Giornata Internazionale della Lingua Madre 2026 Luoghi, ricordi e parole
Scritto da Segreteria il 21 Febbraio 2026
In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Madre, il CLM vuole ricordare il legame che la lingua intesse con i ricordi e il paese di provenienza, attraverso il racconto di Anna Volkova: ci sono sentimenti per cui esistono dei termini solo in determinate lingue, ci sono geografie interiori che si possono descrivere solo con certe immagini e certe parole.
NOSTALGIA
di Anna Volkova [Russia]
“Nostalgia [no-stal-gì-a] s.f. (pl. -gìe) – stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere”[1] così dice il dizionario. In lingua russa oltre alla parola ностальгия, esiste anche un concetto misterioso, la parola тоска (si pronuncia taskà) che si traduce spesso nello stesso modo, ma ha un significato diverso. Assomiglia alla saudade in portoghese, è una tristezza meditativa senza una causa specifica, nostalgia di casa, uno struggimento per un luogo lontano, o un tempo passato.
Quando partiamo, lasciamo la nostra casa e il nostro passato, che ormai esistono solo nei ricordi. Anche quando torniamo, il luogo non è più quello che ricordiamo, perché ciò che lasciamo non è solo un punto sulla mappa, ma una parte di noi che rimane intrappolata nella memoria. Il ritorno è un’illusione, una nostalgia profonda che portiamo nei cuori. La mente viaggia attraverso questi luoghi e ci fa rivivere momenti del passato. Oggi vi racconto di uno di questi luoghi, dove lo spazio e il tempo si fondono in una forma unica.
“Мороз и солнце, день чудесный!”[2]. Era un inverno come tanti a Mosca, ma per me, bambina, era l’inverno dei ricordi che portano con loro il calore delle piccole cose. Sotto quel cielo azzurrissimo, stesa la neve, al sole splendeva. Il sabato era il giorno delle passeggiate al parco con le amiche. La neve copriva la città di un manto bianco, e il vento gelido pizzicava il volto mentre camminavamo sulla strada che portava al parco, avvolte nei nostri giacconi, sciarpe, capelli di lana, con le muffole e valenki di lana cotta. Da casa, che si trovava tra le tipiche hrushevki, io e le mie amiche prendevamo le slitte e ci dirigevamo verso la collinetta. Passavamo vicino a dove abitava Katja, anche lei voleva uscire con noi.
Non esistevano i cellulari, bastava mettersi sotto la finestra della sua casa e chiamarla: «Kатяяяя! Катя! Выходи! Пойдём кататься на санках!»[3].
E subito, in pochi minuti, eravamo tutte fuori, a correre nel parco innevato, a lanciarsi giù dalla collinetta con le slitte. Non erano solo passeggiate, ma veri e propri viaggi nell’infanzia, dove il freddo non era mai una sofferenza, ma parte del paesaggio, della magia di quei giorni.
Arrivava la domenica e i nostri genitori portavano me e mio cugino da nonna professorezza Valentina Ivanovna. La sua casa, nel cuore di Mosca, era un rifugio caldo e accogliente. Abitava in un palazzo magnifico dell’epoca staliniana, con soffitti alti e stanze piene di libri. In quel salotto passavamo ore a studiare insieme. La nonna, severa ma affettuosa, ci faceva ripetere la grammatica russa, la coniugazione dei verbi irregolari, le desinenze, i suffissi, i prefissi.
«Жи-ши с буквой и»[4], «Ча-ща с буквой а»[5] ripetevamo a memoria, scrivendo gli esercizi senza fine in corsivo perfetto, mentre il tè nero con il limone caldo ci scaldava le mani e i cuori. A volte, mentre studiavamo, facevamo una pausa e ci spostavamo in cucina. Lì, la nonna continuava a fare le domande sulla grammatica, preparava i panini con una fetta spessa di pane e formaggio, che ci sembrava sempre una delizia. Mi tornava alla mente la regola dell’imperativo dei verbi irregolari che ci aveva insegnato e rispondevo: «Отрежь- намажь-съешь»[6], una formula che suonava come un gioco, ma che aveva il suo peso. Mio cugino, a volte un po’ distratto, la capiva letteralmente e finiva per spalmare il burro sul panino come se fosse una crema, facendoci ridere.
Nel pomeriggio, nel salotto, una luce ambrata si posava su tutta la stanza, che profumava di libri e di calore, anche nei giorni grigi d’inverno, quando il sole sembrava a tratti voler sparire dietro le nuvole. Si passava alla letteratura: parlavamo di Turgenev, di Gogol, leggevamo insieme le poesie di Puškin. Jura, mio cugino, recitava a memoria qualche pagina di Evgenij Onegin. Le ore passavano veloci, non ci accorgevamo quando arrivavano la mamma o la zia a prenderci, tanto eravamo immersi nei racconti della nonna di Masha e Dubrovskij, di Tatiana e Onegin. Non erano più i personaggi astratti dei romanzi russi, erano quasi ospiti in quella casa. Lei ci insegnava a leggere e a capire davvero il testo, a imparare a memoria. Trasmetteva tutta la sua conoscenza con tanto amore e cura, con tanta pazienza.
Oggi sono a Torino. Dietro la classe, dalla grande finestra, si staglia la Mole, maestosa, sotto un cielo limpido e terso. Sto spiegando alla lavagna i casi e le desinenze ai miei studenti universitari. Parliamo di letteratura, di storia, e condivido con loro il mondo di Bulgakov e di Tolstoj, il significato del samovar e della trojka. Sulla mappa, tracciamo i luoghi più freddi della Siberia e uno dei laghi più grandi del mondo. Impariamo insieme verbi complessi e parole che sembrano infinite. Che gioia osservare nei loro occhi l’entusiasmo, la curiosità e l’impegno che mettono nel comprendere e nel parlare una lingua che, inizialmente così lontana, con il tempo diventa sempre più familiare. Osservando i loro progressi, ricordo mia nonna e anch’io cerco di trasmettere loro la bellezza della lingua russa, della mia lingua. La lezione sta per finire, dalla finestra ci guarda la Mole, simbolo di una città in cui non sono nata, ma che ormai porto nel cuore.
[1] https://www.grandidizionari.it/dizionario_Italiano/parola/N/nostalgia.aspx.
[2] “Gelo e sole; giornata mirabile!” dalla poesia di Aleksandr Puškin, Mattino d’inverno, tradotta da Giovanni Giudici e Giovanna Spendel.
[3] «Katjа! Katjа! Esci! Andiamo a fare un giro con le slitte!».
[4] «Ži-ši con la lettera i», dopo una consonante sibilante dura Ж [Ž] e Ш [š] si scrive И [i].
[5] «Ča-šča con la lettera a», dopo I consonanti Ч o Щ si scrive la А.
[6] «Taglia-spalma-magia», i verbi all’imperativo.
Il racconto è pubblicato in Lingua Madre Duemilaventicinque. Racconti di donne non più straniere in Italia (Edizioni SEB27).
La fotografia Radici e fiori di Anna Volkova (Russia) è stata selezionata alla XX edizione CLM per il Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.