: «Le monoculture prima invadono la mente, e solo dopo si trasferiscono nella pratica… Il sapere dominante si determina secondo la prospettiva di una crescente produzione e non può pertanto capire il valore assegnato alla diversità delle piante nella percezione locale. La distruzione della diversità biologica è intrinseca al modo in cui il paradigma riduzionista concepisce la foresta. La foresta è considerata “normale” dal punto di vista dell’obiettivo della massimizzazione della produzione di legname per il mercato… La foresta naturale, nella sua diversità, è dunque vista come “caos”» (Shiva V., 1995). Il sistema dominante è però oggi fortemente in crisi. Saranno le donne ad aver una funzione determinante in questo ritorno al caos, alla diversità e a una nuova ipotesi di sostenibilità. Perché le donne sono custodi di un legame diverso con la Terra Madre, per ragioni culturali, storiche e fisiche, e da loro potrà partire un cambiamento che è prima di tutto una nuova visione del mondo e della conoscenza della natura e del suo respiro. Solo dunque mantenendo in gioco esperienze e pratiche femminili, si può sperare in un futuro senza rimozioni e riduzioni. Gli ossimori, la molteplicità e la diversità, saranno dunque da preservare in un’ottica di salvaguardia e di salvezza del mondo. Solo rimettendo in gioco il termine “differenza”, già parola chiave di molti movimenti nati tra gli anni sessanta e settanta – come il movimento femminista, quello omosessuale e quello di lotta di liberazione anticoloniale – afferma Elena Pulcini, è possibile acquisire un’ottica nuova sul diverso e far saltare i meccanismi tradizionali di espulsione/omologazione dell’altro. Riconoscere la differenza significa prima di tutto mettere in gioco la propria identità, esporla alla relazione, al contagio con l’altro. L’altro che in età globale, assume i contorni dello straniero, o meglio, per dirla con Simmel dello «straniero interno», “colui che viene per restare” e che non si può né espellere né assimilare, in quanto deciso a resistere con la propria cultura e tradizione identitaria, né espellere in quell’ “altrove” separato e rassicurante tipico dello Stato nazionale e scomparso inevitabilmente in età globale proprio a causa dell’indebolimento dei confini. Da qui – spiega ancora la prof.ssa Pulcini – nasce l’urgenza di fare i conti con il fattore “perturbante” della differenza, dunque con la paura che l’altro provoca. Riattivare la paura e quindi assumere la complessità delle cose e delle emozioni, significa accedere alla consapevolezza di una condizione di vulnerabilità del soggetto all’altro, della fragilità umana e dell’interdipendenza dei destini e delle vite degli uomini. Significa esporsi consapevolmente al rischio dell’incontro con l’altro e alla contaminazione, intesa non come meticciato – prospettiva che rischia di tendere verso l’indifferenziazione – ma come co-esistenza di una pluralità di individui in relazione. Tale convivenza non può prescindere da un reciproco riconoscimento, dalla disponibilità di contagio con l’alterità, né dall’inquietudine e dal turbamento che l’altro provoca. Attraverso la valorizzazione dei fondamenti in negativo della vulnerabilità e della contaminazione – vere e proprie risorse etiche per il futuro – dunque, è possibile trovare delle alternative, delle ciance per riconoscersi come soggetti interdipendenti e dunque responsabili. Essere responsabili non solo nel senso di pre-occuparsi per qualcuno, ma soprattutto come occuparsi di qualcuno, prenderlo in cura. Il termine “cura”, infatti, nel coniugare nella sua stessa etimologia il doppio significato di apprensione e sollecitudine, pone l’accento su un impegno attivo, concreto dell’agire. Un impegno che non può più essere demandato solo alla sfera femminile, relegato nel privato, ma farsi pratica politica. Liberare il concetto di cura da ogni dimensione sacrificale e assistenzialistica, infrangere il confine tra pubblico e privato, infatti, significa restituire un respiro universalistico al bisogno di cura che lega gli esseri umani, chiamandoci tutti ad interagire responsabilmente, non come atto prettamente altruistico – cosa che presupporrebbe l’esistenza di un soggetto libero e sovrano, dall’identità chiusa e stabile – ma come atto consapevole di soggetti che riconoscono il carattere contingente e relativo della propria identità. In questo processo, le donne assumono certamente un ruolo fondamentale, in quanto coscienti del valore della relazionalità. Solo riconoscendosi essenzialmente vincolati, co-responsabili, potremo vincere la sfida della contemporaneità e gettare le basi per il futuro, facendoci carico non solo dell’altro, ma anche del mondo. Un mondo unito ma non unico, interrelato ma non omologato, comune ma non indifferenziato. Queste le premesse indispensabili per aprire inediti orizzonti di possibilità, a salvaguardia della nostra stessa umanità.