Appuntamenti

Forza Aurora Leode Fadonougbo a “Donne 20/80+”

Scritto da Segreteria il 16 Ottobre 2026

L’autrice CLM Aurora Leode Fadonougbo ha partecipato il 15 ottobre alle ore 19 al dialogo intergenerazionale del progetto Donne 20/80+ organizzato da SeNonOraQuando?Torino per far incontrare donne di età diverse, dai 20 agli 80 anni e più. Uno scambio di esperienze tra persone che fuori dalla sfera privata fanno fatica a dialogare, ad essere riconosciute.
Ad ogni incontro narratrici di almeno 5 generazioni, una per decade, propongono un racconto ispirato al tema comune che fa da linea guida. Nell’area Talk Flashback Circolino di Flashback Habitat (“ecosistema per le culture contemporanee” in corso Giovanni Lanza 75 a Torino) ecco quindi che le narrazioni si sono alternate dal palco seguendo il tema “forza”, attingendo ai ricordi e alle loro esperienze in un momento di condivisione corale.

Aurora Leode Fadonougbo che è una scrittrice, editor e ricercatrice indipendente afroitaliana è nata a Milano, città in cui è anche cresciuta. Con un solido percorso accademico alle spalle, incentrato sullo studio delle lingue e della storia, la sua produzione spazia con disinvoltura tra la narrativa, la poesia e la saggistica critica. Al centro del suo lavoro e della sua ricerca ci sono temi cruciali e profondi: l’analisi degli spazi emotivi e politici legati alla diaspora, le questioni ecologiche e l’esplorazione della spiritualità, il tutto riletto attraverso una rigorosa lente anticoloniale.

Il suo talento è stato riconosciuto anche attraverso il racconto Lingua padre, con cui si è aggiudicata il Secondo Premio della XXI edizione del Concorso Lingua Madre.

A introdurre la serata è stata Laura Onofri di SeNonOraQuando?Torino, che non ha mancato di ricordare anche il CLM e la collaborazione che da sempre lega i due progetti fra loro.

Sul palco, insieme alla vincitrice del concorso, anche Francesca Pavese, graphic designer che ha esplorato con il suo testo “la forza di dire no”; Beatrice Verri, direttrice Fondazione Revelli, che ha invece illustrato “la forza per scuotere la quiete” tra etimologie e fughe dal dolore; Sabina Prestipino, giornalista, che ha tracciato con mirabile ironia la forza di una donna “quando precipita nel baratro” e Luisa Viglietta, già ricercatrice di fisica e astronomia, che ha descritto “la forza di persistere nella ricerca di soluzioni” anche quando la vita cambia direzione.

Di seguito il testo di Aurora Leode Fadonougbo.

Forza

Esiste una fragilità tanto antica quanto evidente che affiora sulla pelle delle persone quando le si incontra per la prima volta. È qualcosa che può creare un senso palpabile di disagio, far prendere le distanze anche dopo un solo sguardo, far paura o ricordarci, troppo, qualcosa di noi. Ogni tanto, poi, ci attira mentre la temiamo, ci incuriosisce mentre immaginiamo la sua lunga storia di esistenza. Così, ogni interazione con gli altri può apparire come una danza attorno ad antiche ferite che si spera di non riaprire o infettare mentre ci si muove maldestri.

Ma osservando bene con gli occhi dello spirito, c’è sempre anche una forza luminosa, che fluttua distante dallo strato più esterno della pelle di qualche millimetro appena, ma che richiede un’osservazione più attenta per essere notata.

Così, mentre siamo diventati sempre più bravi a tracciare il percorso del dolore, del trauma, a rafforzare le difese delle nostre debolezze, e a localizzarle negli organi specifici del corpo, facciamo più fatica a dare credito al lavoro silenzioso ma costante della forza, che con la sua saggezza e conoscenza, invece, non sempre sappiamo di poter richiamare a noi perché ci faccia da guida benevola ogni volta che ne abbiamo bisogno.

Qual è la tua forza? Sarebbe un’ottima domanda per un primo appuntamento.

Descrivimela, com’è fatta? Scorre come un fiume e intanto tutto disseta? Resiste alla pressione e forgia la bellezza sotterranea? Oppure sa volare fresca come il vento che tutto comunica? Sa bruciare come il fuoco e tutto scalda? Sa tornare costante come il tempo? O ancora, ogni cosa ricorda come il cuore?

Simile al dolore, la forza passa di madre in figlia, di padre in figlia, di madre in figlio, di padre in figlio… ma, a differenza della fragilità, per lei non è solo una questione di sangue, perché è più libera e può arrivare da ogni direzione, quando non le viene imposto un percorso prestabilito.

Io pensavo di non averne granché di forza, ma poi, quando ho iniziato a pensarla più intensamente per scrivere, ho finito per stilare un lungo elenco di sue manifestazioni nella mia vita, che tutte insieme mi fanno rimanere salda sul terreno e, al contempo, libera di muovermi.

Alla fine, se devo raccontare della mia di forza, non posso fare a meno che parlarvi delle persone che me l’hanno donata, descrivervi quelle da cui l’ho ereditata, farvi immaginare i volti che, dolci e pazienti, me l’hanno trasmessa.

La forza della narrazione l’ho ereditata da mio padre. Cantando con la sua onnipresenza, non c’è niente in questo mondo che una storia non possa creare, distruggere, mascherare, o far crescere in noi. È da lui che ho imparato a servirmi della sua intensità, e so che è tanto più potente quanto più le storie che crea sono plurime, libere di circolare, e possono cambiare di volta in volta qualcosa del loro aspetto.

Poi c’è la forza della presenza e dell’attenzione, quella che si impara rimanendo interi e con il cuore aperto di fronte a quello che la vita ha in serbo per noi, che spesso, nel bene e nel male, è diverso da quello che abbiamo imparato a desiderare. La reclamo quando la fuga mi seduce con parole di miele e io non l’ascolto perché non è limpida come quella del benevolo intuito, che, invece, parla con la voce di mia madre.

La forza della giustizia, che mi permette di distinguere con cristallina chiarezza cosa è bene da cosa è male e di alzare la voce contro ogni sopruso che mi toglie il sonno la notte, così come la forza della meraviglia per le cose del mondo, è quella delle mie sorelle, che io mi limito a emulare.

La forza di leggere e modellare l’invisibile, poi, ha il nome delle mie nonne, quella della conoscenza silenziosa dei nonni. La forza della creatività, mio rifugio e ribellione, ha le mani dei miei amici.

La forza dell’orientamento è dei miei maestri, quella delle lingue che mi hanno donato un nome bello, solo per me, che facesse da faro al mio destino indeciso, è dai miei antenati che l’ho ereditata.

La forza dei saperi di comunità, che anche senza riconoscimenti esterni hanno mantenuto vivo il fuoco della conoscenza più autentica, che mi hanno insegnato cosa significa avere cura degli altri, a coltivare la gioia collettiva e a piangere l’impotenza delle nostre singole biografie isolate, ha così tanti volti conosciuti che non mi basterebbe una vita per dipingerli.

Poi ci sono numerose altre piccole forze quotidiane, che chiamo per nome come fossero spiriti protettori, che sono qui, attorno a me da un così lungo tempo che hanno imparato a interpretare ogni mio silenzio e incertezza come una richiesta d’aiuto. Tutte, nessuna esclusa, appartengono alle persone che mi hanno amata.

Infine, c’è la forza della speranza che mi è tanto familiare, ricevuta da gente come me per cui mantenerla viva non è mai stata un’opzione, quanto piuttosto la condizione necessaria a mantenere salde le ossa. Ha i nomi più diversi, quelli di una genealogia complessa di persone che sono emigrate, per scelta o per necessità.

Insieme a lei, a braccetto, c’è la forza della resistenza, che è figlia dei popoli oppressi, dalla Palestina, al Congo, al Sudan, che mi protegge e mi guida. Il bagaglio di strumenti per fronteggiare l’oppressione non l’ho mai preparato io per prima, mi sono limitata ad aprirlo e tirarne fuori questa forza necessaria tutte le volte che mi serviva. Forza maestra che persiste nella lungimiranza delle lotte passate, e si riversa come acqua in moto perpetuo nelle nostre vite che abitano il presente.

Che sciocca sono stata a non aver capito fino ad ora quanto era grande la mia forza.

Inganno della prospettiva, che, appena ci si distrae un attimo, ci si può scordare di avere un passato, e ci si può arrendere a non avere nemmeno un presente in un luogo che continua a ostacolare ogni tentativo di abbracciare la propria unicità. Quando l’ho interrogata, la mia di forza ha detto di odiare la sedentarietà forzata, mi ha parlato per ore della sua natura dinamica e di quanto siano lunghi e tediosi i momenti in cui è costretta all’immobilità, quando si sente stagnante e pericolosa.

Se rimane troppo a lungo confinata in un luogo, se non viene condivisa, se non la si lascia uscire ed entrare come un respiro libero che affonda nelle profondità del corpo, se non le si permette di andare ad afferrare l’anima, risalire e in fretta e poi uscire dalle piccole fessure tra i denti mentre si schierano in un sorriso, ah come soffre, come si comprime.

Nell’immobilità finisce ora a giudicare, ora a escludere le altre forze, mentre si illude di essere l’unica in grado di poter decidere chi far entrare, di volta in volta con regole arbitrarie, investendosi di un potere che non era mai stato pensato dall’inizio per la sua natura libera e luminosa.

Così torno alla mia di forza, scacciando lontano le ingiunzioni paradossali che tentano di convincermi a non indossare la veste che già ho, che mi calza a pennello, che è stata cucita per me da mani sapienti, che è facile da modificare secondo il mio gusto, che posso allungare o accorciare a seconda dell’esigenza.

Che sciocca sono stata ad averne desiderata un’altra che non è mai stata confezionata per il mio corpo, e che mi costringeva a movimenti rigidi e ridotti.

Allora torno alle mie di forze, anche se sorrido nel definirle “mie” perché non ce n’è nessuna che io abbia trovato da sola, senza passare dalla ritualità quotidiana condivisa che le ha generate e che ha sempre tutta la sacralità del mondo.

Qual è la mia forza?

Oggi, so che è quella che esiste solo in relazione con tutti quegli altri che continuano a tornare e che io mi sono limitata ad ereditare.