Salone Internazionale del Libro di Torino

14 maggio: inizia Fiera del Libro

Scritto da Segreteria il 14 Maggio 2009

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Primo appuntamento del Concorso a Fiera del Libro, dedicato a Slow Food.
Guarda le foto nella galleria fotografica, realizzate da Gabriele Mariotti.
Ospiti all’Arena Piemonte (PAd. 3) Sonya Orfalian, scrittrice armena da oltre trentanni residente a Roma, autrice del libro “La cucina armena” (Ponte Alle Grazie Editore) e Silvia Ceriani, direttrice della rivista Slow Food, che lunedì 18 consegnerà il premio a Lydia Keklikian, vincitrice, appunto, del Premio Speciale Slow Food – Terra Madre.
L’incontro, condotto da Daniela Finocchi, è stato accompagnato dalle letture di Alice Drago.

“Da Beirut una ricetta che stuzzica non solo l’appetito, ma anche la vita complessa del nostro paese.
Tabboulé e integrazione sono cose diverse, ma simili al tempo stesso.
Diverse perché il primo è un piatto mediterraneo composto di diversi ingredienti che si prepara per un pranzo festoso, favorendo l’incontro tra persone o famiglie, viene presentato nei momenti di festa in occasione di un matrimonio o di semplice  convivialità.
Il tabboulè è il primo piatto che si porta a tavola e si offre ai commensali per cominciare il pranzo.
L’integrazione a sua volta è una realtà composita per i vari elementi che la costituiscono. Richiama l’idea di una pluralità di culture diverse, la presenza di persone differenti per etnia, religione e cultura in un determinato contesto sociale. È colorata come il tabboulé, in quanto coinvolge nel processo persone diverse disponibili a percorrere una strada nuova che conduce a vivere insieme.
Nell’integrazione, pertanto le persone non devono sciogliersi le une nelle altre, non devono perdere la propria entità culturale, folkloristica, ma devono fare in modo da comporre una realtà colorata, vivace e appetitosa che stuzzica il desiderio di ognuno a conoscersi a vicenda.
Nel tabboulé gli ingredienti non si fondono tra di loro, ma si amalgamano bene al punto da offrire sia alla vista che al gusto un’armonia tale da rendere piacevole il mangiare suscitando una sensazione di freschezza e un piacere che invade tutti i sensi.” (“Taboulé”, Lydia Keklikian – Libano – Premio Speciale Slow Food – Terra Madre)

“Il tavolo era ben apparecchiato. Sua madre preparava ricette buone, ma poco costose: menudo, rigadillo e zuppa di pollo con spaghetti di soia. Il menudo è fatto di carne di suino tagliata a pezzetti e cucinato con patate e pomodori pelati. Il rigadillo è a base di carne e fegato di maiale tagliato a dadini e cucinato con tanto aglio, cipolla, sale, zucchero, aceto, pepe, salsa di soia, alloro e pane grattugiato per addensare la salsina. C’era riso in umido e pane morbido a fette. Sua madre comprava i dolci natalizi: suman e halaya. I suman sono involtini di foglie di banana ripieni di riso con zucchero di canna e latte di cocco cucinati a vapore per più ore. Questo dolce bisognava mangiarlo con l’halaya, fatto di topinambur di color viola cucinato precedentemente a parte in umido e poi pestato bene prima di amalgamarlo di nuovo con zucchero e latte di cocco. C’era anche il formaggio kraft cheddar, ma il prosciutto cotto dolce non se lo potevano proprio permettere.
Da quando lei aveva conosciuto la storia di Babbo Natale, ogni 24 dicembre pensava a lui che distribuiva i regali; dall’Australia passava alle Filippine per raggiungere l’Europa e l’America. Si immaginava che, anche se a lui piacciono i paesaggi bianchi di neve, scendesse nel suo paese così verde e caldo.” (Jingle Bells, Marisa Bacani Bautista – Filippine).

“Come facevi papà a cucinare per dieci, a volte anche quindici o venti persone, e a non sbagliare mai una dose, una salatura, a trovare l’equilibrio giusto tra la salsa e la farcitura e a non  sprecare mai nulla, perché come mi dicevi “il cibo è sacro e non va mai sprecato”. 
E poi il riso, non erano scatole ma sacchi quelli da cui con un mestolo prendevi le dosi per il primo piatto che era sempre, immancabilmente l’arroz colorado, quello che qui chiamerebbero il riso col pollo. Sembra un piatto semplice, povero ed essenziale come tutta la nostra cucina, ma tu sapevi renderlo speciale con i tuoi condimenti.  Io lo sapevo in anticipo qual era il mio compito: pulire e tagliuzzare carote e cipolle rosse che sarebbero servite per il soffritto, “attenta a non farmi male”. Tu intanto facevi bollire una gallina e un pollo per la tazza di consommè che avrebbe aperto la cena. Era forte l’odore della carne che bolliva, così forte che a volte per non sentirlo mi avvicinavo al naso le foglie di basilico che lasciavano sulle dita quell’aroma così fresco e pulito che assaporavo ad occhi chiusi. Le verdure tagliate, come sempre più da te che da me, finivano anch’esse a bollire in una pentola, nell’acqua da cui avevi tolto il pollo o la gallina.
Poi arrivava il momento di passare all’altro primo piatto, che era la tua specialità: la pasta con pollo, maionese e uva. Era il tuo orgoglio: non passava Natale o altra festa che tu non raccontassi di quando avevi lavorato a Parigi, degli infiniti e infiniti sacchi di patate che avevi pelato, di come con gli occhi rubavi il mestiere ai cuochi, e di  come un giorno, come preso da una folgorazione, avessi sperimentato questo piatto insolito, apparentemente assurdo ma che si era rivelato incredibilmente buono. In Ecuador la pasta non è un piatto particolarmente usato e per te era una soddisfazione vedere amici e parenti assaporare con gusto i tornillos, quelli che qui chiamano i fusilli. Ma quanta fatica dietro, eh papà? Prima tagliuzzavi il petto di pollo che avevi fatto bollire, lo sminuzzavi fino fino e lo saltavi veloce in padella. Poi ti fermavi, bloccavi tutto perché arrivava il momento più difficile, quello della maionese. Io e mamasita Ines, ci siamo chieste per anni, anche quando non c’eri più, perché ti ostinavi a prepararla e non compravi invece quella bella e fatta. “Voi non capite” era la tua laconica risposta “è la stessa differenza che c’è tra baciare una foto o le labbra di una donna”. ” (Vigilia di Natale –  Kathiusca Toala Olivares – Ecuador)

“Adesso le mie radici affondano nel suolo siciliano.  Ecco il mio corpo nuovo che sa d’olio di oliva e di mandorla. Sa di carciofo, di pecorino e il mosto d’uva lo porta sui talloni. I nuovi frutti di una nuova terra.
Una cosa è certa, il mio paese d’origine è dentro di me. Non passa giorno che non ci pensi, a volte con angoscia, a volte con serenità, a secondo dei miei stati d’animo. Non ci ritorno da otto anni e non so quando capiterà di nuovo. Mi consolo nell’immaginarmi immersa nel verde profondo di una vallata umida, ricca di felci e muschio… richiamo il sapore della ‘hangi’– carne e verdura avvolte in stracci umidi e cotta su pietre bollenti sotto terra.  Il sapore della terra, un sapore umile e vitale. E’ il desiderio più primitivo, il desiderio di essere legata intimamente a quella natura.” (“Il tirare dei mondi” Tere Moana Wilson Mantia – Nuova Zelanda).