Le autrici di Lingua Madre

A s'abba muda

Scritto da Segreteria il 03 Giugno 2011

Pubblichiamo di seguito le riflessioni della saggista Pinuccia Corrias sul silenzio.
Invitiamo tutti e tutte a interrogarsi sul tema e a prendere parte alla discussione:
Esprimete il vostro punto di vista e lasciate un commento!

PREMESSA

«Io, di questa cosa  – a s’abba muda – ne ho sentito solo nella tua poesia sui fuochi di san Giovanni…», mi ha detto al telefono, con estrema delicatezza, la mia più cara amica sarda, forse per non offendermi con il manifestare una certa esitazione  a lasciarsi coinvolgere in una proposta che – come si dice in sardo – non sta né in cielo né in terra.  Eppure la mia amica  si prende  cura del mondo, alimenta la vita delle cose, preserva l’essere dall’orgia delle apparenze… Dunque, questa sua incertezza si spiega solo con il fatto che non mi sono spiegata adeguatamente, mi sono detta e così ho provato a ricostruire in modo più ordinato il mio pensiero.

Del resto, non molto tempo fa, un signore colto e gentile, a Torino, alla Fondazione Rebaudengo, alla fine della presentazione del romanzo Accabadora, vincitore del Campiello2011, si è rivolto anche lui con molta delicatezza e circospezione all’autrice Michela Murgia, facendole notare che dalle sue accurate ricerche storiche aveva tratto la convinzione che in nessuna area del Mediterraneo risultava che fosse mai esistita quella figura – l’accabadora, appunto – attorno alla quale si muoveva tutto il racconto. «Non so cosa ne dice la storia – ha risposto più o meno la scrittrice – ma nel mio racconto l’accabadora esiste e questo è ciò che conta per me.» E ovviamente non solo per lei.

Ho fatto questa premessa  semplicemente per dire  che mettere al mondo una figura – qualunque essa sia e da qualsiasi esperienza o intuizione o sensibilità nasca – significa sempre e comunque mettere al mondo la realtà togliendola alla mutezza. «Non so cosa dire. E allora perché parlo?  – scrive la Lispector, una delle grandi mistiche del Novecento, e conclude «Perché altrimenti marosi di  mutezza mi sommergeranno»[1].

E proprio questo è in gran parte la nostra vita: un barcamenarci tra rumore e mutezza nel vuoto di un non esser-ci. Abbiamo perso il silenzio e con esso la capacità di mettere al mondo il mondo, trasformando la realtà in figure. Perché la parola che dice l’esperienza, togliendola dalla mutezza dell’inaccaduto, nasce – e può nascere solo – dal silenzio. Che non è l’assenza del rumore ma è piuttosto una dimensione dell’anima generante. Ed è la parola nata dal silenzio quella che trasforma l’individuo anonimo in testimone e come tale lo connette con l’altro, con gli altri, con l’Altro da sé.

Nell’utero del silenzio germogliano e si strutturano gli archetipi. E’ il silenzio che genera il mito, il rito, il sacramento. Parole e gesti. Segni efficaci della grazia, della capacità cioè dell’essere umano di  fare esperienza dell’infinito nel finito, e dell’eterno nella mortalità della sua vita terrena.

Tutto questo è “a s’abba muda”, un rito sardo legato alla festa di san Giovanni, che  si é conservato a Macomer fino ad oggi, anche se forse solo nel suo aspetto più mondano del gioco e del divertimento.

Io, invece l’ho vissuto nella mia prima età con una intensità emotiva del tutto particolare, e la rileggo oggi come il sacramento con cui una società arcaica offriva alla sua gioventù la possibilità di strutturare l’attrazione reciproca dei corpi e di fare di quella esperienza iniziatica il paradigma per vivere le proprie storie d’amore in libertà e consapevolezza. Il silenzio – come emergerà nel racconto – ne era parte essenziale e strutturante. Può oggi questo rito fornire suggestioni, aprire riflessioni, indicare qualche pista a giovani e non più giovani? Questa potrebbe essere la ragione di questa scrittura e il il valore della mia testimonianza. E tuttavia, se avesse ragione la mia amica e solo io avessi memoria di questo rito?  E se fra quelli, di cui conosco il cognome, e quelle, di cui non ricordo ovviamente né nome né volto ( e si capirà più avanti perché affermo che è ovvio che non le ricordi), non ci sarà nessuno/a ad avvalorare la mia testimonianza? La cosa non cambierebbe perchè io non sto parlando davanti a un tribunale e non ho dunque bisogno di fornire prove, né sto tentando una ricostruzione storica e non ho dunque bisogno di documenti. Sto semplicemente restituendo a me stessa, e a chi la vorrà, una memoria attraverso la quale  ampliare il campo semantico, evocare  echi, creare aloni,  allargare i cerchi che questa parola –silenzio – può aprire in noi, aggiungendo spessore esperienziale a questa parola, attingendo direttamente dalla mia storia personale e dalla cultura della mia terra. A partire da questa rielaborazione, vorrei  inoltre proporre un progetto per fare in modo che questa memoria,  rigenerata dalla parola e dall’ascolto, diventasse essa stessa fonte di altra esperienza, dono che il tempo regala al tempo. Vorrei, cioè che la memoria, custodita nel silenzio e dal silenzio rifiorita, ricreasse attraverso le parole che la rielaborano il mito, ossia l’accadimento e quanto esso trasmette come messaggio antropologico. Da questo  poi  potrebbero scaturire  la volontà  e le sinergie per  fare in modo che il rito rinasca nella sua completezza, almeno là dove ancora ne esiste qualche traccia, a Macomer per esempio. Non per nostalgia del passato ma per offrire un altro modo – uno fra i tanti – per ripensare o rifondare i luoghi dell’incontro e insieme il senso e il valore del silenzio nella rifondazione  dell’umanità.
(E proprio poco fa la mia amica sarda mi ha comunicato che esiste un gruppo a Macomer a cui ci si può rivolgere perché  questo spunto e questo desiderio si trasformino in progetto).

A  s’abba muda

La festa di san Giovanni, il 24 giugno, a Macomer, paese di circa diecimila abitanti ai confini della catena del Marghine, in provincia di Nuoro in Sardegna, vede ripetersi ancora oggi una tradizione secolare: ai cantoni delle strade i ragazzi in età adolescenziale accendono sul calare della sera grandi fuochi di frasche e sterpi, raccolti e ammucchiati nei giorni precedenti. Vi si accalcano intorno maschi e femmine, grandi e piccoli e, in un crescendo di risa ed euforia, si saltano le fiamme, dandosi le mani e sgranocchiando grani di spighe verdi abbrustolite al fuoco.

Quando ero adolescente io, a metà degli anni Cinquanta, le fiamme rompevano la notte buia delle strade quasi totalmente prive di illuminazione e offrivano per una volta, alle porte dell’estate, l’occasione per prolungare il giorno in una brevissima “notte bianca” ante litteram, in cui lo sguardo dei vecchi, seduti sulle panche di pietra accanto alle porte delle case, facevano da sentinelle d’onore  e da controllo discreto al divertimento giovanile. Tra un salto e l’altro si facevano fugaci conoscenze, si scambiavano sguardi e si stringevano promesse, ripetendo la litania che accompagnava il giuramento siglato dai mignoli intrecciati a catena.

Comare, comare, su pane e isposare/ su pane e’allegria/ comare fitza mia[2]

Si diventava così compari e comari di San Giovanni e soprattutto tra i più piccoli si stringevano scherzosi sposalizi che duravano una sera.

Ai miei tempi, varcata appena la soglia della pubertà, quel giorno di San Giovanni di un anno imprecisato mi spinsi lontano nel giro delle strade, interdette nel resto dell’anno a noi giovinette in fiore, obbedienti al comando che le strade, come i nostri corpi, servivano  per raggiungere delle mete e non per aggirarvisi in passi inconcludenti e senza senso. Giunsi addirittura, di fuoco in fuoco, fino alla Rocchita, il quartiere della Macomer vecchia, acciottolata di sassi e di casette basse, addossate l’una all’altra, percorsa da stradine tortuose degradanti in discesa verso l’antica chiesetta di Santa Croce, e che si prolungavano in case sempre più rare e sparse fino alla campagna, interrotte solo da qualche casa signorile che offriva con l’opulenza di qualche balcone in ferro l’idea che non tutti erano uguali neanche lì, dove una povertà decorosa laboriosamente vissuta faceva da cemento  alle relazioni sociali. In una di quelle case, in una di quelle strade abitavano sette fratelli, di cui lo sguardo ammaliato del paese aveva trasmesso la fama anche a me, che mai li avevo conosciuti. Erano i figli bellissimi di una madre vedova che aveva perso il marito ferroviere nel pieno della sua gagliardia e aveva lasciato in eredità ai figli la luce della sua bellezza e l’onore della sua professione. Come un faro di luce quella giovane schiera di uomini illuminava le storie del paese di cui le donne parlavano sottovoce sugli usci delle case. Non c’era da meravigliarsi, dunque, se il fuoco che essi tenevano ancora acceso quando ormai la sera si era fatta notte, fosse alto, vibrante e la meglio gioventù vi si fosse data appuntamento, mentre i vecchi tenevano aperti gli usci di casa, contenti di sentire nelle voci e nei gridi di festa la forza assicurata del ricambio   generazionale.

Non c’erano tabù, né le madri avevano fornito decaloghi né suggerito particolari prudenze per quella festa. Per partecipare bastava entrare nel gioco e abbandonarsi all’onda: due ragazzi ti avrebbero presa per mano con forza e decisione, trascinata con loro nella corsa ed innalzata sulle fiamme nel salto liberatore. Non vedevi né i visi né i corpi, non c’erano parole che non fossero quelle consacrate  dal rito, non  fini nascosti se non quello, non detto ma evidente, di fare della festa  il luogo  della libertà dei corpi e della ritualità che la accompagnava e in cui il silenzio giocava un ruolo essenziale l’occasione e gli strumenti per dare alla reciproca attrazione dei corpi una sorta di imprinting, un archetipo che facesse da base alle future relazioni.

Quel giorno tutto io vissi come un’iniziazione o un sacramento. E quando le fiamme scemarono e tutte le stoppie furono bruciate, con la stessa sacra dedizione con cui mi ero affidata alle mani sconosciute che mi avevano afferrata, mi unii alla fila scomposta nel viottolo buio che portava fuori dal paese all’abbeveratoio di Funtana ‘e cannones’, a cui i pastori fermavano gli animali prima della risalita.
«A s’abba muda», aveva gridato qualcuno. Ponendo fine ai salti e proseguendo il rito.
All’acqua muta. Questo era il nome dato all’ultima parte della festa, quella in cui il silenzio avrebbe permesso a ciascuno/a di assimilare l’esperienza e ritrovarsi alla fine trasformato/a, capace di vivere l’attrazione della carne secondo un archetipo di gioia, energia, complicità, abbandono, libertà, (in)dipendenza, socialità che avrebbe dovuto caratterizzare, se fortunati, le loro future relazioni amorose.
Era infatti questo il  seguito del rito: bere l’acqua di sorgiva, trattenerne in bocca una sorsata e nel buio riprendere in silenzio insieme l’uno accanto all’altra la strada del ritorno verso il fuoco. Una nuova comunità nascente di giovani e di fanciulle, quella in cui sarebbero nati gli amori e i matrimoni, i figli e il loro futuro, camminava in processione muta, intenta ad ascoltare, nel silenzio della notte profumata di mirti e lentischi, il battito dei cuori, così forti quelli dei maschi che sembrava riempissero l’universo. La luna piena, rossa dei vapori di maggio, sosteneva i miei passi timidi, composti, ultimi passi di bambina, e illuminava i miei capelli corvini sulla testa china sul petto, a ricevere la benedizione della notte di san Giovanni sul mio corpo di piccola donna che si apriva devota al suo destino d’amore.
Infine, con un ultimo gesto rituale, si gettava sulle fragili braci rimaste l’acqua che aveva tenuto le labbra serrate e generato il silenzio. In esso l’anima aveva assaporato lo stupore estatico che nasce dalla libertà, la potenza vitale del desiderio, la  sicurezza che viene dall’aprirsi all’ignoto obbedendo a sapienze ancestrali, la gioia appagante che nasce dalle emozioni vissute in consapevolezza.  Il silenzio aveva chiuso il gioco e spento l’euforia senza reprimere l’eros e  aveva inseminato l’attesa dell’ (A)amore non con fantasmi e ossessioni eterodirette ma con la memoria individuale e collettiva di quella notte incantata.

Seduti sui gradini di pietra, i vecchi – donne e uomini – rispondevano ai saluti e avevano di nuovo negli occhi lo splendore limpido con cui quella festa aveva anche per loro inaugurato il tempo degli amori. E il cerchio del tempo aveva in quella notte ancora una volta percorso il suo giro.

 


[1] Lispector, La passione secondo G.H.,

[2] Comare, comare, il pane per sposarsi, il pane di allegria, comare figlia mia.