Le autrici di Lingua Madre

LA SCIENZA NEL GREMBO

Scritto da Segreteria il 23 Giugno 2009

Di Aida Ribero

Parlare di maternità è parlare del rapporto tra biologia e cultura, rapporto da molti anni visitato criticamente dal femminismo e, in particolare dal pensiero della differenza sessuale. Io vorrei sottoporvi alcune riflessioni su questo rapporto, ben sapendo quanto rimarrebbe da dire e da approfondire, ma dovrò essere necessariamente molto sintetica.
 Come tutte sapete, alla biologia, quindi alla natura, è strettamente legata la donna, non solo secondo la filosofia classica che domina l’occidente da millenni, ma lo è anche secondo un dato di fatto incontrovertibile: da un corpo di donna si nasce, almeno per ora, e questo è un dato di fatto che è da ascrivere alla natura. L’uomo invece è legato alla cultura e questo per tradizione filosofica, per tradizione storica, giuridica, politica e sociale. Anche lo statuto di padre è un fatto prevalentemente culturale, una costruzione sociale, a meno che intervengano necessità contingenti, come l’esame del DNA per stabilire la paternità di fronte a un delitto o altro. Per avere questo statuto egli dipende dalle leggi (ad esempio se è sposato o se ha riconosciuto il figlio), e questo anche dopo la scoperta e la consapevolezza della sua funzione biologica nella procreazione. Sino al nuovo diritto di famiglia in Italia – 1975 – non poteva dirsi padre un uomo che avesse fecondato una donna al di fuori del matrimonio, la legge lo vietava.

In realtà anche la donna, e qui stiamo parlando della madre, è strettamente legata alla cultura. Ma non la sua, bensì quella patriarcale. Della potenza materna se ne è infatti appropriata la scienza, la medicina, la legge, la morale, il costume, la pedagogia, ecc., tutte creazioni culturali d’impronta maschile. Faccio alcuni esempi: la scienziata Evelyn Fox Keller riporta, non senza ironia, la posizione che la genetica aveva, sino a metà degli anni ’50 del secolo scorso: il processo di fecondazione biologica veniva descritto, nei manuali, in termini che evocavano il mito della Bella Addormentata (penetrazione, conquista e risveglio dell’uovo da parte dello spermatozoo), in consonanza con gli stereotipi sessuali di aristotelica memoria. Di recente sembra diventata più utile e accettabile – dice Keller –  un’altra metafora, quella delle pari opportunità (l’uovo e lo sperma si incontrano e si fondono). Oggi – dice ancora Keller – il Progetto Genoma Umano è pronto a riconoscere al citoplasma (sino a ieri definito come uovo) la stessa probabilità del genoma di venire raffigurato quale locus del controllo.
Credo sia noto a tutte, ma forse è bene ritornarci ancora, lo scalpore che destò il libro di Barbara Duden Il corpo della donna come luogo pubblico. Che cosa dice la Duden?  Che a partire dalla fine del ‘700 – precisamente con il medico Ploncquet – ha inizio il tentativo di fare del feto un fatto pubblicamente attestato attraverso la mediazione professionale. Tentativo pienamente riuscito, sappiamo oggi. Entrano così a far parte della gravidanza la medicina, il diritto, la politica, la morale, il clero, il marito. Con questa svolta storica il corpo gravido della donna subisce un’invasività mai riscontrata prima. Con quali conseguenze? Ad esempio con la conseguenza di espropriare la donna, come soggetto singolo e come soggetto sociale, della sua volontà, della consapevolezza della propria potenza procreativa, della sua intima esperienza di donna, della capacità di avvalersi della millenaria esperienza femminile in fatto di procreazione. La donna-madre viene consegna alla medicina, alla classe professionale, alla scienza. In altre parole possiamo affermare, come  sostiene Luce Irigaray, che ci troviamo di fronte alla madre espropriata, dunque alienata. Inoltre, è a partire dal corpo gravido della donna che oggi, nel dibattito pubblico, è diventato centrale il tema della vita e della morte, (pensiamo ad esempio allo statuto del feto), con la conseguenza di ingenerare nelle donne un grande senso di responsabilità e di colpa collettiva.
Ma c’è di più. In questa ricerca tra il biologico e il culturale gravano altre scienze, come la psicanalisi, la psicologia e la psichiatria. Nella morsa della cultura patriarcale che ha  dato forma a queste scienze, noi incontriamo il complesso edipico, ossia la figura della femmina bambina castrata, che, per questo, sviluppa sentimenti di odio (così si esprime Freud) verso la madre, poiché l’ha fatta eguale a lei, condannandola a inseguire tutta la vita l’attributo maschile per eccellenza. E’ qui che la psicanalisi effettua il taglio amoroso tra madre e figlia.
Così come incontriamo il bambino maschio, che, se non ha nettamente superato la fusionalità con la madre, è destinato ad andare incontro, da adulto, a gravi turbe psichiche. Dunque, la scienza ci ha addossato anche l’inconscio dei figli. Mi viene in mente, a questo proposito una dolorosa e sintomatica confessione di un’amica: madre di un figlio con gravi turbe psichiche, si è lacerata l’anima e il cuore per capire dove avesse sbagliato, sino a cadere in una grave depressione. Quando lo psichiatra del figlio pronunciò la sentenza: psicofrenia, anziché avvertire il drammatico  baratro che aveva di fronte, essa sentì un profondo sollievo: dunque la colpa di tanto dolore del figlio non era sua. Ci rimane l’interrogativo: chi aveva ingenerato questo senso di colpa?
E’ ancora la maternità al centro delle nuove tecnologie finalizzate alla procreazione assistita. Ciò che la scienza ci dà per vivere meglio, noi l’accettiamo e gliene siamo grate.  Ma dobbiamo anche chiederci qual è il prezzo da pagare in termini di salute psicologica e fisica. L’impatto simbolico con queste nuove tecnologie ci è ancora oscuro, ma sappiamo già l’impatto psicologico e fisico. Sono tecniche molto invasive. Inoltre, ora sappiamo, con certezza, che sta ingenerando un commercio di materiale organico presso le donne dei paesi più poveri, che si sottopongono a cicli di terapia (termine assolutamente inappropriato) ormonale che alterano lo stato psicofisico dei soggetti. Inoltre, possono ingenerare un irrefrenabile desiderio indotto di maternità. Con conseguenti frustrazioni, depressioni, sensi di inadeguatezza personale e sociale.
Molto ci sarebbe da dire anche della gravidanza e del parto, così come avvengono oggi. Perché è nel momento del parto che tutte le contraddizioni esistenti tra il biologico e il culturale si rendono maggiormente palesi. La medicalizzazione del parto ha come conseguenza una donna che si consegna alla struttura, alla medicina, alle figure professionali, senza alcuna contrattazione, alcun  patrimonio esperienziale (quello che per secoli hanno avuto le nostre antenate): più la donna è ubbidente e passiva, maggiore è il riscontro positivo di chi le sta intorno. Ciò non vuol dire non riconoscere gli apporti positivi della scienza, si chiede semplicemente che altrettanto avvenga da parte della scienza nei confronti della donna.

Come possiamo, noi donne, non dirci tutte un po’ (o tanto) frustrate, isteriche, depresse o aggressive, prive di autostima, prive di grandi desideri? Ciò che la medicina può fare per aiutarci non sono che palliativi per alleviare, almeno in parte, le nostre sofferenze. Forse non cadono in questo pozzo le donne Atena, quelle nate dalla testa di Zeus, figlie del padre. Se non sai di avere il cancro pensi meno alla morte. Ma se vuoi guarire devi prendere coscienza del tuo male, devi sapere che hai il cancro.
Consegno al dibattito alcune domande:
Quanto costano alla società le conseguenze psico-fisiche? Quale tipo di orientamento mentale, dunque culturale e ideologico, ha il personale medico e infermieristico? Cambierà qualcosa ora che le donne medico si apprestano ad essere maggioranza? Possiamo accontentarci delle medicine, dei sostegni psicologici, quando sentiamo che in questo mondo noi non siamo previste nella nostra autenticità? Siamo convinte che le strutture esistenti siano dalla nostra parte? E’ solo questione di quantità di strutture o è in gioco la loro qualità? Di quale qualità abbiamo bisogno noi donne?